
Nessuno lo intende meglio di Cima da Conegliano che, in ogni modo e con ogni taglio, approfondisce la visione della natura di Bellini.
È probabile, ai suoi esordi vicentini, con la pala per la chiesa di San Bartolomeo, datata 1489, che segue le prime prove, ancora su fondo oro, con una perfetta volumetria maturata sugli esempi di Antonello da Messina a Venezia, che Cima sia stato influenzato, nella sua visione panica della natura, da Bartolomeo Montagna e da Giovanni Buonconsiglio, perché subito avvertiamo, pur nei soggetti belliniani, nelle madonne con bambino ripetute, nelle pale d’altare, persino nel duplicato del Battesimo di Cristo per la chiesa di San Giovanni in Bragora a Venezia, una così straordinaria pienezza della natura da far passare quasi in secondo piano la presenza umana.
Se la percezione di una nuova visione è già nel pergolato della pala vicentina, uno spazio nuovo, pur nella posa statuaria dei santi, è indicato nel loggiato in rovina e in prospettiva obliqua nella pala della chiesa della Madonna dell’Orto.
Di qui, attraverso i vastissimi paesaggi che anticipano Giorgione, dei San Girolamo, di Harewood e di Brera, si arriva alla sublime Madonna dell’Arancio dell’Accademia di Venezia, in cui la quasi meccanica fissità degli imbambolati madonne e santi sembra voluta per sottolineare la straordinaria, vibrante molteplicità e vitalità della fiorente natura e della veduta di città.
Così sarà anche in un altro capolavoro «filosofico» nella congiunzione tra civiltà classica e civiltà cristiana, la Madonna con il Bambino e i santi Michele Arcangelo e Andrea Apostolo di Parma.
Un’opera complessa la cui intensità e compiutezza, anche sul piano iconologico, non sarà mai raggiunta da Giorgione, lirico puro, in contemplazione di un paesaggio che non sembra toccato dalla creazione divina.
Di fronte a capolavori come questo, ma anche al San Sebastiano di Strasburgo o a idilli mitologici come Teseo e il Minotauro del Poldi Pezzoli, o al Sonno di Endimione di Parma, o alla purissima e incantata Incredulità di San Tommaso sotto un cielo di primavera nello spazio di una loggia aperta, Giorgione sembra un pittore intimidito, esitante, pieno di slanci, ma persino sgrammaticato, come appare nella pala di Castelfranco, poetica e incoerente, anche già al confronto con la precoce pala di Cima da Conegliano per Vicenza o con la turbinosa pala della Madonna dell’Orto.
Cima da Conegliano è un grande artista strutturato e compiuto, ben oltre le tante madonne con bambino, in opere solenni e monumentali come il San Pietro Martire della Pinacoteca di Brera e il grande e arioso polittico di San Fior di Sopra.
Ne aveva colto l’essenza Roberto Longhi, scrivendo del San Sebastiano di Strasburgo: «La sostanza del Cima, rusticità che si converte in classicità pretta, fa pensare a un canone misterioso da rammentarsi anche dopo quello di Policleto. Una figura che è come una torre d’avorio sull’alto cielo; lo sboccio lento delle spalle, l’interspazio tra torso e braccio, il panno fasciato liscio sui fianchi; quella freccia sola».
Il curatore della mostra di Conegliano, Giovanni C. F. Villa, aggiunge: «Partendo dunque da Antonello, mediato attraverso Alvise Vivarini e la statuaria di Tullio Lombardo, questo è il punto cui giunge il Cima».
Un punto molto alto che, nell’assoluto della luce, introduce a un mistero più grande e più difficile di quello di Giorgione.
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- Giovedì 11 Marzo 2010









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Il 11 Marzo 2010 alle 23:49 Cima da Conegliano, poeta dell’assoluto (tra figura umana e paesaggio) « Il Blog di Paolo Steffan ha scritto:
[...] fruitore con l’opera. Però voglio ricordare il recente intervento di Vittorio Sgarbi (cfr. Panorama.it, 11 marzo 2010), nel quale il critico osa, nella dialettica tra i due artisti, concludere che Cima arriva a [...]
Il 18 Marzo 2010 alle 12:46 Nuovi orizzonti per Cima da Conegliano – Gli ecomostri ecologici « Il Blog di Paolo Steffan ha scritto:
[...] Vittorio Sgarbi – interessatosi molto, con la visita alla mostra e con un bell’articolo su Panorama, di quella che è l’arte di Cima – si pronunciasse anche su queste cose (magari [...]
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