

di Marco Morello
Il re è nudo. Anzi indossa solo un paio di boxer, ha il «six pack» degli addominali in bella mostra e le cuffie da dj al posto della corona.
Il re è il francese Bob Sinclar, testimonial nuovo di zecca di un noto marchio di biancheria intima. È anche il protagonista dello spot Alfa Romeo, è stato ospite all’ultimo Sanremo e, soprattutto, è il capofila di una generazione di deejay superstar, strapagati e straviziati.
Lui, David Guetta, Tiësto e pochi altri guadagnano ormai quanto un calciatore di prima fascia: calcolo facile e credibile, perché un biglietto per un set viaggia intorno ai 40 euro, ma in alcune occasioni supera i 100.
E se le icone del pop, da Madonna in giù, fanno la fila per collaborare con loro, la fila è pure la regola per migliaia di ragazzi davanti ai club dove si esibiscono, a Ibiza come a Miami, a San Paolo come a Riccione.
Insomma, è finita l’epoca dei dj-tappezzeria, condannati all’oscurità in un angolo della pista. La console, oggi, è l’attrazione e il fulcro vero della scena, circondata da schermi giganteschi e ballerine piumate, giochi di luce ed effetti speciali.
È il divismo dell’uomo solo al piatto, l’intrattenitore carismatico che nemmeno fa più rima con trasgressione: «Non bevo, non fumo e non mi drogo» elenca fiero Sinclar, che poi vende 2 milioni di copie con un singolo soltanto.
Mentre Benny Benassi, orgoglio italiano vincitore di un Grammy e ballato anche agli antipodi, ha scelto la bicicletta per il suo recente tour in California: «Perché» dice «se pedali ti senti troppo bene». E aggiunge: «Le mie serate finiscono alle 2, 2 e mezzo, non vanno più avanti fino alle 6. Il mondo della notte non è quello degli eccessi di una volta, la gente vuole solo divertirsi e ascoltare buona musica. Il resto sono pregiudizi».
Pregiudizi a parte, non è facile inquadrare il boom di fenomeni come David Guetta, un altro francese, che ha più di 10 milioni di fan su Facebook e non sbaglia una hit.
Anche lui fatica a spiegare se stesso: «Non chiedetemi come si costruisca un tormentone perché non esiste una scienza esatta. Se un brano mi fa venire la pelle d’oca, lo produco, altrimenti no» dice a Malta prima di sistemarsi le cuffie davanti a 50 mila ragazzi.
In verità lui preferirebbe l’atmosfera più raccolta e glamour del Pacha di Ibiza, club meta di pellegrinaggi estivi di vip («il merito è dell’organizzazione di mia moglie Cathy» si schermisce); poi, però, accetta di buon grado di esibirsi su un’enorme spiaggia vicino Sydney in occasione del prossimo Capodanno. La cifra per ingaggiarlo, dicono i bene informati, si aggirerebbe intorno ai 500 mila dollari.
Altro mostro sacro del cachet è l’olandese Tiësto, patrono del genere trance, che per evitare code al check-in e controllori di volo che incrociano le braccia si è regalato un jet privato e un vezzo: il suo nome inciso sulla fusoliera.
«Non è un lusso, ma un’esigenza pratica per chi deve spostarsi da una parte all’altra del pianeta» chiarisce a Ibiza a Panorama prima del suo set al Privilege, quello che il Guinness dei primati ha certificato come il club più grande al mondo.
Tiësto è diventato anche il testimonial di Dj Hero 2, il videogioco della Activision che trasforma il giocatore in un disc jockey e che ha venduto milioni di copie con il primo capitolo, a testimonianza che gli emuli e gli aspiranti sono categorie che si rincorrono e si sovrappongono.
A loro qualche consiglio dalla vetta: «Per riuscire» assicura Tiësto «bisogna costruire il proprio stile, fare pratica ogni giorno per 4-5 ore, creare musica, poi lavorare sulla scaletta del set».
Già, perché il grande paradosso che è base e premessa di questo strano miracolo sono racchiuse in una storiella ormai classica: due dj si incontrano per andare al cinema e uno chiede all’altro: «Sai mica chi è il proiezionista?». Il proiezionista e non il titolo del film, chi mette i dischi e non quali mette.
«Oggi è il nome del dj il sigillo di qualità. Se è quotato la gente è sicura di divertirsi, se si atteggia a sex symbol è ancora meglio» afferma Paul Sears, manager dei nomi più di peso sulla scena dance italiana.
Non è tutto: «C’è pure tanto marketing, ma anche un cambio di prospettiva da parte del pubblico, l’accettazione che l’artista non sia per forza il cantante. Io oggi compro un disco firmato da Guetta o Tiësto sebbene la voce sia di qualcun altro, famoso o meno non importa».
Così si spiega il passaggio di testimone dalle popstar ai dj superstar. Con le fisiologiche derive figlie della bulimia da fama.
Danny Tenaglia, personaggio celebre che ha collaborato pure con Michael Jackson, di regola pretende un vetro protettivo di fronte al palco (costo: 5 mila euro) perché il pubblico non gli scatti foto e un’eliambulanza all’esterno del locale. In più chiede un massaggiatore ayurvedico a sua perenne disposizione e 10 pacchetti di chewing-gum di una particolare marca.
«Dave Clarke, acclamato dj techno, vuole che in console ci siano ogni volta 5 chili di banane. E Jeff Mills, icona dell’elettronica, esige che il suo autista parli perfettamente l’inglese, ma che non gli rivolga mai la parola, per nessun motivo» racconta Luca Melchionda di Dj Mag, la bibbia del settore.
Infine c’è Erick Morillo, americano habitué di Ibiza, che lascia l’aeroporto solo se ad attenderlo trova un suv bianco di una famosa casa automobilistica tedesca. Stravaganze di chi ha perso il senso della misura? Sarà, ma con i re è il caso di essere indulgenti.
- Mercoledì 27 Ottobre 2010









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Commenti
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Il 30 Novembre 2010 alle 12:12 The Insane Djs ha scritto:
[...] dj sono diventati noiosi. Pochi giorni fa mi ero imbattuto in un articolo dal titolo: “Bob Sinclar, David Guetta, Tiësto… Macché Madonna, le vere stelle oggi siamo noi deejay&#…; si parla di musica ho pensato, sarà quindi un buon articolo. Mi sbagliavo. Articolo banale: le [...]
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