

«Per entrare nei Depeche Mode ho mentito. Cercavano un tastierista al massimo di 21 anni e io ne avevo quasi 23. Così, come una modella troppo vecchia per sfilare, barai sull’età. Lo scoprirono molto più tardi, ma ormai il posto era mio»
Alan Wilder non lo dice apertamente, ma è stata quella piccola menzogna a salvare la carriera della band elettronica più popolare del mondo.
Che, abbandonata in fretta e furia da Vincent Clarke, l’uomo che aveva scritto buona parte delle canzoni del primo leggendario disco del gruppo, ha rischiato di sciogliersi prima di consolidare il successo.
Era il 1982 e Wilder, nel suo curriculum, aveva qualche «tutto esaurito» nei pub della zona ovest di Londra. Li riempiva con una bizzarra band chiamata Cloaca:
«A dire il vero, non è che si guadagnasse tanto con i Cloaca. Per arrotondare facevo anche il cameriere in uno studio di registrazione»
Un lavoro abbandonato un attimo dopo l’assunzione nei Depeche.
Dove è rimasto fino al 1995, quando, con un comunicato gelido come una colonna della Pravda, annunciò l’uscita dal gruppo per insanabili divergenze musicali e personali.
Ma siccome la regola più importante del music business è che nessuna rottura è definitiva, il 27 febbraio scorso è andato in scena il primo atto della riconciliazione.
«Dave Gahan (il leader dei Depeche, ndr) mi ha mandato un sms di sei parole: “Vuoi suonare con noi a Londra?”. Ho accettato e, fino a un’ora prima dello spettacolo, la mia posizione era: che c’è di male? Ogni tanto è piacevole rivedere i vecchi compagni di classe e ricordare i disastri delle gite scolastiche. Mi sbagliavo. L’accoglienza dei ragazzi sul palco e soprattutto quella del pubblico mi hanno fatto venire la nostalgia. Adesso non vedo l’ora di rifarlo»
Quello che Wilder finge di non ricordare, oppure ha rimosso, è che gli anni nei Depeche Mode non sono stati una gita e nemmeno una vacanza. Il prezzo da pagare per avere soldi e fama è stato piuttosto salato.
«Nell’ultimo tour che abbiamo fatto insieme si sono materializzati tutti i mostri che ci portavamo dentro da anni.
Dave Gahan, strafatto di qualsiasi polvere, parlava con un pupazzo gigante a forma di coniglio e s’incrinava un paio di costole a show cadendo dal palco. Martin Gore era perso nel suo limbo e Andy Fletcher oscillava fra l’isteria e la depressione acuta.
Io, che ero il salutista della band, mi sbronzavo tutte le sere. Per di più ero insoddisfatto perché mi sembrava che il mio lavoro non fosse adeguatamente apprezzato.
All’inizio facevo molte più cose di quelle che avrei dovuto per il bene della squadra, poi mi sono accorto che spesso ero anche l’unico a scendere in campo mentre gli altri erano indaffarati a farsi del male.
Oggi, com’è ovvio, questo delirio non esiste più. I ragazzi hanno scelto di vivere e di godersi la fortuna di avere realizzato tutti i loro sogni»
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- Mercoledì 5 Maggio 2010









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