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Mauro Masi: «Difendo con orgoglio la Rai e dico ai giudici: lasciateci lavorare»

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  • Tags: interviste, Mauro Masi, Panorama in edicola, personaggi, rai, Televisione
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mauro masi: difendo la Rai e dico ai giudici: lasciateci lavorare

di Maurizio Costanzo

Mauro Masi è nato 57 anni fa a Civitavecchia. Ha due figli, uno di 25 anni e uno di 17. È stato per 16 anni alla Banca d’Italia, due volte segretario generale alla presidenza del Consiglio, capo di gabinetto di Massimo D’Alema, commissario straordinario alla Siae e da maggio 2009 è direttore generale della Rai.

Il suo nome è comparso spesso sui giornali per polemiche relative all’attività di direttore generale della Rai.

Questa a Panorama è la prima ampia intervista da lui concessa.

E allora, dopo un anno e qualche mese da direttore generale Rai, quante volte si è detto: «Ma chi me l’ha fatto fare?».

Me lo sono detto più volte, però poi mi sono risposto che la Rai è, nonostante le grandi difficoltà oggettive di questo mestiere, un’opportunità, un’occasione unica.

La Rai ha un buco economico di una certa portata, come pensa si possa risolvere?

Guardi, la Rai ha un buco economico di una portata del tutto gestibile, per il 2010 sono previsti 118 milioni di euro in rapporto a un attivo di bilancio di circa 3 miliardi e mezzo. È una situazione che viene da lontano ed è derivata soprattutto dal crollo della pubblicità nello scorso anno. La stiamo recuperando, infatti abbiamo recuperato 200 milioni di euro tra la metà del 2009 e la metà del 2010, e abbiamo soprattutto definito per la prima volta un piano industriale (peraltro approvato all’unanimità da questo consiglio di amministrazione, che è un consiglio notoriamente non facile) che prevede, con fatti concreti e non con parole, l’equilibrio assoluto di bilancio alla fine dell’esercizio 2012.

Il mancato aumento del canone, che avrebbe ripianato in gran parte il debito, nasce dalla crisi economica che attraversa l’Italia?

Non so dare una risposta su questo perché è una risposta che spetta alle istituzioni. Quello che posso dire è che non c’è bisogno di un aumento del canone. Dal mio punto di vista ci sarebbe piuttosto bisogno di un recupero dell’evasione del canone che è francamente inaccettabile: in questo momento è vicina più o meno al 30 per cento del complessivo.

Non pensa che bisognerebbe rilanciare una sorta di orgoglio Rai e cioè, dato il gran numero di dipendenti, tornare alle produzioni interne?

Condivido pienamente, anche se penso che questo è un modo di produrre che si è consolidato negli anni, da almeno un decennio, e non è facilissimo cambiare dalla sera alla mattina. Però ne sono convinto, qualcosa la sto già facendo, bisogna fare molto di più. Condivido soprattutto l’orgoglio Rai, che da esterno ho imparato molto più ad amare che a odiare. E devo dire che stiamo cercando di varare più produzioni interne, anche se con un giusto bilanciamento, perché innesti dall’esterno sono comunque utili. In alcuni settori sono indispensabili, penso per esempio alla fiction.

Che senso ha che un programma come quello di Fabio Fazio sia in appalto?

Fazio ha un contratto che viene da lontano, io me lo sono trovato e lo stiamo gestendo, però, come le ho detto, condivido che bisogna incrementare la produzione interna.

Lei teme di più la concorrenza di Mediaset con le televisioni generaliste o dei digitali, per esempio di Sky?

Vuole una risposta con molta franchezza? Al tempo stesso li temo e non li temo. Temo la concorrenza in generale perché sono grandi professionisti, ma io sono consapevole della forza della Rai. La Rai quest’anno ha vinto praticamente su tutte le categorie d’ascolto.

Ha visto come i Mondiali di calcio e le coppe hanno avuto grande ascolto? Non sarà che in un momento malinconico come questo lo sport rappresenti un’occasione per staccare la spina?

Forse sì. Le dico di più: secondo me i programmi sportivi sono parte integrante del servizio pubblico e quindi della missione della Rai. È assolutamente importante lo sport per il nostro palinsesto.

A me sembra che l’interattività, cioè un rapporto più stretto con l’audience, appartenga al futuro anche prossimo. In proposito che mi dice?

Devo dire che uno dei grandi vantaggi della rivoluzione digitale è proprio quello: rendere concreta l’ipotesi dell’interattività, cioè in futuro i cittadini potranno concretamente partecipare con chi fa i programmi a definire e a costruire un palinsesto sinergicamente. È un obiettivo che va perseguito e lo stiamo perseguendo.

Sento molte signore di vari ambienti dire che lei è uno degli uomini più affascinanti in giro, le riviste di gossip la dipingono come un vero tombeur de femmes. Come si concilia tutto questo con il suo percorso di grand commis d’etat? Non la imbarazza?

La storia del tombeur de femmes è veramente solo un gossip, in realtà faccio una vita normalissima, quasi banale, poi tutti i lavori che ho svolto nella vita, fino ad adesso, mi hanno lasciato sempre pochissimo tempo libero. Alla Rai è anche peggio: tempo libero praticamente non ne ho.

Se una donna le fa un sorriso complice, le viene mai in mente che vorrebbe lavorare nello spettacolo e lei è il direttore generale della Rai?

Beh, sono obbligato a pensarlo.

Invitato a un incontro, stessa ora stesso giorno, da Silvio Berlusconi e da Manuela Arcuri, da chi va?

Potendo dalla signora Arcuri. E credo che Berlusconi capirebbe benissimo.

Ha mai avuto occasione di conoscere Elisabetta Tulliani?

Si, in occasioni formali con il presidente Gianfranco Fini.

Torniamo a parlare di lavoro: dopo un anno e qualche mese, facendo un bilancio, com’è? Sulle prime mi sembrava un po’ scontento di questo lavoro.

Il bilancio lo settorializzerei. Direi che sono soddisfatto per gli ascolti, perché la Rai si è dimostrata vincente su tutti i settori e con tutti i nostri concorrenti. Sono moderatamente soddisfatto per il recupero e il miglioramento dei conti economici, rispetto alla tragedia che sarebbe potuta accadere in questo periodo con la crisi e il crollo della pubblicità che ci sono stati. Noi ci siamo messi su una strada virtuosa ma c’è molto da fare, come dice lei, sul piano dei contenuti e della qualità.

Quali programmi della televisione lei vede più frequentemente?

Ora li vedo un po’ tutti. Prima di diventare direttore generale della Rai guardavo molto lo sport, in particolare il rugby e l’atletica leggera, ma anche il calcio, io sono un laziale militante…

Nessuno è perfetto.

E poi naturalmente i telegiornali. Ora li guardo tutti con un occhio professionale.

Una domanda come un’altra, direttore: il 23 settembre Michele Santoro riprenderà a fare televisione con

«Annozero» o con cosa? Ho letto un’Ansa che diceva che lei doveva incontrarlo, è accaduto?
La vicenda Santoro è una vicenda peculiare su cui sono state dette tante cose, io stesso mi sono espresso più volte. Con Santoro avevamo fatto un accordo per l’utilizzo delle qualità, che indubbiamente ci sono, di Santoro, nella Rai in altro settore, che era quello essenzialmente della fiction, della docu-fiction. L’accordo consensuale per vari motivi, a me non del tutto chiari sinceramente, non si è potuto sinora realizzare. Spero e mi auguro che potrà esserlo in futuro. Nell’immediato, il rapporto di Santoro in Rai è definito con una sentenza del giudice passata al secondo grado di giudizio che dice che Santoro deve fare dei programmi, non dice evidentemente che tipo di programmi. Sto incontrando Santoro per cercare di definirli.

E quando si concluderà la cosa?

Vedremo.

Lei si è già espresso su Serena Dandini, su Paolo Ruffini: ma qui c’è l’ex articolo 700 che viene costantemente invocato. Saranno i magistrati a fare i palinsesti in futuro?

È un rischio che bisogna evitare. Il rispetto per la magistratura e per le sue sentenze è fuori discussione, per chi come me ha vissuto quasi trent’anni nelle istituzioni è un must, è una stella polare. Detto questo, bisogna evitare che qualche interpretazione eccessivamente ossequiosa di talune sentenze porti a fare sì che un’azienda non sia in grado di gestire se stessa. È francamente paradossale che una società per azioni non possa avvicendare un proprio dirigente superiore dopo otto anni che fa lo stesso mestiere. Ripeto: è una vicenda paradossale e che sta creando, non soltanto nella Rai ma in tutto il mondo del lavoro italiano, conseguenze molto serie. Di nuovo: le sentenze vanno comunque rispettate, ma le aziende devono essere in grado di potersi gestire al meglio. Mi sembra che anche quello che
sta succedendo in Fiat lo dimostri.

Ho letto spesso che ci sono un pacco di nomine da fare. Queste nomine ci saranno in settembre o no?

Intanto le nomine le decide il consiglio di amministrazione e io faccio le proposte. Alcune necessità di avvicendamento sono rimaste aperte e sono nodi che devono essere affrontati. Per quello che mi riguarda li affronterò, spero, il prima possibile. Senza spero: il prima possibile.

I maligni sussurrano che lei sia un po’ vanitoso, le piaccia comparire in televisione ben inquadrato. È così?

Di comparire in televisione no. Che sono vanitoso lo ammetto senza difficoltà, ma non è il mio solo difetto, ne ho molti altri.

Quali?

Beh, ho la tendenza a essere un pochino prepotentello e anche, a volte, con tendenza all’arrogante, però una qualità me la lasci riconoscere: sono capace di un’autocritica feroce.

Lei è figlio unico?

No, ho una sorella economista, dirigente della Banca d’Italia.

Era prepotente anche da bambino?

Ero un bambino viziato perché sono stato un bambino molto malato, almeno fino a 10 anni. Poi sono migliorato.

Lei è stato paracadutista?

Sì, è vero.

Perché?

Le dico una verità che non ho mai detto: perché io avevo e ho una terribile paura del vuoto. Però una delle chiavi della mia vita è sfidare me stesso. Anche in Rai è così.

Questa estate l’ho vista ritratto su «Novella 2000» con una bandana. È un omaggio a Silvio Berlusconi?

No, no, lo faccio sempre quando vado a correre. Ero appena rientrato da una corsa. Quella è una foto rubata.

A Cortina InConTra lei ha parlato di un pensatoio, di un tavolo attorno a lei, e io la ringrazio, mi ha citato…

Mi sono avvicinato al sistema televisivo con molta umiltà e ritengo di avere da imparare da alcune professionalità che sono, fortunatamente, presenti in Rai. Ho in animo di chiedere di aiutarmi, di darmi consigli dall’alto della loro professionalità, per cercare di ottenere più qualità e innovazione, ho pensato a lei e con tutta franchezza ad altri…

Ma lei darà retta a questi consigli?

Sì, se mi convinceranno. Ho pensato a lei, ho pensato a Michele Guardì, ho pensato a Giovanni Minoli, a Enrico Vaime e ad alcuni giovani che non sono noti al grande pubblico ma di assoluto valore.

Anche perché, al di là del fatto che non è una domanda ma una considerazione, riguardo ai contenuti bisogna pensare a far nascere una nuova leva di autori.

Certo, sì, anche per ritornare al discorso delle produzioni interne, perché se vogliamo incrementare, come vogliamo, ragionevolmente la produzione interna, bisogna avere gli strumenti per farlo: gli autori sono indispensabili. Sto anche pensando a una iniziativa che mi piace anticipare a lei in questa circostanza, di cui ho parlato con Guardì precentemente: utilizzare le sedi regionali Rai, perché ci facciano un po’ da talent scout sul territorio per nuovi autori, nuove professionalità, nuove idee. Mettere poi un canale digitale a disposizione di queste nuove professionalità e insieme a voi del pensatoio, al consiglio di amministrazione, fare un’azione di scouting verso i nuovi talenti che esistono nel nostro Paese.

Come mai vedendo il «Tg3» delle 19 e il «Tg1» delle 20 sembra di vivere in due paesi diversi?

Francamente non sono d’accordo. Io credo che siano in qualche modo complementari. Sono fatti da sicure professionalità e veramente rappresentano nell’insieme la ricchezza di un palinsesto di un’azienda che gestisce il servizio pubblico. Il servizio pubblico non può che basarsi anche sul pluralismo.

Si dice che lei preferisca rimandare, tardi cioè a prendere decisioni. Se è così, è una strategia?

In parte è così. Nei confronti dei problemi difficili voglio capire bene come stanno le cose.

Ma se le domandano, non riconoscendola: «Scusi, lei che ne pensa di Mauro Masi?» cosa dice?

Di Mauro Masi? Penso al tempo stesso bene e male. Una cosa buona ce l’ha: che è uno molto determinato e che nei limiti del possibile non lascia le cose a metà.

Un’ultima domanda: avendo letto qualche sua dichiarazione agli inizi dell’avventura Rai e sentendola oggi ho come l’impressione che a lei piaccia fare questo lavoro. È così?

Assolutamente sì.

  • redazione
  • Mercoledì 8 Settembre 2010

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