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Andrea Bocelli: passo la vita a cantare ma preferisco il silenzio

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  • Tags: Andrea-Bocelli, interviste, Musica, Panorama in edicola, personaggi
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Andrea Bocelli: passo la vita a cantare ma preferisco il silenzio

«Il silenzio, è stato un attimo interminabile di silenzio, che ha interrotto un brusio, a indicarmi la strada, a rivelarmi quale direzione avrebbe preso la mia vita»

Non tira un soffio di vento e il sole si fa sentire nel giardino di villa Bocelli a Forte dei Marmi.

Un buen retiro a due passi dal mare, dove tutto parla di lui: i quadri, le targhe dei riconoscimenti, le foto ricordo con i potenti della Terra e le voci più belle del pianeta. Come la sua.

Un dono ricevuto, esibito per la prima volta nel salone di un collegio a Reggio Emilia.

«Inizio a cantare e in pochi secondi i sussurri dei miei compagni di scuola diventano sempre più flebili. Fino a quando, nella stanza, non vola più una mosca, e io intuisco tante cose. Quel silenzio mi ha regalato l’informazione più preziosa, quella che mi ha cambiato l’esistenza»

Nel vocabolario di Andrea Bocelli silenzio è una parola chiave, connessa sì al passato, ma proiettata anche verso il futuro. Che, nell’immediato, ha la forma e le sembianze del… Teatro del Silenzio:

«È il luogo della magia, dell’incontro tra la bellezza della natura e la poesia della musica. Qualcosa che non si può non amare, un patrimonio italiano che attira uomini e donne da tutto il mondo»

Quello che accende il cuore e il sorriso di Bocelli è un meraviglioso anfiteatro naturale perso tra le colline pisane di Lajatico (dove Bocelli è nato).

Uno spazio dedicato all’arte, che diventa palco e platea per soli tre giorni l’anno, prima di essere restituito al suo status di lago artificiale.

«Settantadue ore: è questo il tempo in cui il luogo dell’armonia si anima di una vita diversa, di un’umana naturalezza, fatta di gente che vive nell’arte e per l’arte. Nel corso degli anni, fra i tanti, abbiamo ospitato Elisa, Laura Pausini, quel genio assoluto del pianoforte che è Lang Lang. Quest’anno, la sera del 25 luglio, le star saranno José Carreras e il mio amico Zucchero»

Un altro evento straordinario in una carriera straordinaria, fatta di trionfi planetari, ma anche di timori atavici.

«Prima del palco ho ancora tanta paura, troppa. Questo è un limite che non mi ha mai giovato, un ostacolo. La paura toglie le forze e diventa un nemico in più da sconfiggere quando sei in scena. L’altro grande nemico è la polvere a cui sono allergico. Per questo chiedo spesso che il palcoscenico venga bagnato un attimo prima dell’inizio dello spettacolo»

È così dal 1977, quando venne ingaggiato in un piano bar per 30 mila lire a esibizione.

«Lavoravo sei sere alla settimana e mi mettevo in tasca un bel gruzzolo. Facevo di tutto, da Frank Sinatra a Lucio Battisti. Era un repertorio sterminato e, per non imparare a memoria tutti i testi delle canzoni, avevo messo a punto uno stratagemma: alle mie spalle facevo sempre sedere la fidanzatina del momento, pronta a suggerirmi le parole in caso di amnesia.

Il fatto che le persone parlassero tra loro e non fossero focalizzate sulla mia esibizione mi dava un grande senso di tranquillità. Sarei stato molto più nervoso se avessi dovuto cantare nel più assoluto silenzio»

C’è qualcosa di paradossale nel fatto che un uomo che si nutre di musica citi così spesso un vocabolo che indica l’assoluta mancanza di suono: il silenzio.

E, per di più, in una casa che ospita pianoforti, fisarmoniche, flauti, strumenti a fiato d’ogni genere e forma.

«La musica è un balsamo per la vita, una medicina per l’anima e, se se ne fa un uso corretto, libera tutte le sue qualità terapeutiche. Altra cosa è l’abuso: l’overdose di suoni in ascensore, all’aeroporto, al ristorante, annulla le proprietà terapeutiche della musica stessa. Il troppo suono crea assuefazione, fa male.

Io, quando sono alla vigilia di un concerto importante, mi impongo il non ascolto. Se non salgo sul palco affamato di musica, tutto quello che posso offrire è uno show tecnicamente ineccepibile. Ma, inesorabilmente, privo di anima e passione, ovvero quello che serve per arrivare al cuore della gente.

Da bambino, ai tempi dei miei primi ascolti di lirica, bastavano pochi secondi di note per entrare in uno stato ipnotico, in un mondo parallelo. E questo mi isolava dai miei coetanei, che non avevano la stessa passione e che soprattutto preferivano ascoltare i 45 giri di Mal. Specie le ragazzine»

A interrompere il filo del ragionamento ci si mette il battito d’ali di due piccioni: «Ma mi dica, hanno toccato terra? In questi casi interviene il cane che sa cosa fare» dice, mentre stringe tra le mani un iPhone.

«Devo ammettere che non l’ho comprato tanto per il mio piacere, quanto per rimanere in contatto con il mondo dei miei figli, Amos di 15 e Matteo di 12 anni. Faccio di tutto per non sentirmi estraneo rispetto a quello che fanno.

Sono un padre attentissimo e seguo tutte le fasi della loro vita. I figli, una volta fatti, vengono prima di qualsiasi altra cosa. Vado pure a parlare con i loro insegnanti a scuola e sono orgoglioso del fatto che se la cavino bene entrambi al pianoforte. Ma non sogno un futuro artistico per loro.

I figli d’arte devono scalare montagne impervie e far fronte a mille pregiudizi. Detto questo, non mi metterei mai di traverso. Sono convinto che amare qualcuno significhi tifare per la sua libertà di scelta. Sempre, comunque e a qualunque costo»

Fra i volti che animano le pareti di casa Bocelli, proprio alle spalle del pianoforte, ci sono musicisti, compositori, presidenti, politici, sportivi.

Una collezione di istantanee catturate in ogni angolo del mondo, il segno tangibile di una popolarità senza confini. Che si traduce in riconoscimenti come il World music award appena ritirato a Monte-Carlo nei panni dell’artista classico «più venduto» al mondo.

«Beh, dire il più venduto non è che suoni benissimo, ma ho afferrato il senso del premio. Che dire? È il grande mistero della voce che, quando arriva all’anima, conquista consensi sotto ogni cielo, annullando di fatto tutte le barriere linguistiche. Io ho ricevuto un dono, su questo non c’è dubbio, ma poi è stata la gente a chiedermi di cantare, a decretare che io dovessi fare il cantante nella vita»

L’onda di questo discorso porta inesorabilmente al ricordo di quella settimana trascorsa con Luciano Pavarotti, per preparare un duetto da presentare al Pavarotti & Friends.

«Fu memorabile. Approfittai di ogni occasione per cercare di carpire alcuni dei suoi segreti. Volevo sapere come diavolo facesse ad agganciare certi acuti senza scomporsi, senza tradire fatica, nemmeno a livello di mimica facciale. Dopo quei giorni capii che Luciano aveva doti eccezionali anche come maestro.

L’unico che patì molto per quell’incontro fu il pianista, che suonava avendo la mia voce all’altezza dell’orecchio sinistro e quella di Pavarotti in prossimità del destro. Non so se abbia riportato danni, ma alla fine delle prove aveva un’aria così stravolta…»

  • gianni.poglio
  • Lunedì 7 Giugno 2010

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Commenti

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Il 9 Giugno 2010 alle 21:26 iva5510 ha scritto:

Mi ha sorpreso questa dichiarazione, vista l’abituale riservatezza del Maestro, sicuramente fa riflettere e può essere d’aiuto a molte donne in difficoltà o nel dubbio.penso però che ogni situazione e ogni storia sia unica e soltanto chi la vive in prima persona può decidere.l’impotante è che sia garantita sempre la possibilità di decidere e il supporto per poterlo fare in coscienza.

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