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Slash: io sono il rock (e le vostre figlie mi amano)

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  • Tags: interviste, Musica, Panorama in edicola, personaggi, Slash
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slash:io sono il rock

«Ho 44 anni, ma è come se ne avessi vissuti 88, mi creda»

Non prende scorciatoie Slash per raccontare la sua vera storia. Quella di una vita vissuta nel nome del rock’n’roll fin dai tempi del biberon.

«Mamma Ola inventava costumi di scena per David Bowie, papà Anthony disegnava copertine per i dischi di Joni Mitchell e Neil Young. Quando divorziarono, io e Ola, senza una casa dove stare, iniziammo a girare l’America come vagabondi. Su un camper rosso, che cadeva a pezzi»

Con risultati inevitabili per la carriera scolastica di Saul Hudson (il suo vero nome):

«Mai aperto un libro, anche perché non ne ho mai comprato uno. Il mio unico ricordo da alunno è un professore hippy che portava la chitarra in classe e suonava i Led Zeppelin. Quando lo vidi, capii che cosa volevo fare da grande. Quell’intuizione mi ha salvato la vita»

Impossibile sostenere il contrario: in 25 anni di carriera Slash ha venduto 80 milioni di cd con i Guns N’Roses, ha sbancato le classifiche con i Velvet Revolver, è stato il chitarrista preferito di Michael Jackson, ha suonato con Stevie Wonder, Ray Charles e persino con Vasco Rossi (Il mondo che vorrei).

Ma ora punta ancora più in alto con Slash, il primo disco solista (in uscita ad aprile), con 14 brani interpretati da altrettanti cantanti famosi.

Tra gli altri, Fergie dei Black Eyed Peas, il principe delle tenebre, Ozzy Osbourne, e il re del punk, Iggy Pop, meglio noto come «Iguana».

«L’Iguana è immortale. Vive a 63 anni come se ne avesse 20. E dire che ha avuto più donne e bottiglie di whisky che pasti caldi» sottolinea ridendo. Parla proprio lui, verrebbe da dire. Lui che ha scelto queste parole per aprire il nuovo cd: «Uccidi i fantasmi che si annidano nella tua anima».

«Cocaina, eroina, crack, vodka, whisky e sesso selvaggio occasionale, anche di gruppo, sono solo alcuni dei demoni che ho dovuto uccidere per rimanere vivo. Adesso pecco meno di prima, ma non mi definirei un santo. Scrivendo la mia autobiografia ho ricostruito chi ero e che cosa avevo combinato.

Un giorno, mentre ero sotto la doccia strafatto, ebbi le allucinazioni. Sulla mia testa volava un Velociraptor con le fauci insanguinate. Corsi in strada nudo come un verme e fradicio. Mi caricarono a forza su una limousine per portarmi in un centro di disintossicazione, ma durante il tragitto trovai una bottiglia di vodka nel frigobar e me la scolai tutta. Fu un viaggio spaventoso negli abissi della mente»

Erano gli anni Novanta, quelli dei terribili Guns N’Roses.

«Uno dei più grandi gruppi della storia del rock. Vendevamo milioni di dischi e ogni settimana ci piovevano nelle tasche milioni di dollari. Il tutto in un crescendo di follia, tra eccessi di ogni tipo, televisori lanciati dal quarantesimo piano di un albergo e pillole per dormire che di solito i veterinari prescrivono agli animali di grossa taglia: ippopotami, elefanti…»

Un’orgia di sesso, droga e rock’n’roll che portò il gruppo a dissolversi in pochi anni.

«Dissoluzione con odio. Per molto tempo io e il cantante Axl ci siamo scarnificati a suon di dichiarazioni feroci sui giornali. Non ci rivolgiamo la parola dal 1994. Cercai di andare a casa sua per parlargli. Io ero ubriaco, lui non aprì nemmeno la porta. Il marchio Guns N’Roses è rimasto nelle sue mani ma, a parte Axl, dei vecchi membri non c’è più nessuno»

Non fu quello l’unico tentativo di timido riavvicinamento da parte di Slash:

«Una volta, andai a Las Vegas per vedere dal vivo i nuovi Guns. Venni placcato sulla porta da due guardaspalle. Con queste parole: “Tu sei l’unico str… non gradito a questo concerto. Vedi di girare gli stivali e di non farti più vedere”»

Quel che sorprende in una vita così spericolata è la presenza di una famiglia:

«Mia moglie, Perla, e i due bambini, London Emilio e Cash Anthony, mi tengono attaccato al mondo reale. Però, lo ripeto, sono cambiato tanto, ma non sono un santo e non sarò mai un marito o un padre da barbecue la domenica mattina»

Lo dice, scottato da una delle esperienze più imbarazzanti della sua vita:

«Il primo giorno di scuola di London Emilio l’ho accompagnato vestito da Slash, stivali neri, tuba nera, giacca di pelle nera e camicia di jeans. Lavata e stirata.

Varchiamo l’ingresso e tutti si spostano. Sorrido a qualche genitore ma fanno finta di non vedermi. Tendo la mano per presentarmi ma nessuno fa altrettanto. Tra me e me penso: “Ehi, ma io sono Slash e sono ricco almeno quanto voi”.

Allora, mi inserisco in un gruppo di incravattati con il gel nei capelli: “Io ho comprato le azioni di una miniera” dice uno. E l’altro: “La sauna del mio fitness club lascia la pelle profumata”. Fino a: “Voglio cambiare casa, nel mio quartiere ci sono troppi messicani”. Mi sento morire.

Accompagno London Emilio alla sua aula, lo consegno a una maestra con la faccia da cattiva stile Uma Thurman in Kill Bill e corro a casa dalle mie 104 chitarre»

Morale?

«All’avvocato o al manager che mi tiene a distanza schifato vorrei dire: “Guarda che per tua figlia quello fico sono io”. Qualche anno fa gliel’avrei sbattuto in faccia, ma oggi ho altri pensieri per la testa»

Diventa serio, abbassa la voce e si sfoga:

«I concerti dei Guns interrotti per rissa, le sbronze, le follie sotto effetto di droghe, il sesso senza controllo… Ecco che cosa ha costruito il mito di Slash. La buona musica ti fa scalare le classifiche, però quello che trasforma uno come me in una leggenda vivente è l’immagine da selvaggio spaccatutto. Un marchio che ti porti dietro per tutta la vita»

Gliel’aveva anticipato anche Michael Jackson, con cui ha più volte diviso il palco e lo studio di registrazione:

«Jacko diceva: “La gente ama od odia il personaggio inventato dai media. Che prendono spunto da un frammento di verità per costruire immaginari mostruosi. La persona reale, a quel punto, non esiste più. Concentrati sulla qualità della tua arte, è l’unica cosa che puoi controllare”»

Quanto a linciaggi mediatici, Jackson aveva una certa esperienza… Ricorda commosso Slash:

«Lo hanno torturato per anni. Suonare con lui, che mi adorava, è stato impagabile. Michael era un artista assoluto: autore, cantante, ballerino, coreografo e regista, il più grande talento dello show business. Un uomo costretto a vivere per 10 anni come un animale braccato. Poi lo hanno assolto da tutte le accuse. Ma era troppo tardi»

  • gianni.poglio
  • Venerdì 2 Aprile 2010

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