
di Marco Di Capua
«Sfrutto la mafia, come Roberto Saviano ha sfruttato la camorra. Prendere quel fenomeno, denunciarlo e sfruttarlo» dice a Panorama Vittorio Sgarbi.
L’11 maggio, il critico e sindaco di Salemi inaugura nella cittadina siciliana, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il nuovo Museo della mafia.
L’ha dedicato allo scrittore Leonardo Sciascia.
Sgarbi, com’è nata l’idea?
«Da un iniziale desiderio di Francesca Traclò, della Fondazione Rosselli. La cosa fu pensata per Corleone, con una titolazione che era un misto d’ipocrisia e paura: Centro di documentazione per la lotta alla mafia, una roba che solo il nome…»
Lei invece?
«Nel 2008 ho elaborato quel progetto in una chiave diversa, che parte da un mio convincimento, e cioè che l’azione della magistratura ha demolito la mafia come sistema. Certo, c’è il gesto criminale di singoli individui, ma qui non è più come in Campania. L’ispirazione è quella del Museo dell’Olocausto: i martiri della mafia come i martiri del nazismo. Così ho insistito molto per chiamarlo museo, nella prospettiva ardita che una cosa che sta in un museo è morta»
Posizione non popolarissima ma che può funzionare, come un pensiero che anticipa la realtà.
«Me lo auguro. Comunque non credo in quella sorta di fatalismo che ripete: la mafia non morirà mai, la mafia è dentro di noi. Cos’è, una condizione ontologica?»
Entrando nel museo, nel Collegio dei gesuiti, cosa troveremo?
«Il logo ideato da Toscani»
Una Sicilia rossa e gocciolante…
«Esatto. Le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, circa 200 prime pagine dei giornali e fotografie indimenticabili. Ci saranno i filmati che hanno montato i nostri giovani, coordinati da Nicolas Ballario, dove s’intreccia lo stragismo agli animali uccisi nei mattatoi con un’intensità che ti fa venire in mente Rembrandt. E poi c’è Inzerillo»
Breve scheda: Cesare Inzerillo, artista e scenografo palermitano, classe 1971. Dunque, Inzerillo…
«Presenta dieci cabine, simili a quelle elettorali, in cui affronta i temi fondamentali legati alla mafia. Lo fa in un modo formidabile, senza traccia di retorica, con questo suo teatro delle spoglie che da un lato ricorda le catacombe dei cappuccini, dall’altro la classe morta di Tadeusz Kantor»
Lo conosciamo, ha la forza per sostenere una biennale.
«Infatti lo portiamo al Padiglione Italia. Piuttosto che vedere giochetti inutili, con lui assisti a una storia appassionante. Tutto il museo è congegnato per immergere il visitatore in uno straordinario processo emotivo. Hai la sensazione di un autentico disagio»
L’arte come flusso multisensoriale antimafia?
«E come efficace comunicazione. Voglio creare un racconto». Presentate il lavoro di altri artisti? «Quadri di Flavia Mantovan, del pentito Gaspare Mutolo, del pittore fiammingo Patrick Yesebaert»
Quanto è costata l’operazione?
«Sessantamila euro»
Poco…
«Già, soprattutto se paragonati ai 42 milioni di dollari spesi dagli americani per l’omonimo museo di Las Vegas. Ma quello è come la loro Venezia: fasullo»
- Mercoledì 12 Maggio 2010









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