
Dovrà fare solo pochi passi il 12 aprile, quando traslocherà dal suo ufficio nella sede del New York Times sull’Ottava avenue al grattacielo della Condé Nast di Times square.
Ma di strada ne ha fatta parecchia Stefano Tonchi, 50 anni, se si pensa che solo nel 1994 ha abbandonato l’Italia e ora occupa una delle poltrone più importanti del giornalismo internazionale.
Se si parte dal liceo classico Forteguerri di Pistoia e si arriva alla poltrona di direttore del mensile americano W, quello con le copertine più ambite dalle dive globali, da Jennifer Aniston (nell’ultimo numero) a Megan Fox (nel penultimo), a Madonna e a tutte le altre prima.
E soprattutto se si pensa che il suo cammino è stato costellato di successi: sei anni fa Tonchi ha creato T, il periodico del New York Times dedicato a tutto quello che fa tendenza, che nel 2008 ha vinto il premio di magazine dell’anno della Society of publication designers. La stessa onorificenza che ha vinto nel 2001 Esquire, di cui lui era direttore creativo.
È quindi inevitabile che Tonchi in questi giorni pensi ai corsi e ai ricorsi della vita.
«La creazione di T è derivata anche dall’applicazione delle lezioni di D della Repubblica. T a sua volta ha ispirato svariate altre testate, penso per esempio a T del Telegraph o M di Le Monde o Wsj del Wall Street Journal. E non mi avrebbero forse mai preso al New York Times, se la mia formazione non fosse affondata in un’educazione classica italiana, che mi ha portato per esempio a curare libri che indagano l’intersezione fra arte, moda e cultura»
Così dice a Panorama con intatto accento toscano Tonchi.
Il quale fra i suoi volumi ha pure Uniform: order and disorder, nato da una mostra figlia di Pitti immagine a Firenze e del museo P.S.1 a New York, curata insieme con un gruppo di autori che include Francesco Bonami, caro amico e altro esule famoso, che ora cura la Biennale al Whitney Museum. O Excess, con Maria Luisa Frisa, che rivisitava gli anni Ottanta quando ancora nessuno si era curato di farlo.
«Al di là del problema della lingua, essere italiano negli Stati Uniti aiuta perché ti viene riconosciuto un senso dello stile che per te è naturale, perché ce l’hai nel dna: in un paio di categorie, nella moda e nella cucina, abbiamo ancora un piccolo vantaggio»
Gli hanno offerto varie volte di tornare in Italia, ma lui ha sempre rifiutato, perché la sua casa e la sua famiglia ormai sono a New York dove ha anche lavorato come direttore creativo della catena di negozi J. Crew, quelli preferiti ora da Michelle Obama.
«Ma io non sono tra quanti pensano che il merito venga premiato solo all’estero. Se fossi rimasto in Italia avrei avuto lo stesso una carriera soddisfacente, credo»
In fondo il nuovo incarico è già un ritorno: in Conde Nast ha cominciato a lavorare, prima come redattore di Uomo Vogue in Italia e poi come collaboratore a Vogue e Glamour e altre testate del gruppo.
«Certo che ora c’è la crisi, però credo fermamente nel valore del giornalismo su carta e nella magia delle parole e delle immagini stampate. I periodici avranno lunga vita perché assolvono un compito di sintesi che internet non può soddisfare»
Il suo progetto è rendere W più accessibile:
«È una testata nata nella moda intesa in senso stretto, ora anche questo è cambiato. La moda è molto di meno ma anche molto di più, e ha invaso tutto. Ci sono l’architettura, l’arte e il design alla moda e io voglio che di questo si occupi W»
- Martedì 6 Aprile 2010









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