
Rino Barillari dopo esser stato malmenato da Peter O'Toole. Roma, 1963
Due mostre fotografiche, una a Lucca e l’altra a Gerusalemme, hanno celebrato Rino Barillari, il re dei paparazzi. “Er King” come lo chiamano a Roma, dove vive.
Oggi responsabile dell’Ufficio Fotografico de “Il Messaggero”, Rino continua a presidiare le serate romane come imparò a fare negli anni della Dolce Vita.
Incontrarlo è facile. Quasi tutte le sere perlustra il “triangolo delle bevute”, come lui definisce l’incrocio tra via Santa Maria dell’Anima, via del Teatro della Pace e via del Fico, a pochi metri da piazza Navona dove ha casa e studio.
Giacca di ordinanza, di quelle che vanno bene per entrare in qualsiasi locale, cravatta in tasca perché non si sa mai, Nikon o Leica al collo e un ciondolo d’oro con il suo grido di battaglia: “La guerra è guerra”. Lo abbiamo intervistato.
- Marcello Mastroianni e Sofia Loren - © Rino Barillari
- Richard Burton e Liz Taylor, 1966 - © Rino Barillari
- Brigitte Bardot e Gunter Sachs in via Condotti a Roma - © Rino Barillari
- Claudia Schiffer in via Veneto - © Rino Barillari
- Diana Spencer a Roma
- Ursula Andress in via Borgognona a Roma - © Rino Barillari
- Patty Pravo al Piper. Roma, 1967 - © Rino Barillari
- Romina Power, anni ‘60, Roma - © Rino Barillari
- Anna Magnani e Tennessee William, Roma, anni ‘60 - © Rino Barillari
- Rino Barillari dopo esser stato malmenato da Peter O’Toole. Roma, 1963
Come è cambiato il lavoro del paparazzo?
La verità è che sono cambiati i personaggi. Non ci sono più star come Liz Taylor, Ingrid Bergman, Brigitte Bardot, Ava Gardner.
Oggi durano due, tre anni e poi non li ricorda più nessuno. Pensa a Scamarcio, sarebbe potuto diventare un grande personaggio. Avrebbe potuto avere l’America nelle sue mani. Ma chi vuoi che diventi se rimane in Italia? Stessa cosa Raoul Bova, qui al massimo gli fanno fare il poliziotto nelle fiction.
Ci racconti come hai iniziato?
Sono nato nel 1945 in Calabria, a Limbadi. Aiutavo mio zio che proiettava film nelle arene. Io mettevo i dischi prima dello spettacolo e intanto mi appassionavo al cinema e agli attori. Poi a 14 anni, non ce la facevo più. Volevo uscire da quell’ambiente. Scappai da casa, presi un treno - terza classe - e arrivai a Roma.
Trovai lavoro a Fontana di Trevi, mi sembrava Hollywood. Fu il mio ingresso ufficiale nel mondo della fotografia. Aiutavo gli scattini che facevano le foto ricordo ai turisti. Venivo pagato per fermare la gente che passava in modo che l’immagine fosse pulita, senza estranei: il turista in primo piano e dietro il Nettuno della fontana.
Come hai cominciato a fotografare?
Guardando gli altri capii che non era difficile. Loro usavano la Rollei con il flash. Messa a fuoco a tre metri, diaframma 11 e scattavano. Poi scrivevano su un blocchetto formato e numero di copie. E io la notte le portavo - 10 lire a consegna - negli alberghi dove dormivano i turisti.
Ogni tanto mi capitava di incontrare i personaggi del cinema e impazzivo. Così comprai una macchina fotografica a Porta Portese. Era una Comet Bencini. Scattavo e poi andavo all’Associated Press, all’UPI o all’Ansa e mi vendevo i negativi. Sviluppavo da loro, perché ancora non avevo un ufficio. Sceglievano lo scatto e mi pagavano. Settecentocinquanta lire, a volte 1500, altre 2500. Dipendeva dall’importanza della foto. Guadagnavo poco, ma imparavo.
Come sei diventato famoso?
Fu la rissa con Peter O’Toole a via Veneto. Mi spaccò un orecchio. Io ero minorenne. Intervenne mio padre che lo denunciò. Era il ‘63, ne parlarono tutti.
Tu hai avuto molti scontri con i personaggi. Vanti un pedigree con 76 macchine fracassate, 11 costole rotte, 162 ricoveri al pronto soccorso. È necessario?
Sono le fotografie che si vendono meglio. A nessuno interessano le foto tranquille, un’attrice che fa shopping o che passeggia.
Bisogna far incazzare il personaggio in modo da avere foto diverse, movimentate. Negli anni ‘60 avevamo inventato una tecnica. Dovevi andargli sotto con il flash e spararglielo in faccia. A lui facevano male gli occhi e si copriva il viso. Sembrava che volesse nascondersi. Allora era scoop.
Spesso poi con i personaggi ti mettevi d’accordo. Fingevano di tirarti una sedia, un bicchiere pieno di vino. Tutto per creare immagini più movimentate.
Anche oggi funziona così?
Oggi no. Al fotografo non conviene farsi riconoscere. Se incontro Fini con la Tulliani e lui si accorge che lo fotografo, poi farà in modo che io non entri mai più nei locali dove passa le serate. Oggi le foto si fanno con il teleobbiettivo.
Allora erano loro stessi che volevano apparire. Non si facevano proteggere da scorte e guardie del corpo. Il paparazzo non era considerato un nemico.
Incontravi re, regine, presidenti che camminavano per strada. Sapevano che li avremmo fotografati e stavano al gioco. Le donne uscivano verso le sei del pomeriggio perché avevano capito che quella luce avrebbe esaltato la loro bellezza. A volte, per farci scattare immagini più interessanti, fingevano di scivolare o davano l’elemosina a favore della macchina.
Usi Photoshop?
No. I personaggi devi farli vedere come sono. Non puoi farli sembrare belli e giovani se non lo sono più.
Corona è un tuo collega?
Lo conosco e lo rispetto, ma non è un mio collega. Il mio modo di lavorare è diverso. Per me il personaggio è un mio parente. Uno di famiglia. Io so tutto di lui, anche se a volte non rivelo tutto.
E così, durante l’anno, anziché fare un servizio ne faccio cinque, sei. Se lo distruggi con una foto, poi non lavori più.
Cosa pensi della privacy?
Per me privacy vuol dire provaci. È solo una questione di money. Perché quando sono gli stessi personaggi a vendere memoriali e servizi va bene e quando lo faccio io no? Money, money e money.
Comunque adesso cerco di stare in campana. Ho già due processi all’Ordine dei Giornalisti perché ho fotografato dei minori. So che non si può fare, ma io credo che nei fatti di cronaca il pubblico debba vedere tutto. Anche se si tratta di minori.
Gisèle Freund in “Fotografia e società”, ha scritto che i paparazzi sono “una razza di fotografi le cui gesta deprezzano ancora di più il mestiere”. Cosa ne pensi?
Falso. Io credo che il paparazzo sia l’unico in grado di raccontare la storia. Più dei giornalisti che scrivono. La fotografia di cronaca è la storia di un Paese. Ho delle fotografie che sono state pubblicate in tutto il mondo e anche se le ho scattate io appartengono a tutti. Alla storia appunto.
Quindi una foto di cronaca “vale” più di un ritratto?
Certo. Il ritratto è finzione. Una quarantenne puoi truccarla e farla sembrare una ventenne. La cronaca non mente, registra un momento. È storia.
Nei servizi posati fatti a casa tutti sembrano belli. Chi finge di lavare i piatti, di scrivere o di rilassarsi sul divano, chi cucina, chi stira… Tutto finto, fiction.
La gente vuole conoscere la vita vera dei personaggi famosi. Con chi stanno, dove vanno in vacanza, quali locali frequentano. Per fotografarli in queste situazioni ci vuole la sorpresa, surprise…
Come riesci a sapere che un attore sta cenando in un certo ristorante o che una velina ha un nuovo fidanzato? Ti aiutano i portieri d’albergo, i ristoratori, i tassisti?
È la gente che mi chiama. La gente comune. Oggi con i telefonini sono tutti paparazzi.
Quando vedono qualcuno che a loro sembra interessante, mi telefonano o mi mandano un sms. Ho dato migliaia di biglietti da visita e loro mi chiamano, si sentono anche loro reporter.
Cosa consigli a un giovane che vuol fare il paparazzo?
Come prima cosa di iscriversi a una scuola di fototogiornalismo perché il paparazzo è un giornalista. Ma, soprattutto, gli consiglio di dedicare il maggior tempo possibile al lavoro.
Un paparazzo non può avere una moglie che gli chiede di accompagnarla in clinica o dalla madre. Un buon paparazzo deve stare da solo, deve essere sereno e tranquillo. Io adesso ho una compagna, ma viviamo ognuno a casa propria e ci vediamo solo il fine settimana.
- Lunedì 30 Agosto 2010









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