

di Antonella Piperno
Irresistibile quando parla il suo inglese da purista, fascinoso pure quando si mette silenziosamente in posa per il fotografo, in jeans, camicia bianca e sneaker blu, Colin Firth è un attore che non ha ceduto alle lusinghe del divismo.
Lo si capisce quando si imbarazza un po’ parlando nella lingua di sua moglie, la romana Livia Giuggioli:
«Le interviste sono più autentiche nel mio idioma. In italiano dico quello che posso, in inglese quello che voglio».
L’Italia però la sente molto sua: vive tra Londra e la Toscana e quest’estate, oltre a essere stato fra le star del Festival di Taormina e ad aver presenziato al Palio di Siena, è andato a Perugia, in vista di un film sull’assassinio di Meredith Kercher.
In autunno si metterà pure in affari in Italia, con una filiale milanese della sua Ecò, catena di negozi londinesi specializzati in alimenti, moda e interior design ecocompatibili.
Prima però, oltre all’uscita (a novembre) del film The King’s speech, dove interpreta Giorgio VI, Firth ha un altro appuntamento importante: il 10 settembre compirà 50 anni, soglia spesso fonte di traumi anche per parecchi uomini.
Come vive questo passaggio d’età?
Molto tranquillamente. Essere giovani non è poi una gran cosa, si hanno più ansie e insicurezze. Io sono diventato famoso a 24 anni, con Another country, un’età in cui è stato difficile gestire il successo e soprattutto gli anni di alti e bassi che sono seguiti.
In Italia le fan le hanno dedicato il sito Firthissimo.it. Che effetto le fa essere considerato un sex symbol?
Non mi sono mai preso troppo sul serio, e poi i ruoli da bellone sono quelli che mi interessano meno. Sto con i piedi per terra, forse perché i miei amici hanno sempre scherzato sul mio essere alto e goffo.
È anche per svincolarsi da questa immagine che ha creato Brigthwide.com, sito contenitore di film dal messaggio sociopolitico?
Ho pensato a questo sito perché sono convinto che gli attori abbiano il dovere di utilizzare il cinema anche per un ruolo che vada oltre quello di puro strumento di divertimento.
In che modo?
Abbiamo i mezzi e la voce per dare visibilità a chi non la ha. Riusciamo a parlare con i politici, con i giornalisti. E poi possiamo creare appunto siti come il mio in cui i filmati di denuncia politica sono collegati ai link di organizzazioni umanitarie come Amnesty international e Oxfam, la rete di ong alla quale collaboro con Bono e Bob Geldof. Per impegnarsi concretamente basta cliccare, nel sito, sul bottone «agisci». Credo che sia più efficace delle solite magliettine con scritte di denuncia. Il fatto è che, forse perché i miei nonni erano missionari, concepisco la vita come impegno. Anche la catena Ecò, che dopo Milano estenderemo a Roma e al Sud, non rappresenta un semplice business, c’è dietro tutta una filosofia di vita.
Lei sarà anche impegnato nel sociale, avrà anche scosso molte coscienze omofobe con il docente gay interpretato in «A single man». Eppure, le fan continuano a identificarla con l’impacciato ma fascinoso avvocato Marc Darcy del «Diario di Bridget Jones».
Ma io sono contento di avere recitato sia in commedie leggere che in film drammatici. Il fatto è che il cinema inglese tende a classificare gli attori, e io sono legato a ruoli di borghese, intellettuale o nobile. E comunque Darcy non è niente di fronte a quello che ho combinato in Mamma mia!. Se sono sopravvissuto a quel film, posso superare tutto.
Pentito di avere ballato in calzamaglia?
Tutt’altro, mi sono divertito come un pazzo. Mi sono sentito come quando ti ubriachi a una festa e poi ti chiedi «chissà
che cosa ho combinato».
Le piacerebbe lavorare con qualche regista italiano?
Certo, mi piacciono Giuseppe Piccioni, Liliana Cavani, Matteo Garrone, Marco Tullio Giordana, Giuseppe Tornatore e sicuramente qualcun altro che ora sto colpevolmente dimenticando. Non credo di avere a oggi, però, gli strumenti per riuscire a interpretare il ruolo di un italiano. Mi accontento, per ora, delle letture a Londra al centro di cultura italiana. L’ultima è stata Il Gattopardo, il libro della mia vita, un capolavoro anche nella traduzione inglese.
Si sente un po’ italiano?
Non mi sono mai identificato con il mio passaporto britannico, non ho una grande identità nazionale, sento di appartenere alla razza umana. L’Italia è un paese dal quale mi sento coinvolto e che mi emoziona, anche se quando sono in Toscana purtroppo finisco per frequentare più gli uffici postali e i supermercati delle chiese e dei musei. Mi piacerebbe occuparmi più di Giotto e meno della Conad. Anche calcisticamente sono un po’ «puttana», ho la tessera dell’Arsenal ma nelle coppe internazionali tifo un po’ Inghilterra e un po’ Italia, con i miei bambini.
Di cosa parla il suo nuovo film su re George VI?
È la storia del padre della regina Elisabetta II, cui toccò assumersi la responsabilità del trono, a sorpresa e senza alcuna preparazione, quando suo fratello abdicò per sposare Wallis Simpson.
Un film storico politico?
No. George VI era balbuziente, con grandi difficoltà a parlare in pubblico e alla radio. Il film è basato sul rapporto fra lui e il suo logopedista australiano che lo aiuterà a superare il problema. È una storia di contrasti tra la vita pubblica e quella privata.
- Giovedì 9 Settembre 2010









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