

Runner sul Capo corso (credits:luiginter/flickr)
Lo scorso lunedì (15 marzo), con i 30 km dell’allenamento di domenica nelle gambe mi son trovato su La Repubblica l’articolo di Maurizio Ricci “Over 40, tutti atleti ma ad alto rischio” sui pericoli per la salute degli atleti amatori over 40 che eccedono: lesioni ai legamenti, ai tendini; ma anche gravi pericoli cardiovascolari.
A prima vista un intervento giusto e doveroso, che sottolinea quanto sia rischioso esagerare nel pretendere prestazioni e soprattutto quanto possa far male correre senza il controllo e il consiglio di un medico (ricordo, per chi non della faccenda, che per correre una maratona è necessario sottoporsi annualmente a una visita medico-sportiva approfondita che certifichi l’idoneità a questi sforzi).
Quel che mi ha disturbato però è stato leggere nelle parole di Ricci una valutazione quasi psicologica e sociologica degli sportivi attempati (quelli della fascia dei baby boomer) ai quali attribuisce un’interpretazione vitalistica dello sport,
che è una sorta di corrispettivo diurno del Viagra serale: la prova, quotidianamente ripetuta, della propria capacità, della propria forza. Non proprio della sua immortalità, ma, almeno, di unaefficienza permamente, immutabile.
Accidenti, ho pensato, forse siamo in una spirale autodistruttiva e non ce ne rendiamo conto? Forse ci stiamo prendendo troppo sul serio (”prendersi troppo sul serio“, come già ricordato, è fra le caratteristiche che rendono più noioso e difficile da sopportare un maratoneta accidentale).
Poi mi sono rilassato e mi son chiesto: ma chi, concretamente (a parte coloro che provano ad alzare la resistenza all’allenamento con qualche sostanza dopante, e sono pochissimi, almeno frai maratoneti accidentali) può permettersi di esagerare preparandosi a una maratona?
Intendo dire: se forzo nella preparazione non andrò mai avanti tanto, il corpo, i muscoli, i tendini, il cuore, i polmoni mi limitano, mi limitano anche nella possibilità di farmi male.
Se provo a fare le ripetute a 4 minuti al km invece che a 4,20, ho poco da esagerare: semplicemente non ce la faccio; al massimo farò la prima ma le altre dovrò farle più lente. Se decido di correre i 20 km dell’allenamento di domani a 4′,35″, le mie velleità andranno in fumo presto: al decimo km dovrò per forza rallentare se voglio arrivare alla fine. Figuriamoci poi quando la distanza sono i 42,195 della maratona.
Senza contare poi, che, fra le attitudini e la psicologia che sviluppa il maratoneta accidentale c’è anche una spiccata capacità di individuare e rispettare i propri limiti, capacità che fa parte dell’identità stessa del maratoneta accidentale.
Quindi - a parte forse le tendiniti, che spesso sottovalutiamo, per poi pagarle - credo si possa dire che il maratoneta accidentale sia per definizione capace di limitarsi, di fermarsi prima di farsi male, in allenamento e in gara.
Tornerò presto sul nostro rapporto con la medicina e, appunto, l’accettazione di limiti fisici e il declino. Insomma su ciò con cui secondo Ricci non sappiamo venire a patti.
- Sabato 20 Marzo 2010








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