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Protesta davanti alla sede di Facebook in difesa del diritto alla privacy. Palo Alto, California - © Paul Sakuma / AP Photo
Lo diceva già Aristotele che la memoria è l’identità stessa dell’esperienza: “non c’è esperienza, se non viene ricordata”.
Non è solo un discorso da filosofi. Nell’epoca di Internet, la memoria può diventare un problema con conseguenze molto fastidiose per chiunque usi Facebook, Myspace o qualsiasi altro sito per farsi vedere in Rete.
Ne ha parlato in questi giorni Jeffrey Rosen sul New York Times, citando il caso della povera Stacy Snyder che si è vista rifiutare la specializzazione per l’insegnamento per aver postato su MySpace, con il titolo “Drunken Pirate”, una foto che la ritraeva con un cappello da pirata mentre beveva da un bicchiere di plastica.
Negli USA il 75% dei responsabili delle risorse umane - aggiunge Rosen citando dati Microsoft - ha rifiutato dei candidati dopo aver indagato la loro presenza sul Web.
Spesso non ci rendiamo conto che foto e video girati in un momento di sana follia e caricati, senza pensarci troppo, su TwitPic o YouTube, possono non coincidere con la nostra immagine professionale o pubblica.
Come dice Rosen, Internet ci impedisce di esibire tante personalità, diverse a seconda del contesto in cui ci si trova. O meglio, possiamo farlo, ma saranno esposte allo sguardo di tutti. E pensare che il web, dai tempi delle prime chat, era il regno dei nickname, degli avatar, degli uomini che fingevano di essere donna e delle biografie inventate.
Con l’arrivo di foto e video nascondersi è diventato più difficile.
Le fotografie postate da noi o dai nostri amici di una sera ci condannano a essere visti e ricordati. A volte in pose e situazioni imbarazzanti. Cancellarle è quasi impossibile, malgrado siti come Reclaim Privacy che permettono di testare il nostro grado di privacy su Facebook.
Internet ricorda quello che vorremmo dimenticare. E sarà sempre più facile essere scovati grazie ai nuovi software di riconoscimento facciale come quello di Facebook e Picasa che riescono a rintracciare un volto tra milioni di altri.
Nei prossimi anni la Rete somiglierà sempre di più a una specie di casa di vetro calvinista dove tutti vorremmo entrare salvo poi pentirci di averlo fatto, desiderosi di voler cancellare le tracce del nostro passaggio.
La damnatio memoriae degli antichi - la condanna all’oblio - si è rovesciata sul web in condanna alla memoria.
E questo, stitici e paurosi come siamo, ci fa troppa paura.
- Lunedì 2 Agosto 2010









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