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Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Federico Fellini sul set de Il Generale della Rovere, 1958 - © William Klein
Alla conferenza stampa si presenta in ritardo, ma non sono capricci da star, solo gli acciacchi dell’età. È un vecchio signore dai tratti eleganti e lo sguardo sereno.
È famoso, William Klein. Come le sue immagini, già uscite in un libro pubblicato da Feltrinelli nel 1958 e ora in mostra a Roma, ai Mercati di Traiano, con “William Klein, Roma - fotografie 1956-1960“, aperta fino al 25 luglio.
Pittore, regista, artista rivoluzionario, autore fondamentale nella storia della fotografia. Racconta di quando, nel 1956, arrivò a Roma per fare da assistente a Fellini che stava girando Le notti di Cabiria. L’inizio delle riprese non era mai puntuale e lui ne approfittava per fotografare la città.
“Questo libro su Roma è stato per me un test per vedere se con la fotografia riuscivo a dire qualcosa di significativo. Prima non avevo l’esperienza”.
Prima aveva semplicemente fatto un altro libro - Life is Good and Good for You in New York - una specie di bomba che cambiò profondamente il linguaggio fotografico.
Il lavoro su New York, spiega, era autobiografico. New York era la sua città, la conosceva bene.
Roma, invece, fu un colpo di fulmine. Era affascinato dalla gente, dalla luce, dall’atmosfera. La città viveva allora un’epoca straordinaria, estremamente creativa. C’era un concentrato di gente del cinema, artisti, scrittori. Più che in qualsiasi altro posto.
Scorrendo le grandi stampe della mostra non è difficile farsene un’idea. Basta una foto scattata sul set del “Generale della Rovere” dove Rossellini, che stava girando quel film, chiacchiera sorridente con De Sica e Fellini.
Ma c’è anche molta gente comune nelle sue foto. Un vero trattato di sociologia. Gente in Vespa e in Lambretta, soldati, gruppi che festeggiano matrimoni e prime comunioni, bagnanti a Ostia.
Gente che oggi non si potrebbe fotografare più, dice Klein accennando al problema della privacy.
“Oggi le persone si comportano come gli africani quando temevano che la fotografia gli rubasse l’anima”.
È l’unico rimpianto del suo discorso, per il resto la passione sembra intatta. Sorprendentemente intatta. Alla fine estrae dalla tasca la sua Leica e si mette a fotografare i giornalisti. La fotografia resta sempre passione, a quanto pare.
- Mercoledì 14 Aprile 2010









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