

di Giorgio Ieranò
È una specie di Facebook dell’Ottocento.
Una galleria di ritratti dove ogni dettaglio racconta una persona. E tutti i ritratti, messi insieme, descrivono una società e le sue illusioni.
Sono 100 le opere della mostra Da Canova a Modigliani. Il volto dell’Ottocento, aperta fino al 27 febbraio 2011 nel Palazzo Zabarella di Padova.
E una volta tanto il fatidico titolo «da Tizio a Caio», che di solito serve come maschera per mostre improvvisate, ha un senso preciso. Perché Antonio Canova e Amedeo Modigliani sono i due estremi attraverso i quali passa un secolo intenso e turbolento, in cui i canoni dell’arte e della società vengono rivoluzionati.
Davvero ci si domanda perché ogni paesello italiano debba oggi avere un museo di arte contemporanea, in genere faraonico oltre che battezzato con acronimi citrulli, mentre l’arte di gran parte dell’Ottocento pare condannata a languire in un limbo per amatori.
Per fortuna c’è chi, come la padovana Fondazione Bano, si dedica sempre più all’Ottocento, non solo con questa mostra ma anche con progetti scientifici su temi come il Neoclassicismo o l’opera di Francesco Hayez.
Ora, dunque, è di scena il ritratto. Un genere una volta considerato minore che diventa nell’Ottocento lo «specchio di una storia e di un’umanità che stavano cambiando profondamente» come scrive uno dei curatori, Fernando Mazzocca, in un saggio del catalogo (edito da Marsilio).
Il ritratto non è più solo uno status symbol, la consacrazione di un raggiunto prestigio. Deve riflettere l’anima, rappresentare i moti interiori dell’individuo.
Così Ugo Foscolo, quando vuole donare un suo ritratto a una delle sue innumeri amanti, Antonietta Fagnani Arese, le chiede come lo vorrebbe:
«Di’, mi vuoi vestito come mi hai veduto la prima volta al teatro, o con la mia pelliccia e senza fazzoletto al collo, o piuttosto col tabarro?».
Quanto invece al ritratto dell’amata, scrive:
«Lo bramerei in un’attitudine malinconica, pittoresco ma non romanzesco, e nel campo qualche albero di un verde fosco. Lascio fare del resto al pittore: s’egli è artista davvero ed è stato innamorato, saprà fare assai meglio di quanto potrei dirgli».
Anche un altro scrittore assai meno esibizionista, quell’Alessandro Manzoni che confessava una «ripugnanza invincibile» a farsi ritrarre, alla fine cedette: in mostra c’è anche il suo volto, dipinto da Hayez.
E poi c’è tutta una galleria di anonimi o di personaggi dalla gloria effimera, una schiera di famiglie al gran completo, pre e post rivoluzione industriale. In una vertiginosa successione di stili che dal Neoclassicismo di Canova sconfina nella ritrattistica novecentesca di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Amedeo Modigliani.
Il dipinto simbolo della mostra è Sogni di Vittorio Corcos (1896), che fece scalpore anche per la posa anticonvenzionale della modella, seduta su una panchina con le gambe accavallate.
È il ritratto di una donna moderna, che si può utilmente confrontare con le immagini mitologizzate della ballerina Carlotte Chabert dipinta da Pelagio Pelagi come Diana cacciatrice e da Hayez come Venere.
In mostra, anche inediti provenienti da collezioni private: opere di artisti notevoli, come Telemaco Signorini.
O come Andrea Appiani, con tre ritratti della società dell’epoca napoleonica, come quello di Paola Ruga, detta Rugabella: una regina dei salotti milanesi che Stendhal vantava tra le donne più affascinanti del suo tempo.
- Martedì 12 Ottobre 2010









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