
di Marco Capua
Era stato tale l’orrore che gli era piombato addosso, che sotto uno dei suoi Disastri della guerra Francisco de Goya y Lucientes (1746-1828) aveva scritto: «Non si può guardare».
Poi, in calce a tutta quella sua spaventosa serie di incisioni, come a dirci che lui aveva avuto coraggio, che non aveva abbassato lo sguardo, metterà: «Yo lo vi». Sì, tutto lo schifo del mondo, gli inermi sull’inutile via della fuga, i corpi fatti a pezzi, le donne violentate, le madri uccise, il sangue scuro sulla terra, «io l’ho visto».
Quando entri nella zona Goya devi essere pronto a ricevere tutto. Così come ha frugato nel lato oscuro dell’umanità, scandagliandone le tenebre e le paurose allucinazioni, questo genio totale ha saputo anche celebrare il piacere che pervade la vita, toccando con forza ogni vertebra sulla schiena dell’esistenza.
Gli occhi sbarrati di chi morendo fucilato apre le braccia prima di cadere sono magari gli stessi che hanno desiderato il florido seno della Maja desnuda.
Goya prediligeva tutto ciò che delizia i sensi: il profumo di un frutto come quello della pelle di una ragazza. Colui che ha messo alla gogna le superstizioni, irriso la mostruosità di un sabba stregonesco e demolito la tremenda ritualità dell’Inquisizione spagnola è l’amante della libertà che ha percepito anche la semplice bellezza di un tramonto, i riflessi di un tessuto, i giochi e i balli in una piazza.
Per un grande critico d’arte come Robert Hughes «vi sono artisti che hanno realizzato opere fondamentali per valutare ciò che noi stessi abbiamo portato a compimento. Essi hanno dato al proprio tempo un volto, o piuttosto mille volti. La loro esperienza tiene desta la nostra e può prenderla in contropiede con la sua intensità. Goya è uno di questi artisti».
Potrebbe essere questo il sottotesto della intelligente mostra che si apre nel Palazzo Reale di Milano con il titolo Goya e il mondo moderno (17 marzo-27 giugno, catalogo Skira).
Selezionate da Valeriano Bozal e Concepción Lomba, 184 pezzi, fra dipinti, disegni e incisioni, fanno esplodere le bombe innescate da Goya per vedere l’effetto che fanno accanto all’opera di ben 45 artisti, scelti a partire dai contemporanei del pittore aragonese.
Tra questi troverete i nomi di Eugène Delacroix, Gustave Courbet, Edouard Manet, Max Klinger, Georges Rouault, Emil Nolde, Ludwig Kirchner, Oskar Kokoschka, Paul Klee, Alberto Giacometti, Jackson Pollock, Willem de Kooning, Francis Bacon.
I temi individuati per registrare quell’onda d’urto sono lo scorrere del tempo sul volto degli uomini, la vita quotidiana, il comico e il grottesco che deformano il mondo, la violenza e infine il grido, il suono che traduce nella lingua dell’esistenzialismo moderno l’eredità goyesca.
Calcisticamente parlando, questa partita di Goya contro il resto del mondo comincia alla grande per lui, mentre per noi si mette subito male. Perché è dura anche solo pareggiare con uno che si autoritrae come fa nel 1815 il già anziano Francisco: carne tremula, carne vera.
Che infila poi una sequenza di ritratti da lasciarci secchi per quanta energia irradiano.
L’astro freddo del neoclassicismo tiene dentro di sé il proprio turbamento: se c’è ansia, è sotto il calco della forma.
A Jacques-Louis David è precluso guardare così in fondo. Ciò che è nero e stravagante ci terrorizza con Goya e finisce col farci sorridere nell’universo innocente di Juan Miró.
E se alla voce violenza quel gran pittore trova una creaturale, quanto disperata e impotente, compassione per tutte le vittime, il contraccolpo novecentesco risulta ideologico in Pablo Picasso e George Grosz, narcisisticamente nichilista in Salvador Dalí.
La teutonica retorica di un pur maestoso Anselm Kiefer è all’altezza dei lampi di visione che Goya gettò sulla terra desolata della sua Spagna? Di fronte alla radicalità di quel prototipo, noi contemporanei non siamo degli abilissimi simulatori?
Lasciamo stare, e guardatevi La lattaia di Bordeaux. Goya la dipinse nel 1826, mentre l’altro gigante sordo della cultura europea, Ludwig van Beethoven, aveva appena ideato la Nona sinfonia. Questo quadro è un piccolo Inno alla gioia.
- Martedì 16 Marzo 2010









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