
Urla la suorina scandalizzata nel vedere il neonato. Urla perché le dimensioni di ciò che all’occhio fa la differenza fra un maschietto e una femminuccia in fasce sono esagerate.
Del resto, il poveretto nella cesta da neonato, abbandonato nella ruota dei trovatelli dello Spedale degli innocenti, è un nano, macropenico per nascita e leggenda.
Ce lo hanno infilato a forza quattro fiorentini del Quattrocento con il buzzo degli scherzi, pronti a tutto pur di farsi una risata.
Sono gli antenati, non di sangue ma per affinità elettive ludiche, degli Amici miei che nel 1975 fecero la loro comparsa sulla scena italiana per non lasciarla mai più: le loro gag sono tuttora cliccate su Youtube con migliaia di contatti; i tre film della serie in dvd fanno cassa; e la fatidica «supercazzola» (lo scherzo verbale diventato tormentone) è uno dei cavalli di battaglia delle Iene.
Tanto che la notizia del prequel ambientato 600 anni fa ha scatentato la qualunque.
Proteste dei toscani che non volevano di nuovo fare la figura dei «bischeri»; pareri perplessi sull’operazione di artisti e critici; l’accusa di girare un «cinepanettone nel Quattrocento» visto che il regista è Neri Parenti e il cast annovera attori comici; e, per finire, una community su Facebook, chiara negli intenti: «Giù le mani da Amici miei. Fermiamo De Sica e il suo prequel».
Tutto inutile. La macchina da guerra di Amici miei. Come tutto ebbe inizio è partita da alcuni giorni, con budget a molti zeri, 10 settimane di riprese, 3.500 comparse, 1.000 costumi, 150 parrucche e cinque set, uno più suggestivo dell’altro: Firenze, Pistoia, San Gimignano, Certaldo e Roma, dove a Cinecittà si è ricostruita la Firenze dei tempi.
La suorina urlante è solo una delle tante vittime della goliardia dei nuovi Amici miei: la sceneggiatura, che Panorama ha avuto modo di leggere, è infatti una sequenza di scherzi, uno più feroce dell’altro.
Quando Pietro Germi, attore e regista immenso (Signore e signori, Divorzio all’italiana, Il ferroviere), scrisse il soggetto di Amici miei, spiegò che era un film comico ma anche disperato:
«I protagonisti sono uomini di mezza età all’angosciosa ricerca di una maniera di vivere per evadere della morsa di un’esistenza sempre uguale, condita da frustrazioni e dolori. Ridendo, esorcizzano gli anni che passano e la morte che si avvicina»
La morte, invece, si mise al fianco del regista ligure troppo presto, Germi molto malato affidò il progetto a Mario Monicelli, e fu record di incassi al botteghino, plauso della critica, il David di Donatello nella categoria Miglior film.
Come reggere oggi l’inevitabile confronto con il primo Amici miei?
Il regista (Neri Parenti), il produttore (Aurelio De Laurentiis) e i sei soggettisti hanno pensato che la via giusta sia passargli vicino fischiettando, indifferenti, ma intanto guardare con attenzione come è fatto: citare e ignorare il mito.
E, forse, l’ardita crasi cinematografica potrebbe riuscire anche perché hanno firmato il soggetto Pietro De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, autori insieme a Germi del primo Amici miei (Fausto Brizzi, Marco Martani e Neri Parenti sono gli altri tre soggettisti del nuovo film).
Ma è il regista di tanti cinepanettoni a sapere Come tutto ebbe inizio, qualche decina di anni fa:
«Pietro De Bernardi aveva un attico dove eravamo soliti darci appuntamento per lavorare alle sceneggiature. Allora scrivevo solo, niente regie. Ogni tanto si cucinava, si beveva e si buttavano lì delle idee: perché non fare un prequel nella Firenze di Lorenzo il Magnifico? A noi l’idea piaceva, De Laurentiis invece era scettico.
Non se ne fece niente, finché nel 2000 ci mettemmo a scrivere il soggetto senza avere un committente, così per divertirci, perché avevamo un buco di lavoro. Il Quattrocento risultò perfetto per le beffe, pieno com’è di ignoranti e creduloni. Tanto che gli scherzi sono più feroci dei precedenti, più cattivi»
Soprattutto quelli che i cinque si fanno tra di loro; se li inventano a turno, ognuno mette del suo e tutti stanno al gioco.
Michele Placido, perfetto in scena anche nel ruolo comico, è il notabile Duccio; Paolo Hendel, surreale e svagato, è un trascinante cerusico, il «medico» dei tempi; Giorgio Panariello è l’oste Cecco: recita con la forza di chi sa di far ridere sempre; Massimo Ghini è Manfredo, nobile decaduto, abile misto di miseria e dignità; e poi c’è lui, il genio delle zingarate, l’aristocratico Filippo affidato a Christian De Sica.
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- Martedì 25 Maggio 2010










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