
di Giancarlo De Cataldo
Quando, finita la quarantena della par condicio, i nostri schermi televisivi torneranno liberi, potremo condurre un interessante esperimento.
Potremo piazzarci davanti a uno dei tanti talk-show (indifferenti sigla e conduzione, il rito è sempre uguale a se stesso) e analizzare i duelli che vi si combattono alla luce del trattatello che Arthur Schopenhauer scrisse nel lontano 1830 e che ci è noto con il titolo L’arte di ottenere ragione (presto in edicola con Panorama).
Esso fornisce a chi voglia intraprendere una qualunque disputa dialettica 38 «stratagemmi»: si tratta di insegnamenti, quasi sempre sleali, ma comunque utilissimi, che chiunque può sfruttare al fine di ottenere la sospirata vittoria.
Qualche esempio. Tizio si appresta a mettere alle corde Caio, con un’affermazione inconfutabile. Caio lo previene. Interrompe, si sovrappone, lancia una battuta acida, invoca l’intervento del conduttore, sorride in modo beffardo, fa di tutto, insomma, per impedire che l’altro articoli il proprio pensiero.
Ebbene, Caio sta applicando alla lettera lo stratagemma numero 18 dell’Arte di ottenere ragione:
«Se ci accorgiamo che un avversario ha messo mano a un’argomentazione con cui ci batterà, non dobbiamo consentire che arrivi a portarla a termine, ma dobbiamo interrompere, allontanare o sviare per tempo l’andamento della disputa, e portarla su altre questioni»
Ancora. Tizio, politico, incalza con domande provocatorie Caio, suo rivale. Caio non gli fornisce alcuna risposta utile, anzi controbatte vigorosamente. Tizio allora, approfittando di una pausa, allarga le braccia e, con un sorriso a tutto campo, conclude trionfalmente: «Il mio avversario mi dà ragione, dunque, ho ragione». Non è vero, anzi quello gli ha decisamente dato torto, ma in questo genere di combattimento la verità è la cosa che meno importa.
Tizio si è semplicemente richiamato alla regola numero 14, o del tiro impertinente:
«Quando l’avversario ha risposto a molte domande senza favorire la conclusione che abbiamo in mente, si enuncia e si esclama in modo trionfante come dimostrata la conclusione che si voleva trarre… se l’avversario è timido, o sciocco, e se noi abbiamo una buona dose d’impertinenza e una buona voce, il tiro può riuscire proprio bene»
E, infine, Tizio, con pacatezza e buonsenso, sta massacrando Caio. La verità rischia di imporsi. Caio è sul punto di finire ko. Con un guizzo d’orgoglio, ribalta la situazione assalendo Tizio: «Lei è stato condannato con sentenza irrevocabile per furto». «Ah, sì? E lei è un miserabile, veste male, ha la forfora e nel gennaio dello scorso anno è stato sorpreso a fare le corna a un automobilista di passaggio, ne ho le prove, sono su Youtube, ecco il video, prego il conduttore di esibirlo, che tutti sappiano di che pasta è fatta la gente come lei!».
È la madre di tutte la fallacie, il re di ogni inganno, l’Ultimo stratagemma. Scrive Schopenhauer:
«Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente, e si attacchi in qualche modo la sua persona»
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- Mercoledì 31 Marzo 2010









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