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Bambini italiani: rinunciare all’età dell’innocenza non è un prezzo troppo alto?

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  • Tags: bambini, io canto, Panorama in edicola, Televisione, ti lascio una canzone
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Bambini italiani: rinunciare all'età dell'innocenza non è un prezzo troppo alto?

E guardateli bene questi bambini. Davide Caci e Sara Musella, 9 e 7 anni, che duettano canzoni d’amore alla trasmissione Io canto su Canale 5, hanno la loro pagina su Facebook e sembrano piccoli adulti, ma con la pelle di pesca.

Osservateli questi bambini, all’uscita dalle scuole elementari.

Paiono tanti signorini e signorine, non bambini bensì piccoli maschi e piccole femmine, più simili a quelli che due generazioni fa vedevi uscire dal liceo.

E gli insegnanti di hip hop che hanno abbassato l’età dell’iscrizione alle lezioni a 7 anni, e i corsi preagonistici di nuoto un’ora e mezzo quattro volte la settimana quando hai solo 8 anni, e l’età media della pubertà delle bambine che si abbassa a 11 anni, e tutti questi genitori ossessionati dall’ansia da prestazione: «Oddio, ma mio figlio sarà a livello degli altri?».

Una donna molto bella è stata ospite di una puntata del programma Le invasioni barbariche. Si chiama Luna, è figlia della stilista Luisa Beccaria. Con jeans strappati e scarpe importanti, sembrava quasi una splendida trentenne. Ha 15 anni.

«Negli ultimi tempi c’è stato un sobbalzo» dicono gli psicologi dei Cpba (i Centri di psicologia del bambino e dell’adolescente) di Milano. «A 12 anni le ragazzine passano improvvisamente dalle ballerine alle calze a rete».

Il critico televisivo Aldo Grasso ha scritto che prova «un’infinita tristezza nel vedere bambini offerti come caricature di adulti» in programmi come Ti lascio una canzone o Io canto, degli X factor o Canzonissima precoci dove i piccoli si cimentano con le più famose canzoni degli adulti.

Le due trasmissioni hanno provocato molte polemiche, tra cui quella dei frati dell’Antoniano di Bologna, che organizzano lo Zecchino d’oro e rivendicano che i bambini debbano cantare canzoni per bambini.

Ma durante una recente puntata di Io canto, il disc jockey Claudio Cecchetto ha chiesto a una piccolissima concorrente: «Tu hai fatto anche lo Zecchino d’oro. Preferisci cantare queste canzoni o quelle altre?». «Queste!» ha risposto senza esitazioni la bambina. E non sembravano una domanda e una risposta preparate.

Il conduttore della trasmissione, Gerry Scotti, dice:

«Per loro cantare una canzone da grandi vuol dire automaticamente essere più grandi. È anacronistico pensare che i bambini siano rimasti quelli addomesticati dell’Antoniano. È cambiata la televisione che li contiene, sono cambiati i genitori che li mettono al mondo, sono cambiati i bimbi.

Tu da genitore ti preoccupi di non fare vedere una cosa più o meno macabra, più o meno pornografica. Intanto i tuoi figli vanno su Youtube e ne hanno già viste di molto più macabre o pornografiche e non hanno nemmeno più il pudore che avevamo noi di nasconderle.

Con le nuove tecnologie, di cui sono espertissimi, tra telefonini, internet, iPhone, iPod, iPad, negli ultimi 10 anni i nostri figli hanno avuto un’accelerazione».

Paolo Scalise, romano, padre di Alice, 2 anni, racconta il momento preciso in cui la piccola ha scoperto l’iPhone di papà: «Ha spinto il tasto, ha visto illuminarsi lo schermo e ha cominciato a lanciare gridolini di gioia». La Apple, l’azienda produttrice, sa di avere costruito il proprio successo su oggetti così semplici e intuitivi che persino un bambino può usarli, e molte applicazioni dell’iPhone sono destinate a piccoli in età prescolare.

Emma, 10 anni, milanese, adora ballare, cantare, come la protagonista della sua telenovela preferita: Il mondo di Patty. La sua mamma dice che vorrebbe mandarla in un rehab, un centro di disintossicazione per dipendenti da Patty, perché Emma è totalmente stregata dalle avventure della sua eroina che vive con la madre, poi scopre di avere anche un padre.

La sorella di Emma, Greta, 15 anni, invece abita praticamente su Youtube. Ascolta la musica mentre chatta, non s’interessa a nulla che duri più di sei minuti, e quando parla con le sue amiche ha un rapporto apparentemente disinvolto con il sesso. Tra ragazzine chiamano «scopa amico» quello che non è esattamente il tuo fidanzato, ma ci vai a letto insieme quando non sai che cosa fare.

Gli esperti dei centri di psicologia del bambino e dell’adolescente, che seguono piccoli dai 5 anni in su, raccontano di come il modo di vivere dei ragazzini sia diventato più rapido, più superficiale. E come siano aumentati i disturbi legati all’ansia, paure «abbandoniche», difficoltà ad affrontare un mondo esterno che cambia così in fretta.

Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, esperto di disagio durante la crescita, spiega:

«C’è una precocità sociale del bambino. I figli attenuano la dipendenza dalla mamma e dal papà spostando l’interesse sui coetanei. A questo corrisponde, da parte dei genitori, la convinzione che i bambini siano dei piccoli adulti. E volete sapere perché? Perché le mamme che lavorano non vedono l’ora che i bambini vadano al nido, ma per farlo a cuor leggero hanno bisogno di credere che il proprio figlio sia autonomo, indipendente, responsabile».

A 9 anni si mandano i bambini in Gran Bretagna per imparare l’inglese, pensando che il piccolo adulto non abbia nostalgia della madre perché è ormai un ometto.

E invece, dice Elisabetta Dami, autrice delle avventure del topo giornalista Geronimo Stilton…

«Invece i bambini sono solo molto più tecnici. Una storia dove non ci siano computer o telefonini non riesce a raggiungerli. Ma nonostante sembrino più adulti di un tempo, rimangono dei cuccioli vulnerabili. Sono gli adulti che tendono a sovraccaricarli. I bambini risentono dell’accelerazione, della drammaticità, del sensazionalismo, della passionalità che provengono dell’esterno. Mi rendo conto che anch’io, nelle mie storie, devo esagerare le emozioni e i sentimenti, perché se una sensazione non è gridata non fa più effetto».

Siamo talmente abituati, tutti quanti, a essere bombardati, che ciò che una volta veniva sussurrato non ci raggiunge più. I bambini non sono l’eccezione.

La competizione colpisce prima i genitori poi i figli, che si costruiscono sullo sguardo delle madri. In un paese che mette al mondo pochi bambini, regna il mito del piccino competente, la solida convinzione che il proprio figlio sia più avanti.

«Traducendola in una lista di esemplificazioni, vuol dire: mio figlio cammina prima, mastica prima, parla prima; mio figlio ragiona prima (e meglio), ha un’ironia precoce (e più sottile) e una simpatia naturale (neanche comparabile con quella degli altri bimbi). Egli è più intuitivo, più originale, più spassoso; più autonomo, cerebrale, passionale»

Così scrive la professoressa Antonella Landi nel suo libro Tutta colpa dei genitori – la versione della prof (Mondadori, 175 pagine, 16 euro). Il bambino contemporaneo è così «avanti» da essere costretto a bruciare le tappe per trovare quell’appagamento di bisogni sempre più elevati che nulla hanno da spartire con i comandamenti dell’infanzia. E il suo essere così avanti è garanzia di un’età adulta gestita con successo. Insomma, è il bambino competente che da grande non sarà un perdente.

Confida una mamma milanese, Paola Spagnolello, madre di una femmina di 7 anni e di un maschio di 10:

«Io genitore mi sento bombardato dagli stimoli esterni. Dalla competizione, dalla performance, dalla pressione del “o tuo figlio lo fa adesso o perde il treno rispetto agli altri”. Sembra che i bambini debbano essere riempiti e il genitore si domanda: “Oddio, ma farà abbastanza per reggere il confronto con gli altri?”. Intanto i bimbi si sentono soverchiati da un mondo di adulti del quale non hanno ancora gli strumenti».

Marianne Fröberg è una giovane donna svedese che ha sposato un siciliano. Hanno avuto due bambini: Giulia, 7 anni, ed Emil, 4. Marianne, che guarda l’Italia con gli occhi di una nordeuropea, dice:

«Le mamme italiane non permettono ai piccoli di essere piccoli, stanno loro sempre addosso, li proteggono da tutto, impartiscono continuamente ordini: fa’ questo, fa’ quello, sta’ fermo, sta’ zitto, non muoverti, non sporcarti. I bambini italiani devono essere programmati, perfetti, non devono disturbare. Con quei jeans strettini non riescono neppure a muoversi e a giocare. Invece i piccoli hanno bisogno di sporcarsi, cadere, ruzzolare, essere bambini per imparare dov’è il limite, capire che cos’è la delusione. Un bambino quando è solo non cade mai dal letto a castello, perché si pone lui stesso il limite».

Ah, le madri e i padri italiani… Lo sostiene anche Antonella Clerici, mamma e conduttrice di Ti lascio una canzone:

«L’unico pericolo per i bambini della mia trasmissione sono i genitori. Infatti se una madre ha troppe aspettative, li rimandiamo a casa. Lei e suo figlio».

  • silvia.grilli
  • Lunedì 25 Ottobre 2010

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