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Sting: e chissenefrega se mi trovate vecchio, arrogante e snob

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  • Tags: interviste, Musica, Panorama in edicola, personaggi, rock, Sting
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Sting: e chissenefrega se mi trovate vecchio, arrogante e snob

«Prima di scoprire il sesso, avevo considerato l’idea di diventare un altar boy, un prete, come dite voi in Italia».

Lancia il sasso e poi si nasconde dietro una grassa risata Gordon Sumner, in arte Sting, icona del rock, appagata da 30 anni di successi e da un patrimonio personale di 180 milioni di sterline (220 milioni di euro).

«Oh, yes, 35 più di David Beckham, secondo chi fa queste liste di ricchi e famosi. Ma si rende conto? Il mio incontenibile ego è fuori controllo».

Altra boutade, altra risata.

«Quella del sacerdozio è una storia vera, peccato che la vocazione sia durata una settimana, uno di quei momenti bui dell’adolescenza in cui tendi all’assoluto. Poi incontri una ragazza spigliata e, magicamente, l’inclinazione spirituale svanisce. Ma, a parte il sesso e le sue gioie, l’altro inconveniente sarebbe stato la divisa: sono uno che non riesce a indossare lo stesso abito per due giorni di seguito».

In tutti i sensi.

«Faccio sempre quello che voglio, mi prendo la responsabilità di cambiare e di sbagliare. Nel lavoro, come nella vita privata, non mi viene naturale di rendere conto a qualcuno. La relazione con Trudie (Styler, la seconda moglie dal 1992, ndr) funziona perché entrambi siamo consci che stare insieme vuol dire contrattare e negoziare su tutto».

Opposto l’approccio alla vita artistica:

«In quel campo non sono più capace di mediazioni. Sapevo benissimo che rifare i miei vecchi hit in chiave sinfonica (nell’album appena pubblicato, «Symphonicities», ndr) sarebbe stato il miglior regalo per i miei detrattori, per quelli che amabilmente mi definiscono un musicista in pensione, arrogante e snob. Me ne frego. E, ai custodi dell’ortodossia rock, rivelo anche il più odioso dei peccati: adoro Lady Gaga. Abbiamo cantato insieme Stand by me a Londra. Fantastico! Bella e pure brava».

In realtà, risuonare Roxanne o Every little thing she does is magic con la Royal Philharmonic Orchestra è stato un atto di forza per sottrarre quei brani storici all’ingombrante cono d’ombra dei Police.

«Io, Stewart Copeland e Andy Summers ci siamo rimessi insieme per un tour mondiale nel 2008, però è stato molto più difficile e noioso di quanto immaginassi. Quasi come tornare a convivere con la moglie da cui hai divorziato. Non ho voluto dare ascolto a quella vocina che mi diceva con insistenza: “Non tornare sui tuoi passi, sei già fuggito una volta”. I fan hanno gradito, io molto meno. Mi sono reso conto di non essere adatto alle operazioni nostalgiche, anche se molto remunerative».

Immutata rimane invece l’antica passione per le battaglie a sostegno dell’ambiente. In Amazzonia e non solo.

«Sto producendo un film, Vertical Farm, per fare conoscere un complesso sistema di agricoltura sostenibile, utile a ridurre la fame nel mondo. Ho deciso anche di vendere i prodotti biologici della mia tenuta in Toscana: miele, vino e olio».

Sventolare la bandiera ecologista lo espone spesso ad attacchi e ironie di varia natura. Soprattutto in America, dove gli è successo di cadere in qualche imboscata televisiva.

«Mi invitano per parlare delle mie campagne e poi mi attaccano con argomentazioni tipo: “Ma come fai a parlare di deforestazione, proprio tu che con le copertine dei tuoi dischi hai contribuito al disboscamento globale?”. Appena sento queste cose, mi deprimo, poi li guardo negli occhi e dico: ok, io non sarò perfetto, ma qual è l’alternativa? Non fare niente? Fare finta che vada tutto bene? A quel punto c’è sempre uno che insinua: “Non è che erigersi a paladino della natura serve alla tua carriera?”. Questa è la più colossale delle ca… Nessuno paga un biglietto per sentirmi fare un comizio. Sono io che approfitto della mia posizione sul palco per lanciare qualche messaggio».

Dei figli musicisti, Joe, leader di una band simil Nirvana, i Fiction Plane, e della ventenne Coco, cantante dei semisconosciuti I Blame Coco, Sting non parla quasi mai. Quando lo fa, il tono è affettuoso, ma al tempo stesso estremamente disincantato.

«Li seguo, ascolto con piacere quello che fanno, ma sono certo che non avranno una carriera gloriosa nel music business. Il primo macigno si chiama papà. Chiunque si avvicini a loro pensa immediatamente a me. E questo non rende liberi nel giudizio sulla loro musica. Poi c’è un aspetto artistico che ha a che fare con il talento, con la capacità di scrivere canzoni per l’immaginario collettivo. Quella non è una dote ereditaria, mi sembra evidente. Se oggi posso andare in scena e risuonare i Police con un’orchestra, è perché quei brani erano così memorabili, hanno fatto tanto breccia che posso permettermi di presentarli in una versione diversissima dall’originale».

Un disco (Symphonicities) e un tour con i violini, una pellicola documentario, l’azienda agricola, lo yoga («almeno 90 minuti al giorno, prima di colazione»): sembra proprio che del glorioso «animale da party» che fu non sia rimasto proprio niente.

«Di che cosa stiamo parlando? Di leggende da camerino per cui due bicchieri di vino diventavano una festa selvaggia. Non sono mai stato uno che girava nel backstage strafatto e con la bottiglia di whisky in mano. Chi mi conosce sa benissimo che non è quella la mia natura. Per questo Madonna, che adora prendermi in giro, dice: “La maggior parte delle volte che l’ho incontrato stava seduto in un angolo strimpellando un bizzarro strumento medioevale a 16 corde”».

Conferma?

«No, per niente. Quello strumento, di corde, ne aveva ben 26».

  • gianni.poglio
  • Martedì 7 Settembre 2010

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