

Per quasi quattro anni Marcello Sannino, classe 1971, una macchina da presa in mano e voglia di capire dentro, ha seguito Ciro, ragazzo nato nel posto sbagliato, a Ventaglieri, quartiere difficile di Napoli, con un sogno giusto: diventare un campione di boxe e riscattare le origini.
Solo che è dura salire sul ring e vincere se ti puoi allenare poco e dormire meno perché fai mille lavoretti. Finisci per piangere e tirare di boxe senza crederci. Ma poi riparte tutto, la passione, e arriva pure l’amore.
In quattro anni a Ciro è cambiata la vita e Corde racconta come.
Documentario narrativo: così si chiamano questi film che non sono film né reportage, diventati di gran moda. Ma forse il termine è inappropriato.
Diciamo che la realtà, uscita dalla porta del cinema, è rientrata dalla finestra grazie a questo genere di racconto per immagini sulla cui definizione si accapigliano gli addetti ai lavori: docufilm, documentario narrativo?
«È l’antireportage, non è un racconto giornalistico né un film fatto con pochi soldi. Il documentario narrativo ha una scrittura, una sceneggiatura e, soprattutto, uno sguardo. Sceglie il modo in cui raccontare».
Parola di Giovanna Taviani, anima del Salina Docfest, l’unica rassegna specializzata in questo genere, regista e frequentatrice del genere (alla Mostra di Venezia ha presentato il suo Fughe e approdi).
«Con l’11 settembre è cambiato tutto, quando senti le bombe che ti cadono sulla testa, allora la realtà si impone con tutte le sue contraddizioni».
Basta guardare le liste dei docu-film in concorso al Salina-DocFest, e di quelli in lavorazione o in uscita, per capire che siamo di fronte al Nuovo Cinema Italia, parafrasando il film Oscar di Giuseppe Tornatore.
Niente a che vedere con una riedizione tecnologica del neorealismo anni Cinquanta, piuttosto un filone in cerca di visibilità che ha per protagonista l’Italia non da prima pagina: la provincia, il Sud, le microstorie personali, la memoria di una nazione.
Investendo 4 mila euro e molto tempo, il milanese Giuliano Ricci è andato in un paesino siciliano, Villalba, un posto da cui «la gente scappa, se ne va, siamo tutti pensionati» dice uno degli intervistati; mentre il fruttivendolo ammette, sorprendentemente: «Voto Lega perché a Milano si fanno un culo così; qui invece quelli del comune timbrano e poi vanno a fare la spesa».
Per girare il suo Non c’è più una majorette a Villalba Ricci non ha aspettato i soldi pubblici:
«Ho provato a cercare fondi, ma i tempi si dilatavano troppo. Così ho coinvolto degli amici e l’ho autoprodotto».
Tre giornalisti (Paolo Tomassone, Stefano Aurighi e Davide Lombardi) hanno battuto per tre mesi l’Emilia-Romagna per capire come abbia fatto la Lega a conquistare il cuore degli ex comunisti. Risultato: Occupiamo l’Emilia, documentario molto istruttivo sulla politica italiana.
Andrea Segre ha invece indagato sulla rivolta degli extracomunitari di Rosarno in Sangue verde e Sergio Basso ha fermato per immagini «l’occupazione» dei cinesi a Milano in Giallo a Milano; 15 ragazzi dell’Accademia dell’immagine dell’Aquila si sono messi insieme per realizzare Un anno dopo, testimonianza sugli effetti del terremoto; Elisabetta Sgarbi ha voluto misurare il posto che la cultura ha nel cuore degli italiani, viaggiando da Nord a Sud, raccogliendo materiale video fino a riorganizzare il tutto in Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra; il critico Andrea Cortellessa con Luca Archibugi ha girato Senza scrittori, pamphlet per immagini del mondo dell’editoria.
Intenso Alisya nel paese delle meraviglie di Simone Amendola, viaggio fra gli extracomunitari di seconda generazione. Il giovane regista è andato a Cinquina, quartiere derelitto di Roma, ha intervistato i ragazzi, ha seguito un gruppo di rapper, si è sentito rispondere:
«Qui l’integrazione va così, i marocchini con i marocchini, gli egiziani con gli egiziani, gli italiani con gli italiani. I pischelli invece si amalgamano fra loro».
Amendola ricorda il primo impatto con il quartiere:
«Non è stato semplicissimo, mi consideravano un intruso anche se io ho 30 anni e loro 17. Il primo giorno di riprese mi volevano spaccare la telecamera».
Dal 28 ottobre, alla Festa del cinema di Roma, sugli schermi scorrerà, oltre alle megaproduzioni, anche una serie di documentari. Il festival infatti ha una sezione dedicata; tre gli italiani in concorso, Roberto Orazi, Bruno Bigoni e Gianni Celati.
Mario Sesti, il selezionatore, sottolinea:
«Tre italiani che parlano però del mondo, perché il documento narrativo non è provinciale. Lo spazio di libertà ce l’ha perché può usare qualsiasi linguaggio, per i soggetti scelti e per i costi ridotti grazie alle nuove tecnologie».
Da 4 mila a 150 mila euro: è quanto può costare un documentario dignitoso. I fondi si cercano presso le film-commission (gli enti regionali che promuovono il territorio), l’Unione Europea o il fondo per lo spettacolo. Oppure in famiglia, spaccando il salvadanaio.
Negli ultimi mesi molte factory dell’elettronica hanno lanciato videocamere, degne di un regista, valide per i filmini della prima comunione come per progetti più ambiziosi. I prezzi? Bassi, se si pensa al risultato. In più serve solo un software per curare il montaggio.
Grazie alla tecnologia a basso costo, insomma, l’esercito dei filmmaker di docu-film si fa agguerrito.
È giovane (fra i 25 e i 40 anni), determinato, deciso a farsi sentire. Anzi, vedere: dei 304 documentari prodotti nel 2009 solo una cinquantina ha trovato un canale distributivo.
Pochi gli spazi in tv: Doc3 a notte fonda sulla terza rete Rai, oppure i canali Current e Cult di Sky. Poche anche le sale, a meno che si abbia dietro un colosso come Cinecittà Luce che ha presentato a Venezia, per esempio, Ma che storia… di Gianfranco Pannone, viaggio in 150 anni di storia d’Italia.
Anche Fughe e approdi di Giovanna Taviani arriverà nelle sale digitali del Luce.
Ma la più clamorosa imminente uscita è la Passione di John Turturro, dal 22 nelle sale: l’attore americano ha girato un film-documentario sulla canzone napoletana, studiata per due anni, alternando spezzoni d’epoca con sceneggiate riscritte e reinterpretate, e ha agganciato anche Fiorello.
«Il documentario narrativo ha un linguaggio più forte e più libero del cinema»
Così dice Valerio Mastandrea, giurato al Salina Docfest. E a scoprirlo sono anche i nomi pluripremiati. Pare che i fratelli Taviani vogliano girare un docu-film a Rebibbia, mentre Giuseppe Tornatore sta lavorando a L’ultimo Gattopardo, documentario dedicato a Goffredo Lombardo, produttore del nostro cinema quando era un mito per il mondo (suo, per l’appunto, anche il Gattopardo di Luchino Visconti).
Il regista di Baarìa dice:
«Non volevo girare un documentario tradizionale su Lombardo, così ho sfruttato l’archivio della Titanus, forte di 400 film. Mi sono divertito a sperimentare, fare un film è sempre più difficile».
- Martedì 26 Ottobre 2010









I calendari 2012
Tutto su Belen Rodriguez
Tutto su Lady Gaga








Talent show: le 10 star internazionali più amate su Facebook
Musica, le gallery più cliccate: Jennifer Lopez e Noemi in testa, e ci sono sorprese


Le ragazze di Periscopio
Le foto più belle, settimana dopo settimana
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.