
Photocall. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
Finiti i tempi con la Schygulla che si faceva fotografare mentre leccava il collo di Fassbinder al bar dell’Excelsior, o di Harrison Ford, Martin Scorsese, Ingmar Bergman che posavano a volte con poca voglia, ma sempre con impeccabile professionalità.
Erano gli anni ‘80 e i fotoreporter accreditati alla Mostra del Cinema di Venezia potevano raccontare il Festival per quello che era e per come loro lo vedevano.
Oggi la Mostra è diversa, gli uffici stampa collaborano sempre meno con i fotografi, preoccupati come sono di proteggere gli attori da flash improvvisi e da scatti non autorizzati. E quelli autorizzati sono sempre meno.
- Photocall. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Fotografi al lavoro. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Photocall. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Fotografi al lavoro. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Monica Barladeanu posa per i fotografi sul red carpet 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia - © Alexc Photo
- Fotografi al lavoro. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Fotografi al lavoro. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Aspettando il photocall. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Alberto Czajkowski, responsabile italiano dei servizi “CPS”, assiste i fotografi accreditati al Festival. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
- Photocall. 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
Photoshop ormai è installato anche nella mente del press agent. L’immagine di attrici e attori che si vuole far girare è costruita, senza ombre, rughe, stanchezze. Falsa.
Non è più possibile per i fotografi uno sguardo indipendente.
Trattati come giornalisti di serie B, usati come strumenti per veicolare immagini costruite che servono a promuovere il film. Inconsapevolmente arruolati come comparse per fare da sfondo all’arrivo dei divi.
È un po’ come se anziché permettere ai critici cinematografici di vedere il film e intervistare i protagonisti, venisse distribuito un comunicato ufficiale da pubblicare sui giornali.
In passato - racconta Walfrido Chiarini fondatore dell’agenzia Olympia, oggi Olycom, un fotografo che la Mostra la conosce bene - era facile entrare in confidenza con gli attori, scherzavi con loro, mangiavi con loro, vivevi con loro. I fotografi non venivano allontanati come adesso.
Andavamo a prendere i personaggi in aeroporto e quando passavamo davanti a Piazza San Marco o sotto il Ponte di Rialto, gli attori uscivano dal motoscafo per farsi fotografare.
Le foto che realizziamo oggi non raccontano la storia del Festival, dice Daniele Venturelli, altro fotografo veterano della Mostra. Gli attori te li fanno fotografare davanti a un fondale con il logo della Biennale. Cosa vuoi che significhi un’immagine del genere tra cinquant’anni? Potrebbe esser fatta a Hollywood, Parigi, Roma…
Anche negli anni ‘90 i fotografi avevano più spazio di oggi. C’era la moda dei servizi posati e i due storici alberghi del Lido, l’Excelsior e il Des Bains - oggi chiuso in attesa di essere trasformato in un condominio di lusso - diventarono enormi sale posa. Potevi fotografare nella hall, sulla spiaggia, nella terrazza, nelle camere. Anche nei bellissimi bagni.
Oggi gli attori devi scovarli. Inseguirli con i motoscafi. Appostarti per ore alle uscite di sicurezza. Alcuni li fanno entrare dalle cucine dell’Excelsior, come è successo quest’anno al cast del film Vallanzasca. E Vincent Gallo, per non farsi riprendere, indossava un passamontagna nero che gli copriva il volto.
Tutto è blindato. Più che un Festival, la Mostra del Cinema sembra la scena di un losco delitto e le macchine fotografiche sono assimilate a oggetti pericolosi. Lo pensano body guard, uffici stampa, portieri e forze dell’ordine.
E così molti fotografi non vengono più alla Mostra. Quest’anno erano il 20% in meno rispetto al 2009. Devono investire troppo rispetto alle immagini che portano a casa.
Dividere un appartamento con 5 posti letto, durante i giorni della Mostra costa 800 euro a persona. Un albergo a due stelle 160 euro al giorno. Senza parlare dei prezzi esagerati di bar e ristoranti che approfittano dell’evento.
Questi costi se li possono permettere solo AP, Reuters, Getty. Quelli che oggi monopolizzano l’informazione fotografica. Freelance e agenzie indipendenti sono ormai tagliati fuori. Non hanno più spazio per realizzare immagini diverse da quelle istituzionali come quelle, tutte uguali, che possono scattare durante i photocall.
Per chi non lo sapesse, il photocall è una specie di fossa dei leoni ricavata in una terrazza del vecchio Casinò, dove un centinaio di fotografi sono schierati davanti a un fondale pieno di loghi della Biennale, per cercare di accaparrarsi una brutta fototessera degli attori che per pochi secondi vengono fatti passare di lì.
È una vera lotta fatta di urla, sgomitate, aggressività per accaparrarsi uno scatto dove per lo meno il “divo” guardi in macchina.
L’altra sola occasione per riprendere le star di passaggio alla Mostra è il red carpet, gli ingressi, come si diceva una volta. I fotografi sono tutti schierati - da qualche anno in nero per imitare Cannes - e gli attori prima di entrare in sala posano imbalsamati o fanno ciao-ciao con la mano per sembrare disinvolti.
Foto che servono più come pubblicità per gli stilisti che li vestono che per l’informazione.
Insomma, un mestiere difficile quello del fotografo che segue la Mostra. Sempre in lotta con pass, divieti, limitazioni di qualunque libertà creativa e del legittimo diritto di raccontare in modo indipendente. Maria Laura Antonelli, fotografa dell’AGF, ci racconta la sua giornata.
Mi alzo alle 7.30, leggo i giornali e faccio un giro all’Excelsior sperando di avere qualche dritta o di potermi accodare alle interviste televisive per rubare immagini tra una domanda e l’altra.
Poi, dalle 10 iniziano i photocall. Uno dopo l’altro, con intervalli di cinquanta, sessanta minuti. Scatto, trasferisco le foto sul computer, scrivo le didascalie e le trasmetto all’agenzia che si occupa di distribuirle ai giornali.
Così fino alle due, tre del pomeriggio. Un altro giro all’Excelsior e a casa.
Faccio la doccia, mi butto addosso un abito nero e via al red carpet. Riparte la catena di montaggio: scatto, didascalia trasmissione. Fino a mezzanotte, se voglio riprendere tutti gli ingressi. Poi a casa a dormire e mangiare. A volte devo continuare a trasmettere foto e non ho tempo, altre volte sono così stanca che mi dimentico.
Insomma chi crede ancora che fare il fotografo sia un lavoro pieno di fascino, fatto di hotel extra lusso, di feste esclusive e di una vita simile a quella di Thomas, il protagonista di Blow-up, non ha capito nulla. Non è più così. Almeno per i reporter accreditati al Festival.
- Venerdì 10 Settembre 2010









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