
L’arredamento dell’ufficio è di quelli che una volta si sarebbe definito «shabby chic»: le piastrelle bianche alle pareti vengono da una stazione della metropolitana, le lampade al neon forse da un ospedale, poi persiane gialle a riscaldare un divano di velluto sdrucito.
Come nei suoi locali, anche qui Keith McNally, re dei ristoranti di New York, non ha trascurato neppure un particolare, pur facendo finta di non curarsi delle apparenze. La stessa noncuranza con cui il più famoso ristoratore di New York tratta al telefono il vecchio amico Ian Schrager, creatore dello Studio 54 e ora albergatore, che lo ha appena chiamato:
«Ian, sei stato molto carino a dare quella dichiarazione su di me al giornale. Quando vieni a mangiare nel nuovo ristorante, domani? Non puoi? Dopodomani, allora: okay, ti aspetto alle 13.30, saluta tua moglie»
McNally mette giù e appunta il nome di Schrager. Poi esamina i tabulati che ha davanti, una lista dei suoi clienti vip, quelli che hanno in agenda il numero telefonico segreto che permette una prenotazione immediata nei ristoranti dove ai comuni mortali è riservata solo una lunga lista d’attesa.
Sull’elenco, vero catalogo di quelli che contano a New York, ogni nome è affiancato da un codice di importanza simile a quello dei fondi di investimento. Anche chi ha il numero segreto spesso non sa che se il suo codice è A non avrà gli stessi privilegi di chi è tripla A: una quindicina di clienti in tutto, fra cui Anna Wintour, direttore di Vogue.
A decidere delle sorti di ognuno sarà sempre «l’autore di ristoranti», come lo ha definito New York magazine, dedicandogli un ritratto sterminato che McNally sostiene di non avere letto: «Mia moglie mi ha declamato alcuni brani, leggere di me stesso è troppo doloroso».
I suoi locali non si limitano ad avere successo, finiscono per diventare l’icona di un’era newyorkese.
Arrivato a Manhattan da Londra, dove è nato, McNally ha cominciato negli anni Ottanta con Café Luxembourg e Odeon, il ristorante di Tribeca che fece da sfondo alle scorribande a base di coca e sesso dei personaggi raccontati da Jay McInerney nel romanzo Le mille luci di New York. Poi ha ripetuto più volte l’impresa.
Ha creato Nell, per 18 anni uno dei club simbolo della città. Ha reinventato la brasserie parigina con Pastis e Balthazar. Ha ravvivato il falò delle vanità con Minetta Tavern, dove ogni sera si ritrovano attori e finanzieri per mangiare il migliore hamburger della città.
E ora sta per aprire Pulino’s, pizzeria con forno a legna. La New York che conta sta facendo a gomitate per salire sul nuovo palcoscenico sociogastronomico.
«Odio le pubbliche relazioni, non me ne occupo: conosco questa gente, però non mi mescolo a loro» dice prima di parlare al telefono con il manager di Pulino’s di una cliente importante, ma difficile: «Bisogna essere sicuri che sia al tavolo alle 6.30, scrivi un’email e dille che se arriva anche solo poco dopo non la faremo sedere, ma prima di mandarla fammi vedere cosa hai scritto» dice McNally. C’è il pubblicitario che cancella sempre le prenotazioni e tratta male i camerieri: «Retrocediamolo, da due A a una soltanto. Anzi, escludiamolo del tutto da Minetta».
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- Giovedì 22 Aprile 2010









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