
di Marco Giovannini
«È stata l’unica volta nella mia vita in cui mi sono sentito orgoglioso di lavorare per Playboy invece che per il New York Times. Ero di fronte a un plotone di soldati americani diciannovenni insieme al capo della redazione di Baghdad del New York Times: quando ho detto che ero l’inviato di Playboy, sono diventato l’uomo del giorno»
Dall’esperienza di giornalista «embedded», cioè arruolato con la squadriglia di artificieri e sminatori americani, Mark Boal ha tratto lo spunto per un film, The Hurt Locker.
E oggi, cinque anni dopo, è fresco vincitore di due Oscar: per la sceneggiatura e come produttore della pellicola che ha dominato la premiazione 2010 con ben sei statuette.
Una delle quali storica: «Il momento è arrivato» ha commentato Barbra Streisand, cui era affidato il compito di premiare il miglior regista, sottolineando così che il premio alla regia per la prima volta in 82 anni era andato a una donna: Kathryn Bigelow.
Vincendo, Kathryn ha battuto James Cameron: non solo il regista del film-evento del 2009, Avatar (che si è fermato a tre Oscar), e uno dei suoi film-maker preferiti, ma anche suo ex marito.
Per rendere la vicenda gustosa al punto giusto manca solo un fatto: Mark Boal è il nuovo compagno di Kathryn.
Ecco spiegato l’entusiasmo dei tabloid per questi Oscar, anche se i soggetti del gossip volano alto: Bigelow è una ex pittrice, Boal è laureato in filosofia, Cameron è quasi uno scienziato. E se quest’ultimo fa film da 25 anni e lei da 20, il volto meno noto del triangolo è quello di Boal.
Mark è nato a New York, ha frequentato il prestigioso Oberlin college, ha cominciato a lavorare come giornalista al Budapest Sun, un giornale in ungherese e inglese destinato agli espatriati, per poi diventare popolare con una serie di inchieste sull’aumento della sorveglianza a scapito della privacy.
Poi, a soli 25 anni, è passato al Village Voice con una rubrica settimanale intitolata «The monitor». Quindi è stato invitato a scrivere di politica, tecnologia, crimine, cultura giovanile e droga da testate paladine della controcultura: Rolling Stones, Mother Jones, New York Observer.
La sua vita è cambiata l’11 settembre 2001 con l’attentato alle Torri gemelle. Boal viveva lì vicino. Racconta quel giorno con uno stile hard boiled:
«Ho perso amici, amici di amici, semplici conoscenti, o soltanto nomi sulla mia agenda di lavoro. C’erano tonnellate di cemento polverizzato mischiato con le ceneri di corpi umani in quelle giornate senza vento, mi sembrava di sentire il sapore della morte fino in gola. Chiamai il mio editore e proposi una storia. Un articolo mi portò terapeuticamente a un altro, mentre il paese si militarizzava e organizzava due invasioni. Improvvisamente mi sono ritrovato scrittore di guerra. E uno scrittore, proprio come un bambino, non sempre sceglie da sé gli eventi che lo formeranno»
Lo spunto per cominciare a occuparsi di soldati è stato Christian, un suo ex compagno di classe che prima si era arruolato nei marines e poi era diventato pompiere.
«Mi ha spinto lui a raccontare gli uomini in uniforme come sono davvero. Non è stato facile farsi mandare in Iraq: solo l’assicurazione contro i rapimenti costava 15 mila dollari. Non era un videogame né un romanzo di Ernest Heming way né un film di guerra: era tutto vero e pericoloso»
Al ritorno ha parlato del progetto a Bigelow e lei lo ha spinto a scrivere una sceneggiatura.
Dopo varie versioni, è stata sempre lei a trovargli un mentore, lo sceneggiatore John Logan, che gli ha dato un consiglio indimenticabile: «Prendi un coltello e pugnalati finché non avrai ucciso il giornalista che è in te».
Lui lo ha fatto metaforicamente con whisky e ghiaccio. E dopo tre giorni di sbronza ha scritto una nuova sceneggiatura. Ma alla fine c’è voluto un incidente per sistemare le cose.
Una caduta dalla moto con botta alla testa, tre mesi di convalescenza e Vicodin a pacchi grazie a cui è riuscito a guardare la sceneggiatura con occhi nuovi e giusti.
Girato nel 2007, The Hurt Locker è stato distribuito in America solo nel 2009 e in pochissimi cinema.
Ma il passaparola ne ha fatto uno dei più esaltati e premiati film dell’anno, fino ai sei Oscar e alla vendetta contro Cameron.
Con il successo sono arrivate le polemiche. Un sergente sostiene che il protagonista è ricalcato su di lui e chiede una valanga di soldi. Dice Boal:
«È un lavoro di finzione basato su fatti veri. Avrò intervistato oltre 100 soldati. Nel protagonista c’è anche il mio amico Christian»
Lui e Bigelow collaboreranno presto a un altro film «tosto», Triple frontier, storia di droga e contrabbando al confine fra Paraguay, Argentina e Brasile. Ora vivono insieme nella casa di lei, sulle colline di Hollywood, dividendosi due cani razza pastore tedesco.
Lei anche nel lavoro è più metodica, lui invece è «ancora un giornalista: scrivo quando capita, o quando serve, non ho una routine da scrittore, come mi piacerebbe».
La coppia è sulla bocca di tutti anche per un altro motivo: i 21 anni di differenza d’età. Mark ne ha 37, Kathryn 58. Fatto che a lei è valso l’arruolamento nella categoria di gran moda delle «cougar» (letteralmente pantere), le donne fatali di mezz’età che conquistano uomini più giovani.
Così la coppia Bigelow-Boal ha soppiantato i testimonial d’acciaio della categoria: Demi Moore e Ashton Kutcher, rispettivamente 47 e 32 anni.
Cameron, anche lui più giovane di Kathryn (ma solo di tre anni), e che dopo di lei si è sposato altre due volte (cinque in tutto), sembra invece avere finalmente trovato pace con Suzy Amis, 48 anni, una delle attrici di Titanic, con cui è sposato da 10 anni e ha tre figli.
- Martedì 16 Marzo 2010









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