- Tags: Cinema, libri, Miral, Rula Jebreal
- Un commento


di Pietrangelo Buttafuoco
Ma che filmone, Rula Jebreal, che bella storia «Miral». Che morale, però: col pretesto di una storia da romanzo, lei sta raccontando la tragedia della Palestina, la sua Palestina.
Certo, nel film, che è tratto dal mio libro “La strada dei fiori di Miral”, c’è quello che una ragazza palestinese vede dalla sua finestra. Si obietterà che è il suo punto di vista, ma è l’unico punto di vista che non è mai stato raccontato.
L’attaccheranno, Rula, è già pronta? Tanti giornali per i quali il palestinese è solo un terrorista non gliela perdoneranno.
Ben venga il dibattito, ben venga la discussione.
Non si tratta di dissertazioni. Le riserveranno il trattamento Mel Gibson, con «The Passion», solo anatemi. Oltretutto, come quello, anche il suo film porta la firma di un produttore non allineato come Tarak Ben Ammar.
Milioni di persone, però, hanno visto il film di Gibson. Pochi hanno obbedito ai giornali.
Eppure l’opinione pubblica occidentale è, a maggioranza, rabbiosamente antipalestinese. Lo vedo male il dibattito…
Suvvia, non esistono solo i pregiudizi, ci sono anche gli uomini liberi. Quando Michele Santoro mostra ad Annozero i filmati su Gaza e sull’operazione Piombo fuso…
Appunto: Lucia Annunziata si alza e se ne va e, in automatico, chi difende le ragioni dei palestinesi viene accusato di fiancheggiamento terroristico. Proprio messa male questa condizione degli uomini liberi.
Lo so, con tutta la disinformazione che si fa sul Medio Oriente tra poco ci sarà anche il reato di opinione.
Già c’è. Chi la pensa diversamente è da silenziare.
C’è paura. Non c’è libertà di parola. Gli intellettuali sono spariti. Pensi a come viene trattato un galantuomo qual è Sergio Romano. L’ambasciatore non è certo un dilettante nelle sue analisi.
Agli occhi dei conformisti Romano è un colpevole: non si allinea. È molto più informato di tanti nostri illustri colleghi, inviati negli alberghi.
Senza eccezione alcuna?
Il solo Bernardo Valli, un grande professionista. Io divoro tutti i giornali, anche quelli italiani. Un giorno leggo la cronaca di Francesco Battistini su una miss israeliana selvaggiamente stuprata.
La povera ragazza dichiara: «Spero che sia arabo, così potrò odiarli di più». E il Corriere della sera, in effetti, rivela: è un arabo, vive nei Territori occupati. Si chiama Shlomo. E questo è il dettaglio che mi incuriosisce.
Chiamo Battistini: «Come ha fatto questo arabo a sopravvivere nei Territori palestinesi così a lungo con il nome Shlomo, voglio proprio vederlo un arabo che mette questo nome al proprio figlio».
Come un leghista che battezza «Turiddu» il figlio.
Proprio così. Fatto sta che il nome era giusto, la geografia sbagliata.
Ce ne vergogneremo di tutto questo silenzio su Gaza e la Palestina? Il signor passante dell’orizzonte occidentale marchierà per sempre i palestinesi quali terroristi.
Lo so, è sufficiente versare qualche goccia di pregiudizio all’orecchio della pubblica opinione. E dunque: quello è un rimbambito, quella è una terrorista, quell’altro è un antisemita…

Poi, un altro ancora, è un nazista.
Appunto. Ma non si può prevedere la storia che verrà. Quando è scoppiata la guerra in Iraq, tutti noi non abbiamo voluto guardare. E con gli occhi abbiamo chiuso anche la bocca.
Ferruccio de Bortoli che scrive contro la guerra sul suo Corriere viene costretto alle dimissioni e ciò succede quando la politica è paralizzata e la società civile è ostaggio della paura e del conformismo.
È finito il tempo in cui 400 mila persone, in Israele, nel 1982, scendevano in piazza contro l’invasione del Libano. Quando ci sono state le manifestazioni contro la guerra in Iraq, non è successo nulla: la società civile è stata zittita e il dibattito è stato lasciato in mano ai militari e agli integralisti, questa è la condizione di oggi: né politica né società civile.
E «Miral»?
Solo l’arte, solo la forza dirompente dell’immaginario può piegare l’oblio cucito sulla carne degli innocenti.
Mettiamola così: soltanto il mito di Nelson Mandela ha dato voce al Sud Africa, soltanto gli U2, forse più del sacrificio di Bobby Sands, hanno fatto conoscere i massacri dei cattolici in Irlanda, altrimenti, solo «God Save the Queen»…
Non esiste più una coscienza, una consapevolezza intellettuale, della realtà. C’è soltanto un pubblico, più che una pubblica opinione, questo è un fatto ed è per questo che un album degli U2 ha avuto efficacia più di mille analisi.
In questo film si vedranno le bandiere della Palestina e quelle di Israele, si vedrà Oslo, quando uomini di buona volontà stanno creando la pace.
In questo film non si criminalizza una parte, si vuole mettere più luce su quella pace che entrambe le parti hanno celebrato.
Nella storia della Palestina c’è l’analogia con molte altre storie ma, per la lunghezza del conflitto – vogliamo dire almeno 40 anni? – con sei guerre nel mezzo, ecco: è peggiore di qualsiasi altra storia.
Provi a chiedere a un bambino cosa farà da grande, non dirà mai voglio fare il medico, l’astronauta, il pescatore; dirà sempre: «Voglio vivere!».
Nel film c’è uno stacco ben preciso tra le generazioni nate prima del 1948 e quelle dopo. Le prime hanno un’ispirazione pacifista, le altre no, conoscono solo il linguaggio dell’odio.
Noi palestinesi, fra gli arabi, eravamo il popolo più laico, più liberale, ma quando fallisce la politica, si sa, purtroppo, prende il sopravvento il fanatismo.
Non teme per la Palestina un destino simile a quello dei pellerossa?
Me lo auguro per Israele che la Palestina sopravviva. Come donna, come moderata convinta delle ragioni della democrazia, ma come musulmana, soprattutto, mi auguro che Israele venga riconosciuto nel mondo per i suoi grandi ingegni, per la tecnologia, per la società avanzata che ha creato in Medio Oriente e non per i bulldozer e per il suo arsenale.
Bisogna tornare alla soluzione due popoli, due stati. I regimi arabi devono finanziare questo progetto.
Me lo auguro perché temo che l’odio possa contagiare i miliardi di musulmani nel mondo, temo per i moderati se un giorno, sciaguratamente, dovesse perpetuarsi l’ingiustizia sulla carne dei palestinesi.
Faccio mie le parole di Judah Magnes, il fondatore dell’Università di Gerusalemme, che nel 1936 disse al suo popolo: «Non sono disposto a ottenere giustizia per gli ebrei al prezzo di un’ingiustizia a carico dei palestinesi».
Entrambi i popoli sono uniti da uno stesso destino.
Se lo dice una palestinese che convive con un ebreo, quel Julian Schnabel che è anche regista di «Miral», c’è da crederle. Ma i nemici non sono solo a Occidente. Vogliamo ricordare l’ignavia della Lega araba, la prima ad avere abbandonato la Palestina?
Parole, parole, parole. Quelli della Lega araba potrebbero prendere quella bella canzone come inno. Ma, nel 2002 e poi ancora nel 2006, 57 paesi arabi si sono detti disposti a riconoscere lo stato d’Israele purché ci fosse il ritiro da Gaza.
Ariel Sharon disse no, Ehud Olmert disse no. Nelle controversie c’è sempre uno che fa la proposta e l’altro che la declina. Confidiamo in questo mese santo di Ramadan.
Ecco, vorremmo vedere vivere.
- Martedì 31 Agosto 2010









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Commenti
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Il 3 Settembre 2010 alle 15:34 Film in uscita al cinema, 3 settembre - Cultura e societa - Panorama.it ha scritto:
[...] storia di una ragazzina palestinese tratta dal libro autobiografico della “nostra” Rula Jebreal, la giornalista e scrittrice palestinese che ha condotto diversi programmi su La7. Dal Lido giunge [...]
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