

Jon Landau ha cambiato vita il 10 maggio 1974. Reduce dallo show di un ragazzo sudato con la barba incolta in un piccolo club del Massachusetts, si sedette alla macchina per scrivere e digitò:
«Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen».
Il passo successivo fu dare le dimissioni dal giornale, il Real Paper di Boston, che aveva pubblicato la sua profezia. Trentasei anni dopo, Landau non ha rimorsi:
«Ero un influente critico musicale con la carriera in discesa, ma se tornassi indietro rifarei tutto. Perché, dopo tanto tempo, c’è una certezza che non si è ancora sgretolata: Bruce è sempre il mio migliore amico e fare il suo manager-produttore è la cosa più intensa che mi abbia regalato la vita».
Lo dice a una manciata di giorni dall’uscita mondiale (il 16 novembre) di The promise, il capolavoro perso e ritrovato, un doppio cd con 21 canzoni registrate nel 1978, poi escluse dalla tracklist del classico Darkness on the edge of town.
«Di 70 brani incisi ne abbiamo usati 10, quelli più crudi e sofferti. Solo caffè nero bollente e amaro, era il nostro motto. Per questo motivo abbiamo escluso una canzone straordinaria, ma d’amore, come Because the night, frutto della collaborazione con Patti Smith.
Non era adatta a un venticinquenne che pensava in grande e si poneva domande come “chi sono, che cosa significa essere americano oggi?”».
Quella dietro The promise è la storia d’esilio forzato, di interminabili mesi passati in un magazzino-sala prove nella casa di Springsteen a Holmdel, New Jersey.
«Bruce non poteva pubblicare dischi perché era in causa con il suo ex manager. L’unico antidoto alla frustrazione era suonare giorno e notte, comporre nuovi brani, resistere alla burocrazia degli avvocati con un’overdose di creatività.
Era straordinario vedere questi ragazzi, un tempo molto magri, sfinirsi dalle 3 del pomeriggio alle 3 di notte in uno scantinato che emanava odore di tabacco, caffè e pastasciutta fritta.
Il Boss e i ragazzi che suonavano con lui avevano un approccio messianico, come se le loro canzoni potessero davvero contribuire a migliorare il mondo».
È la fotografia di un’altra era della storia della musica: niente computer e marchingegni che aggiustano l’intonazione, solo sudore, fatica e notti con la chitarra a tracolla.
«Nella Springsteen factory si ragionava solo in termini di album, inteso come insieme di canzoni legate da un filo conduttore. Ricordo che abbiamo iniziato le incisioni di Darkness on the edge of town con il proposito di fare un disco difficile e distante dal precedente, Born to run, che aveva avuto un grande successo commerciale. Chi, oggi, rinuncerebbe a cavalcare l’onda? Credo nessuno».
Il modello di business ideato da Landau, lo schema di lavoro che ha trasformato Bruce nel Boss, era ed è articolato in tre tappe:
«Primo, scrivere canzoni che puntano al cuore. Secondo, progettare un album coerente e senza pezzi deboli o inutili. Terzo, preparare fino allo sfinimento il tour.
Chi paga un biglietto deve tornare a casa appagato, stanco per la troppa energia che arriva dalla band. Il mio amico queste cose le aveva intuite anche prima del nostro incontro.
Durante i primi concerti, a metà anni Settanta, quando si esibiva dovunque ci fosse un palco disponibile, aveva l’abitudine di raccontare al pubblico qualche episodio della sua adolescenza. Mentre parlava, i musicisti della E Street Band creavano un sottofondo di note appena accennate, che facevano da colonna sonora alle sue parole.
Una mossa geniale per abbattere le distanze tra lui e l’audience e creare un clima confidenziale.
Dopo qualche settimana di rodaggio, quello divenne uno dei momenti caldi dello spettacolo. Appena iniziava a raccontare, una processione di fan si faceva sotto per lanciargli regalini e biglietti affettuosi. Niente mutande o reggiseni. Solo i grandi riescono a portare in scena l’artista e l’uomo nello stesso momento».
Al rigore della scuola Landau appartiene poi il lavoro di rifinitura dei dischi, un metodo inflessibile che è stato applicato anche per togliere un po’ di ruggine ai brani di The promise:
«Non è che abbiamo preso le vecchie registrazioni e le abbiamo buttate su un cd. Tutto è stato riascoltato e ripulito.
Basti dire che l’ingegnere del suono, Toby Scott, è riuscito a scovare una cosa pazzesca. “Jon, Jon” mi dice preoccupato al telefono “ma chi è che suona la batteria in It’s a shame? Quello non è il tocco di Max Weinberg”.
A quel punto mi sono arreso e ho confessato: e va bene, lo ammetto, quella sera Max era stanco e io mi sono seduto al suo posto dietro i tamburi. Non so come hai fatto ad accorgertene, ma complimenti.
Ecco, noi lavoriamo così».
- Giovedì 18 Novembre 2010









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