

Particolare della copertina di Michael W. Austin (a cura di), Running & Philosphy, Blackwell
A poche ore dalla maratona di Milano (domenica 11 aprile, partenza da Fiera-Rho, ore 9,20), come sempre prima di una maratona è soprattutto l’ansia a segnare l’attesa.
Be’, chi ha corso una maratona conosce l’atmosfera e lo stato d’animo. Nel mio caso, però, pur essendo la decima vigilia, l’ansia è particolarmente forte.
Non credo sia una questione di cifra tonda (10 maratone in 4 anni sono comunque un buon capitale ma dovrebbero più che altro contribuire a lasciarmi tranquillo, non più agitato).
Credo invece sia una questione affettiva: vale a dire, questa è la prima maratona che corro da solo.
Intendo dire senza un amico, compagno di corsa o chi altri, con il quale condividere la vigilia, i pasti con sovradosaggi di pasta del giorno prima, la passeggiata al marathon village per il ritiro del pacco gara e del pettorale e del chip.
Senza una persona con la quale arrivare alla linea di partenza, con la quale scambiare le sensazioni di tensione e esaltazione dei minuti interminabili che precedono lo sparo. Sì, insomma, mi mancano queste cose, affettivamente e anche come esercizio per esorcizzare l’attesa.
E in queste ore comincio anche a ripensare all’idea che in questi anni mi son fatto della pratica della corsa lunga, dell’allenamento e della gara-maratona come attività prevalentemente individuale, solitaria.
Anche se spesso, specialmente nei fine settimana, negli allenamenti lunghi, corro con altre persone, non mi spiace affatto correre da solo, con tutto quello che la corsa in solitudine comporta come conoscenza di se stessi e di percezione del mondo. Spesso ho anche sostenuto che la corsa in solitudine sia più ricca di quella in compagnia, almeno in alcuni periodi.
Ed ecco che in queste ore, invece, la solitudine mi pesa, suscita dubbi forti.
Anche se so che dalla prossima settimana riprenderanno le corse con altri, la partenza in solitudine a questa maratona mi sembra sia un’occasione mancata.
Insomma, il maratoneta accidentale fino a che punto è in grado e capace di vivere la corsa in solitudine?
Considerato anche il fatto che, nei momenti più duri e difficili, quando le forze ti stanno lasciando, ti viene già facile sentirti solo, mi viene da pensare che quindi, forse, non è il caso di accentuare questa tendenza a tagliarsi fuori. No?
Sul tema, più del citatissimo
- Alan Sillitoe con il suo The lonliness of the long distance runner ( La solitudine del maratoneta, Minimum Fax, anche se poi il protagonista del racconto non è un maratoneta ma un ragazzo che corre campestri piuttosto brevi e veloci)
- un buon riferimento per le riflessioni sulla solitudine e la corsa è il libro del romanziere giapponese e maratoneta Murakami Haruki, L’arte di correre, Einaudi)
- e il secondo saggio del libro (anche questo già citato qualche settimana fa) - Michael W. Austin ( a cura di), Running & Philosphy - a marathon for the mind - Blackwell; il secondo saggio, dicevo, scritto dal curatore è proprio sulla corsa e l’amicizia e la solitudine. E Aristotele.
- Venerdì 9 Aprile 2010









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Il 19 Aprile 2010 alle 10:03 Panorama CULT 16 aprile 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:
[...] La Maratona di Milano e la solitudine della corsa [...]
Il 24 Aprile 2010 alle 15:34 La maratona non perdona. Specialmente presunzione e superficialità - Cultura e societa - Panorama.it ha scritto:
[...] e eloquente - che la maratona non perdona: non ha senso affrontarla con allenamento improvvisato e motivazione che vacilla. La maratona è un evento in cui si dovrebbe correre, non un evento in cui si cammina: e io ho [...]
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