

di Marco Giovannini
«Avrai successo e diventerai ricco. Ma resterai convinto che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. E io, dal profondo del mio cuore, voglio che tu sappia che non è vero. Non gli piaci perché sei uno stronzo»
Comincia così The social network: con il diciannovenne Mark Zuckerberg scaricato dalla fidanzata Erica. E finisce con una frase di Marilyn, assistente del suo team di avvocati:
«Non sei veramente uno stronzo, Mark. Cerchi solo di sembrarlo».
In mezzo, gli anni tra il 2003 e il 2005 che hanno fatto dell’imbranato studente di Harvard, inventore di Facebook, il più giovane miliardario del mondo, ma anche il bersaglio di ex amici che l’hanno accusato di avere copiato idee e di averli estromessi dalla società.
Nei cinema dal 12 novembre, The social network per la critica americana è «il film dell’anno».
Mentre il regista David Fincher è in Svezia a preparare il remake di Uomini che odiano le donne, i riflettori sono tutti per lo sceneggiatore del film, Aaron Sorkin, 49 anni: un tipo singolare.
Dieci anni fa, al culmine della carriera (era lo sceneggiatore della serie tv West wing), fu arrestato all’aeroporto di Burbank per possesso di droga. Oggi si è disintossicato.
Che rapporto ha col computer?
Uso l’email. Punto. Prima di scrivere il film avevo solo sentito parlare di Facebook. Ma anche del carburatore della mia auto ho sentito solo parlare.
E perché ha voluto occuparsi del fenomeno Facebook?
Il produttore mi ha passato una proposta lunga 14 pagine per il libro Miliardari per caso che lo scrittore Ben Mezrich voleva scrivere. A pagina 3 ho smesso di leggere e ho afferrato il telefono per chiamare il mio agente e urlargli: «Voglio scriverlo io questo film». È stato il sì più veloce della mia carriera.
Non ha spiegato il perché…
Ho avuto un lampo: se avessi traccheggiato, qualcun altro lo avrebbe fatto al posto mio. Amicizia, tradimento, gelosia, vendetta, denaro, sesso: c’erano tutti i fondamentali dello storytelling. Avrebbe potuto scriverlo Eschilo, o anche Shakespeare o Paddy Chayefsky, autore di Quinto potere.
Zuckerberg ha parlato di «sorkinismo»: dice che è un film di finzione.
Non sono un giornalista né un documentarista. Sono uno scrittore che drammatizza gli eventi. Ma ho fatto molte ricerche, letto i documenti processuali, parlato con molti dei protagonisti garantendogli l’anonimato. Facebook avrebbe sponsorizzato il film se avessimo scelto un’università diversa da Harvard, cambiato il nome dei protagonisti e della società. Quella sarebbe stata finzione.
Che idea si è fatto dei protagonisti?
Da subito ho pensato che, con tante diverse versioni dei fatti, sarebbe stato bello proprio non prendere posizione, ma usarle drammaturgicamente. Vorrei che il pubblico, all’uscita del cinema, parlasse proprio di questo: il cattivo non c’è. Quando affronto un personaggio che potrebbe essere il classico «villain», la mia regola è di farlo parlare come se si stesse rivolgendo a Dio per perorare il suo diritto a essere ammesso in paradiso.
Non si è sentito vecchio per trattare temi da ventenne?
All’inizio ho pensato che dovevo scrivere «come un giovane ». Ho buttato giù tre pagine da museo degli orrori. Allora li ho fatti parlare come avrei fatto io nella loro situazione. L’importante è quello che si dice, non il linguaggio che si usa.
Come è andata con Fincher?
Se devo pensare a una mia scena d’azione, mi viene in mente quella di Codice d’onore in cui Tom Cruise ferma la macchina davanti a un’edicola, scende, compra Sports illustrated e riparte. Fincher invece è famoso per il dinamismo. Mi ha stupito il modo in cui è riuscito a rendere frenetiche scene fatte solo di dialoghi. Lui e Martin Scorsese sono i più grandi registi Usa.
Lei invece perché scrive?
Mi sono innamorato del suono delle parole: i dialoghi possono essere brani musicali ed è questo che inseguo nelle mie sceneggiature.
Lei è anche uno dei più famosi «script doctor»: la chiamano all’ultimo momento per sistemare sceneggiature altrui. Le piace?
La prima volta è stato per Schindler’s list e a Steven Spielberg non si dice di no. Poi mi è servito quando ho avuto i miei problemi. Non riuscivo più ad avere idee nuove ed è stata una maniera per continuare comunque a scrivere, senza tante responsabilità. Ma vuoi mettere la bellezza della responsabilità di un film come The social network?
- Martedì 12 Ottobre 2010









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Commenti
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Il 12 Ottobre 2010 alle 19:29 ros77 ha scritto:
I miei omaggi a chi va a vedere questo film: CRETINI MANIPOLATI!
Il 2 Gennaio 2011 alle 15:07 Perchè Facebook è un colosso d’argilla | Social Media Italia ha scritto:
[...] un cinema semi-vuoto ho visto The Social Network, il film del regista David Finchersceneggiato da Aaron Sorkin, che fa una piccola parte in una delle scene significative del film. I due creatori di Facebook, [...]
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