
di Vittorio Sgarbi
A Gallarate apre il museo d’arte contemporanea, identificato con il solito acronimo scemo, oggi di gran moda: Maga.
È nella scia dei Maxxi, Mambo, Madre, Gnam, Mart, Mal e altri ridicoli nomignoli. Anzi Maga, nell’equivoco di un’arte come magia, come l’incantesimo di Alcina, non è dei peggiori. Per caso.
In compenso apre con una gran mostra, di sicuro successo, e di un grande italiano, Amedeo Modigliani. Che a Parigi diventa Modì.
Dunque Modì al Maga: uno slogan veloce per un museo nato intorno a un premio e a una tradizione artistica che lo dotano di un’importante collezione, quella di Silvio Zanella, la cui figlia, Emma, oggi opportunamente dirige il museo il cui consiglio è presieduto dal sensibile e curioso Angelo Crespi.
Davanti al museo è fiorito un altro, imprevedibile e spontaneo museo, di scultura esclusivamente: il cimitero monumentale, con opere assai notevoli di Adolfo Wildt, di Vittorio Tavernari e del leggendario Carlo Bonomi.
Modigliani è la scelta giusta per indicare il carattere di un museo che non crede al fanatismo delle avanguardie la cui origine è nel Futurismo. E, opportunamente, dopo l’anno delle celebrazioni del centenario futurista, Gallarate sceglie e propone il più grande artista classico e figurativo del Novecento, con disegni e dipinti selezionati da Beatrice Buscaroli, Claudio Strinati e la stessa Zanella.
La classicità moderna di Modigliani tiene insieme la tradizione italiana e il mondo nuovo che Pablo Picasso ha riconosciuto nelle maschere africane arrivate a Parigi e viste nella casa di Gertrude Stein. Proprio mentre nasce la disciplina dell’antropologia culturale, Picasso, Costantin Brancusi e Modigliani parlano questa nuova lingua, arricchita di energie sconosciute.
Ne aveva avuto la premonizione un altro maestro «primitivo», il Doganiere Rousseau (sulla stessa strada che avrebbe percorso Antonio Ligabue).
Ma Modigliani è il solo che riesce a trovare la sintesi fra i primitivi italiani, i grandi maestri senesi, soprattutto, come Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, il Sassetta, restituiti alla sensibilità moderna da Bernard Berenson, e i primitivi del mondo non occidentale, l’arte africana che inizia a conoscere e a studiare nella Parigi di inizio secolo.
Picasso apre, senza attenuare i contrasti fra le due culture, con Les demoiselles d’Avignon; ma è Modigliani che compone le dissonanze in un’armonia classica, apollinea.
L’ordine della sua mente, come si vede nel Nudo di donna in piedi, tre anni dopo le Demoiselles di Picasso, si estende fino ai confini più lontani, come le forme assolute degli idoli cicladici o dei kuroi arcaici.
Ogni segno di Modigliani sembra essere tracciato per la prima volta, senza rimandare al sapere che lo ha originato, senza citazioni, per una forza rigenerante. Nulla è dietro, tutto è dentro Modigliani, in una palingenesi spontanea.
Ragione, innocenza, stupore. E nessuna assenza di controllo, automatismo del segno, perché i disegni di Modigliani vengono dalla luce di una ragione senza ombre.
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- Mercoledì 24 Marzo 2010









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