

di Marco Giovannini
«Quello con la faccia da delinquente» oppure «quello col tatuaggio gigante sul petto».
Danny Trejo fa l’elenco dei soprannomi con cui è conosciuto a Hollywood: ha fatto 188 film, eppure sa che in molti non si ricordano il suo nome.
La prima notizia è che, dopo 187 ruoli da comprimario (l’ultimo in Predators, nelle sale dal 16 luglio), per la prima volta sarà il protagonista di una pellicola, anche se nel film c’è un certo Robert De Niro.
La seconda è che per la prima volta conquista la pupa di turno, anzi le pupe, perché sono due: Jessica Alba e Michelle Rodriguez. La terza è che non deve morire, come invece accade in quasi tutti i suoi film.
Tutte queste novità accadono in Machete di Robert Rodriguez (uscita negli Stati Uniti il 3 settembre), che prima di essere girato era già un culto: era uno dei finti trailer di film inesistenti all’inizio di Grindhouse, opera realizzata due anni fa a quattro mani da Robert Rodriguez insieme con Quentin Tarantino.
Trejo, 66 anni, fino al 1985 non faceva l’attore né alcun altro mestiere, perché era rinchiuso in vari carceri di massima sicurezza della California: San Quintino, Folsom, Soledad, Vacaville, Susanville, Sierra, Tracy. Rapine a mano armata, risse, droga e perfino tentato omicidio.
Una storia incredibile, molto più dura delle parti da carogna che di solito interpreta.
Avrebbe mai immaginato di diventare un attore?
Col senno di poi, lo sono sempre stato. In carcere reciti una parte: devi far credere di essere cattivo, incazzato, intoccabile pronto a tutto. E devi essere convincente, così ti lasciano in pace. Altrimenti sono guai: esistono solo due squadre, i predatori e le prede.
Ha mai preso lezioni di recitazione?
La prima volta che ho messo piede su un set, nel 1985, è stato per aiutare un ragazzo che aveva problemi di droga. Io mi ero ormai disintossicato e facevo l’assistente sociale. Lui lavorava in un film, A trenta secondi dalla fine del regista russo Andrej Konchalovskj. Giravano in un carcere. Un tipo mi ha squadrato e mi ha detto: «Vuoi fare la comparsa? Se pensi di poter sembrare un carcerato, mettiti quella tuta blu». Mi è venuto da ridere: mi ero già sciroppato 11 anni di galera. «Ci provo» gli ho risposto. Insomma, per rispondere alla sua domanda, avrei dovuto studiare per fare il carcerato? Semmai potevo insegnarlo…
Che cosa ha fatto con i primi soldi che ha guadagnato?
Come comparsa erano pochi dollari, 50 al giorno, ma quando mi sono tolto la camicia ed è apparso il tatuaggio che mi copre tutto il petto (una donna col sombrero che il giornale «International tattoo» ha eletto «il più riconoscibile del mondo», ndr) uno mi fa: «Ma tu non sei Danny Trejo?». Era Edward Bunker, che avevo conosciuto in carcere a Folsom (dove Bunker era rinchiuso per rapina a mano armata, ndr). Era diventato scrittore ed era lo sceneggiatore del film. Si ricordava di avermi visto vincere il titolo di campione dei pesi welter nel carcere. Cercavano uno che insegnasse la boxe a Eric Roberts e mi hanno assunto a 320 dollari al giorno. Ogni assegno che prendevo andavo subito a versarlo in banca, avevo paura che ci ripensassero. Era una fortuna, e io all’epoca ero un padre single. Quei soldi se ne sono andati per mio figlio e per qualche donna che gli facesse da madre.
Dei suoi tantissimi film, qual è il suo preferito?
Heat, con Al Pacino e Robert De Niro: è stato un privilegio essere ucciso da lui. Ho scoperto che è un film adorato dai poliziotti di Los Angeles: mi ha fatto togliere un sacco di multe…
A proposito di De Niro: come è andata sul set di «Machete»?
Mi ha abbracciato: «Danny, sono così contento di partecipare al tuo film, ora sei tu la star, grazie di aver pensato a me!».
Lei si è imbarazzato?
È un gran paraculo. L’ho guardato e gli ho detto: «Mister De Niro, desidera un caffè?».
Il suo attore preferito?
Mi sono sempre immedesimato nella grinta di Charles Bronson.
Ha contato quante volte è morto nei suoi 187 film?
Centonovantatré.
Com’è possibile?
In qualcuno morivo più di una volta. In Hallowen-The Beginning di Rob Zombie il serial killer Michael Meyer mi ha spiaccicato al muro rompendomi il collo, poi mi ha strangolato e infine mi ha fracassato la testa con un televisore. In C’era una volta in Messico, invece, il personaggio di Mickey Rourke mi ha strangolato, sparato, sepolto in una buca e fatto esplodere.
Come convince i ragazzi a stare lontano dai guai?
Discorsi semplici: solo in qualche film ladri, assassini e stupratori la fanno franca. Nella vita muoiono o, peggio, vanno in prigione e ci ammuffiscono.
E la stanno a sentire?
Sì, perché sono uno di Hollywood, uno che era fottuto come loro ma poi ce l’ha fatta. La classica success-story americana. Mentre, se lo stesso discorso glielo fanno i genitori, se ne infischiano: sono abituati a vederli lavorare come bestie, non gli sembrano certo gente di successo di cui emulare la vita.
Ha mai accettato un ruolo solo per fare un piacere a qualcuno?
A mia madre. Per due stagioni sono stato il barista della soap opera Febbre d’amore. Era orgogliosa e finalmente ha creduto che facessi veramente l’attore.
Com’è stato baciare Jessica Alba in «Machete»?
El besito de Dios («il bacetto di Dio» in spagnolo, ndr). Ma sono i miei amici a essere usciti di testa: ora pretendono di baciare le mie labbra perché sono quelle che hanno baciato le sue.
- Mercoledì 21 Luglio 2010









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Commenti
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Il 27 Agosto 2010 alle 12:24 Machete sta per arrivare nelle sale: cast stellare per il nuovo film di Rodriguez - Cultura e societa - Panorama.it ha scritto:
[...] della pellicola è l’attore dal passato burrascoso Danny Trejo voluto espressamente dal regista che ha dichiarato di aver scritto la sceneggiatura nel 1993, [...]
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