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Fiamma Nirenstein: «Miral», un Mulino bianco palestinese

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  • Tags: Cinema, Fiamma Nirenstein, film, Julian Schanbel, Miral, Rula Jebreal
  • Un commento

Fiamma Nirenstein: «Miral», un Mulino bianco palestinese

«Panorama» ha chiesto a Fiamma Nirenstein, deputato del Pdl e giornalista, di vedere il film «Miral». Ecco quali sono state le sue impressioni.

Il film di Julian Schnabel e di Rula Jebreal, Miral, è così scontato da non emettere alcun suono.

Parecchie volte capita di notare quanto danno faccia l’ideologia estrema alla cultura e al gusto: è accaduto col nazismo, col fascismo, col comunismo, e accade anche col palestinismo, notevole componente della confusione contemporanea.

Anche importanti artisti come Schnabel possono venirne offuscati, è già accaduto. Quando Yasser Arafat si recò in visita a Saigon dal generale Giap, gli chiese come i vietnamiti fossero riusciti a trasformare un conflitto remoto e locale in una grande questione internazionale.

Giap gli suggerì di dedicarsi alla conquista delle élite, e Arafat riscrisse la vicenda dei palestinesi facendone i grandi oppressi dell’imperialismo, dei guerrafondai, le vittime degli americani, degli israeliani, della lobby ebraica. Il terzomondismo era in gran crescita, in quegli anni.

Quel castello di bugie ha giganteggiato fino a consentire ai palestinesi di rifiutare qualsiasi proposta di pace incolpandone gli israeliani.

La dedica finale del film a chi non rinuncia alla pace è senza contenuto.

Il film Miral rinfocola una cultura vittimista e corriva, che non può che produrre guerra.

Dopo un ammiccamento altoborghese-terzomondista di Vanessa Redgrave, il film offre le immagini della proclamazione di Ben Gurion dello stato ebraico, cui subito seguono scene di guerra di cui sono vittime i bambini palestinesi: ma la guerra fu scelta dagli arabi che rifiutarono la spartizione, e cinque eserciti assalirono Israele che aveva accettato.

Nel film non c’è traccia di questa e di altre verità storiche.

Il «Mulino bianco» arabo che ci viene offerto, scuola, pace, olive, humus e pita, era semmai un vulcano di odio.

Ne fu il padre ideologico soprattutto un rampollo della famiglia degli Husseini, Haj Amin, lo sceicco amico di Adolf Hitler, senza nulla togliere alla maestra di Rula. Quella fu l’epoca in cui il rifiuto arabo divenne un dogma mai più infranto.

Gli ebrei disegnati dal film sono pazzi assetati di sangue, che cercano ogni occasione per tormentare i palestinesi in una specie di ideologia suprematista lontana da Israele come sa chiunque lo conosce.

L’orrida poliziotta cicciona che fustiga a sangue con moto spontaneo la prigioniera (Miral) sarebbe finita sui giornali in prima pagina insieme con il giudice omertoso. La libera informazione e la giustizia israeliana li avrebbero spediti in galera.

La lacrimosa descrizione della terrorista Fatima con incredibile cinismo parla di un attentato fallito in un cinema e non delle migliaia di attentati riusciti, che hanno ucciso giorno dopo giorno donne, bambini, vecchi israeliani.

Del terrorismo, dell’odio che ha caratterizzato in tutti questi anni l’atteggiamento verso Israele dei palestinesi (di cui è una serra proprio la scuola, da cui è bandita la carta geografica dello stato ebraico) non c’è traccia.

I soldati israeliani sembrano psicopatici che usino a casaccio bulldozer, carri armati, mitra contro elfi danzanti che lanciano pietre. Piccole pietre.

Colpisce quanto siano furbastri i riferimenti storici, con la scritta che gli accordi di Oslo non furono mai realizzati, come se non fosse stata l’intifada dei terroristi suicidi decisa da Arafat a impedirlo; con l’allusione alla generosa accettazione del 22 per cento della patria ambita che, bontà loro, i palestinesi avrebbero accettato.

Ma chi conosce il soggetto sa che esso è il 22 per cento di una Palestina storica usata all’occorrenza, mentre in realtà comprende tutto il Cisgiordania e Gaza. Cioè tutto, fuorché Israele.

Ma Israele è per il film un becero occupante, un ebreo errante che non c’entra niente, non certo un popolo tornato sulla sua terra.

Colpisce anche l’occupazione estetica di Gerusalemme trasformata in città tutta araba, l’esaltazione dell’occupazione giordana dal 1948 al 1967 in cui i luoghi santi dei cristiani e degli ebrei non erano accessibili liberamente.

Lo spettatore insomma impara molta dottrina e poca verità, mentre le immagini si arrampicano sugli specchi di una conclusione strampalata.

  • redazione
  • Giovedì 16 Settembre 2010

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Commenti

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Il 30 Settembre 2010 alle 20:29 Governo, anche il senato vota la fiducia. Bufera su Ciarrapico - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] A partire dai colleghi di partito dello stesso Ciarrapico, come la nota giornalista ebrea Fiamma Nirenstein (PdL), che ha parlato di “parole intollerabili”, e come Giancarlo Lehner (Pdl), [...]

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