

Tra un cratere profondo 500 metri e le ruote del fuoristrada che s’inerpica lungo le Dolomiti ci sono sì e no 10 centimetri.
Sulla Poohmobile, alle 8 del mattino, regna un silenzio vigile. L’autista ha il piglio di chi sulle strade sterrate d’alta quota ha guidato per una vita intera, ma certo quel grande vuoto a sinistra…
«Giornale radio: parla in esclusiva l’unico sopravvissuto alla tragedia che ha colpito i Pooh in Alto Adige»: è l’inconfondibile humour di Roby Facchinetti, una delle tre colonne della band più longeva d’Italia. Obiettivo della spedizione è la Valle dell’Eden, una prateria a 2.500 metri, fra cavalli selvaggi, mucche al pascolo e laghetti incontaminati.
Da qui, e non per caso, ricomincia l’avventura dei Pooh, un quartetto diventato un trio dopo il forfait dello storico batterista, Stefano D’Orazio, che l’anno scorso ha lasciato la band.
Racconta Red Canzian, seduto nella hall dell’hotel La Majun, il quartier generale del gruppo a La Villa, in Alto Adige:
«Ci siamo trovati al bivio. Potevamo anche scegliere di appendere gli strumenti al chiodo. Proprio in questa valle, lo scorso Capodanno, abbiamo deciso che la nostra storia era più importante dei singoli attori che la recitano. E adesso siamo di nuovo qui per le riprese di Dove comincia il sole, il primo videoclip da quando Stefano ha scelto di cambiare vita».
Visto da vicino, lo stile Pooh è la migliore spiegazione di un successo che ha attraversato senza flessioni quattro decenni. Più che un gruppo, i Pooh sono una famiglia, un team di lavoro dove ognuno ha un ruolo specifico.
Non solo, dietro i 23 milioni di dischi venduti c’è tutto questo ma anche tanta determinazione. Quella che, dopo 30 album, li fa resistere, impassibili al freddo, su una cima delle Dolomiti, battuta da venti gelidi, in abiti poco più che primaverili.
«Bisogna stringere i denti, ma è un posto meraviglioso, difficile immaginare una location migliore per un video» commenta Dodi Battaglia davanti a una crema catalana consumata in baita tra una ripresa e l’altra. Che spiega:
«L’abbandono di D’Orazio ci ha costretti a cambiare marcia, a rimettere in discussione tutto. Se confrontate con il nostro passato recente, le canzoni del nuovo disco (Dove comincia il sole, ndr) sono uno shock».
Complice della svolta epocale Steve Ferrone, batterista di fama mondiale, che ha prestato i suoi possenti bicipiti a George Harrison, Paul McCartney, Michael Jackson, Eric Clapton e ai Duran Duran del superhit Notorious. Lo conferma Facchinetti:
«Con Steve niente è uguale a prima. Abbiamo cambiato il logo del gruppo, per il nuovo disco ho scritto una canzone che dura 11 minuti e 20 secondi, un record, e sul palco, per la prima volta, saremo in sei. Oltre a noi, ci saranno due musicisti aggiunti alla chitarra e alle tastiere.
Qualche mese fa, in America, ci siamo anche esibiti in tre, in versione acustica. L’ultima volta in trio risaliva al 1974, quando avevano arrestato D’Orazio per oltraggio a pubblico ufficiale. La reazione degli italiani negli States? “Ma siete bravissimi anche così, vi ricordavamo sul palco tra fumogeni e laser”».
In sintonia con lo stile Pooh anche le modalità d’ingaggio di Ferrone, da molti anni uno dei musicisti di studio più richiesti al mondo. Ce lo racconta Canzian:
«Gli ho scritto un’email che diceva così: “Caro Stefano, noi siamo un gruppo italiano, ci chiamiamo Pooh e vorremmo incidere il prossimo disco con te. C’è anche la possibilità di fare un tour insieme”. Dopo 8 minuti ha risposto. Poi ci siamo incontrati e da quel giorno è iniziata la seconda vita del gruppo».
Fra un aneddoto e l’altro procedono le riprese del video. La spettacolare telecamera rinchiusa in un minielicottero radiocomandato emette un sottile ronzio che attira l’attenzione di una mandria di cavalli. Che fissano l’oggetto non identificato, ma si tengono a distanza di sicurezza.
Non altrettanto fanno le mucche al pascolo che, passo dopo passo, accerchiano l’accampamento dove è sistemata la regia mobile. Ad allontanarle provvede il direttore della fotografia, Umberto Ottaviani, che sbarra la strada ai quadrupedi agitando freneticamente le braccia a poca distanza dal loro naso. Metodo empirico, ma indubbiamente efficace.
«Non l’ho mica inventato io, l’ho visto fare agli indiani d’America nei film western» racconta, mentre la telecamera-elicottero sorvola per l’ennesima volta le teste di Roby, Red e Dodi. Che, impassibili, intonano, rivolti verso le montagne, «Là dove comincia il sole…».
- Martedì 28 Settembre 2010









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