

Alle 9 del mattino Miguel Bosé è già sveglio da 4 ore: voce squillante, risposta pronta, adrenalina a mille.
Tutta colpa dell’insonnia cronica che lo attanaglia da anni, ma anche della fattoria-zoo che circonda la sua nuova casa madrilena: 17 cani, una decina di gatti, polli e galline a volontà. Che sfama personalmente al sorgere del sole.
E non per questioni di linea, giura:
«Nutrire gli esseri viventi di cui mi prendo cura è un bel modo di iniziare la giornata. E poi mi ero stufato di mangiare uova e polli arrosto senza sapore, così ho deciso di arrangiarmi da solo. Voglio solo alimentarmi in modo sano, tra la pastasciutta e Photoshop ho da tempo scelto il secondo. Perché mortificare il palato quando con un colpo di mouse si può tranquillamente eliminare una taglia?»
Cinquantaquattro anni da pochi giorni (il 3 aprile), 20 milioni di dischi venduti e un nuovo album che gli sta regalando soddisfazioni ancor prima di arrivare nei negozi:
«Ebbene sì, a una settimana dall’uscita (il 16 aprile, ndr) Cardio è già disco di platino in Italia. Un’altra grande prova d’amore nei miei confronti. Grazie davvero. Jovanotti mi ha aiutato nella stesura del testo di Per te, il singolo in italiano. Fra noi due c’è da anni un’amicizia spettacolare, ma anche una grande stima reciproca: Lorenzo è il più grande poeta urbano dei nostri tempi. E un grande uomo, quando l’ho chiamato per il grande concerto in piazza all’Avana, lo scorso settembre, non ha esitato un istante a partecipare»
- Miguel Bosé, il ritorno di un cantante di culto
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Lei le classifiche italiane ha iniziato a frequentarle più di trent’anni fa con «Anna», «Super superman», «Olympic games», «Bravi ragazzi»…
Che tenerezza! Ogni tanto riguardo le copertine di quei dischi con la faccia da ragazzino, le maniche della maglietta arrotolate, i jeans a vita alta, e mi commuovo. Quelle canzoni e quell’immagine mi hanno dato molto, ma a un certo punto stavo affogando in un personaggio che non mi rappresentava più. E allora l’ho ucciso. Ovviamente ne ho pagato il prezzo. Un prezzo molto salato perché mi ha fatto scomparire per 10 anni dalle classifiche dei paesi che mi hanno amato maggiormente dall’inizio. Italia compresa.
In che senso ha ucciso il suo vecchio personaggio?
La ribellione è scattata nel 1984, quando ho inciso un disco, Bandido, che non c’entrava niente con i precedenti. Un album rock, sperimentale, quasi da intellettuale, con il codino biondo e la barba sfatta. Non ha avuto alcun successo, ma senza quella svolta radicale oggi non sarei qui. L’unico che a quei tempi aveva intuito quanto avessi bisogno di rompere i vecchi schemi è stato Roberto Colombo, un musicista e produttore italiano che non ringrazierò mai abbastanza. Se non avessi cambiato strada, avrei abbandonato per sempre la musica. Ecco perché, nonostante il flop, Bandido mi ha salvato la vita e la carriera. E ha messo fine allo stereotipo del bel ragazzino con lo sguardo triste e fiero. Anche perché gli occhi sempre socchiusi e la mascella tesa erano in realtà una scelta obbligata. Altro che macho.
Confessi tutto.
Quell’espressione era figlia di una forte miopia. Non vedevo nulla e stringevo gli occhi per cercare di mettere a fuoco qualcosa. In tv era il panico assoluto: non capivo mai dov’erano le telecamere. Per fortuna, qualche anno fa, mi sono sottoposto a un’operazione che si è rivelata risolutiva.

La copertina del nuovo CD, "Cardio"
Pochi sanno che lei ha avuto un ruolo in «Suspiria», un classico dell’horror diretto da Dario Argento…
Lavorare con Dario non è esperienza che si dimentica. Durante le riprese venne cacciato in malomodo dall’albergo che ospitava il cast e la troupe. Il motivo? Dalla sua stanza usciva un odore insopportabile, come se all’interno ci fosse qualcosa in putrefazione. Per forza, aveva nascosto una carcassa d’animale piena di vermi nella vasca da bagno. Gli stessi vermi che poi fece cadere in testa a me e ad Alida Valli in una sequenza del film. Noi eravamo terrorizzati, invece lui rideva felice come un bambino.
Pioggia di vermi per Argento, tacchi a spillo e gonne per Pedro Almodóvar. A lei i registi non chiedono mai niente di normale?
Evidentemente ispiro ruoli bizzarri. Fare la donna per Almodóvar è stato difficilissimo. Avevo ai piedi 18 centimetri di tacchi. All’inizio mi muovevo con una grazia degna della sorella di Frankenstein. Col passare dei giorni ho acquisito una certa grazia femminile, tranne che nei movimenti delle mani. Era tutto perfetto ma, appena mi mettevo a gesticolare, veniva fuori tutta la mascolinità. Le mani non mentono. Però me la sono cavata bene nei panni dell’altro sesso, anche perché io sono stato cresciuto da sette donne.
Si dice che la copertina di «Milano-Madrid», il suo disco del 1983, sia stata realizzata da Andy Warhol in persona.
È stata un’idea di Bianca Jagger (l’ex moglie del leader dei Rolling Stones, Mick, ndr) che ha convinto Warhol a mettersi al lavoro per il mio disco. Quel che ricordo è una settimana totalmente folle, con Warhol che mi girava intorno giorno e notte per immortalare i miei lineamenti. Mi guardava e poi si metteva a disegnare come in preda a una visione. Di personaggi strani ne ho incrociati, ma come lui nessuno. Ai tempi era difficile trovare qualcuno che mettesse in discussione il suo lavoro, perché in un certo mondo modaiolo e frivolo era lui a dettare la linea. Lo faceva attraverso Interview, una rivista che aveva creato con altri artisti. Credo abbia disegnato il mio volto almeno 60 volte. Adesso quei bozzetti sono sparsi nelle case dei vari collezionisti innamorati della Pop art. Chissà quanto li hanno pagati.
Le è mai capitato di riguardare le coreografie dei balletti con cui accompagnava in quegli anni i suoi primi successi discografici?
Dopo un abbondante bicchiere di whisky, sì. E ho riso fino alle lacrime. Allora mi sentivo all’avanguardia. Oggi quel modo di andare in tv e di cantare in playback sembra archeologia. Così come lo sembrano i vestiti, le luci e tutto il resto. Ci sono dei passi della coreografia di Super superman in cui sembro un fenicottero zoppo. Alzavo il tacco del piede fino al gluteo e poi lo abbassavo repentinamente. Un movimento altamente comico, eppure allora ne ero orgoglioso.

Miguel Bosé, il ritorno di un cantante di culto
Essere considerato un sex symbol è…
Un grande vantaggio per chi non si accontenta. L’avvenenza aiuta, ma prima o poi qualche talento bisogna mostrarlo. E, quando esci dall’effimero ed entri nel mondo delle capacità reali, ti rendi conto che se uno ha successo da trent’anni vuol dire che ha gli attributi ed è molto, molto capace.
Non le sarà sfuggito che anche lei ha trent’anni di carriera alle spalle…
Certo che no. Ma dei miei eventuali meriti artistici preferisco che parlino gli altri. Il merito che mi attribuisco è essere riuscito a domare quella tigre scatenata che è la vita. Me la sono cavata con qualche graffio qua e là, niente di più. Adesso posso dire che davanti ai bivii cruciali ho sempre preso la strada giusta. Quella che ha preservato la mia salute e la mia integrità mentale.
- Martedì 13 Aprile 2010









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