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AAA Nuovo Italo Zannier cercasi: che fine hanno fatto gli esperti di fotografia?

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  • Tags: Fondazione Bevilacqua La Masa, fotografia, Italo Zannier, mostre
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Nino Migliori "Il tuffatore" 1951 Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier

Nino Migliori "Il tuffatore" 1951 Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier

È un amore viscerale per le immagini, quello di Italo Zannier. Studioso di fotografia e titolare nel 1960 del primo corso universitario in Italia su questo argomento.

Durante la sua vita - oggi ha 78 anni - ha raccolto con passione maniacale libri fotografici, dépliant, cataloghi di mostre, inviti e migliaia di stampe.

Un archivio (di “valore inestimabile”, come dice lui stesso) che è stato acquisito nel 2007 dalla Fondazione di Venezia e sarà esposto fino al 18 luglio, con un’ampia selezione, nella mostra «Il furore delle immagini» nella sede di Piazza San Marco della Fondazione Bevilacqua La Masa.

Autore non identificato, Ritratto di due giovani uomini. Ambrotipo
Carlo Naya “Venezia al chiaro di luna” 1870 ca. Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier
Autore non identificato. Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier
Nino Migliori “Il tuffatore” 1951 Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier

Italo Zannier, Venezia, 1952.
Giuseppe Palmas, Magni e Bartali, 1951
Mario Carbone, senza titolo, 1960. Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier
Paolo Monti, Venezia. L’angelo della morte, 1963.

Stefano Robino, Il nonno.
Tazio Secchiaroli. Federico Fellini sul set di “8 e mezzo”, 1963 Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier
Tazio Secchiaroli “Sofia Loren vista da Richard Avedon”, 1966. Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier
Franco Fontana “Landscape” 1985 Collezione della Fondazione di Venezia - Archivio Italo Zannier


Sono fotografie rare e inedite - come “Venezia al chiaro di luna”  di Carlo Naya, del 1870 - e altre più comuni.

Una gondola assediata dall’inquinamento ripresa da un giovane Giorgio Lotti, gli esperimenti di Paolo Gioli, una foto di piazza Fontana dopo un bombardamento scattata nel 1943 da Vincenzo Carrese, una rara immagine panoramica di Tazio Secchiaroli e una meno rara di Fellini dello stesso autore.

E poi il “tuffatore” di Nino Migliori, un cercatore di tartufi di Pepi Merisio e il Friuli prima del terremoto del 1976 documentato dallo stesso Zannier, che in quegli anni era anche fotografo.

I soliti Giacomelli, Colombo, Fontana, Roiter e il solito ritratto di Calvino della solita Elisabetta Catalano.

Le foto sono scarabocchiate, a volte sgualcite, usate come oggetti di lavoro. Zannier - che ha scritto più di cinquecento articoli e oltre centotrenta tra volumi e fotolibri - rifiuta con determinazione di essere definito un collezionista. Ha sempre concepito la fotografia come un modo per raccontare. Come la parola, come altre forme di comunicazione.

Già nel 1972 diceva:

”La fotografia è un linguaggio, prima ancora di essere una tecnica o un’arte, che gode della più ampia e autonoma capacità comunicativa, con leggi grammaticali e sintattiche che lo caratterizzano e differenziano da altri media espressivi…”.

E lui le fotografie le ha fatte, studiate, divulgate, criticate, catalogate.

Giuseppe Palmas, Magni e Bartali, 1951

Giuseppe Palmas, Magni e Bartali, 1951

Ma questo è il passato. E adesso? Chi sta scrivendo la storia della fotografia italiana di oggi? Chi ci fa conoscere gli autori delle immagini che vediamo nei giornali, nei manifesti pubblicitari, nel web?

Ritrattisti come Gerald Bruneau, Luciano Viti, Fabio Lovino. Fotografi di poeti e scrittori come Basso Cannarsa, Leonardo Cendamo, Giovanni Giovannetti. Reporter come Camilla Morandi, Cosima Scavolini, Daniele La Malfa che testimoniano la vita degli studi televisivi.

Francesco Garufi, Augusto Casasoli, Antonio Scattolon che ritraggono senatori, deputati e portaborse vari, continuando il lavoro di altri fotografi tanto importanti quanto sconosciuti come Vezio Sabatini, Franco Fiori e Antonia Cesareo. Carlo Carino che ci mostra le facce dei protagonisti del mondo dell’economia.

Chi ci racconta il loro stile, la loro vita, il loro mestiere?

Chi sa che la maggior parte delle fotografie di scena del cinema italiano sono scattate da professionisti che si chiamano Angelo Turetta e Piero Marsili? Che un signore veneziano, Graziano Arici, ritrae da anni i personaggi del mondo artistico internazionale e che Riccardo Musacchio e Marco Caselli vivono fotografando i personaggi della musica classica?

Sappiamo che le paparazzate, che spesso raccontano i protagonisti di questo secolo meglio di tanti asettici servizi posati, sono realizzate da Massimo Sestini, Salvo La Fata, Riccardo Frezza?
Che le foto più efficaci e creative delle gare di nuoto sono firmate Massimo Lovati e che Giancarlo Colombo fotografa l’atletica leggera meglio di chiunque altro?

Chi ci dice che Carlo Carletti e Flavio Bandiera sono ingaggiati in tutto il mondo per realizzare reportage di matrimonio, mentre dalle nostre parti ancora snobbiamo questo genere fotografico credendo che ”coprire” un congresso di partito sia più dignitoso?

Conosciamo professionisti come Stefano Rellandini e Luca Bruno targati Reuters e AP abituati a coprire la guerra, lo sport, la grande attualità, rispettando gli stretti tempi delle news senza tanti discorsi retorici sull’ormai inflazionato reportage d’autore che sempre meno ha a che vedere con l’informazione?

E qualcuno si occupa di tutti coloro che, pur non avendo la patente di professionisti, stanno diventando i nuovi autori della fotografia contemporanea? Dai fotoamatori evoluti alla mia vecchia zia, che ha solo il merito di possedere un cameraphone.

Viene da chiedersi se chi gestisce la cultura in questo paese si occuperà finalmente in modo organico della fotografia.

O dobbiamo sperare nella buona volontà di un nuovo Zannier? E magari anche nella saggezza delle nonne?

La sua, Lucia, quando lo vedeva leggere troppo a lungo, gli diceva

“No sta lej mase, co tu deventis stupit” (Non leggere troppo, che diventi stupido)

Forse anche per questo, già da bambino, fu tanto attratto dalle immagini. Chissà cosa dicono ai nipoti le nonne di oggi?

  • marcello.mencarini
  • Giovedì 29 Aprile 2010

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