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Kim Rossi Stuart: il mio Vallanzasca, che sembra un Rolling Stone

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  • Tags: Cinema, interviste, Kim-Rossi-Stuart, Panorama in edicola, personaggi, Vallanzasca-Gli angeli del male
  • Un commento

Kim Rossi Stuart: il mio Vallanzasca, che sembra un Rolling Stone

di Gianmaria Padovani

Si aspettava le critiche seguite alla presentazione di Venezia? In fondo «Romanzo criminale», il precedente film di Placido in cui lei figurava tra i protagonisti, raccontava di un’altra banda malavitosa che agì in quegli anni. E ha riscosso solo plausi.

«Quelli della banda della Magliana si sono ammazzati fra loro, a quanto ricordo non rimasero coinvolti poliziotti. Invece qui ne sono rimasti a terra diversi. E Renato Vallanzasca è ancora vivo: ci sono dei nervi ancora scoperti, è normale che i familiari delle vittime vigilino».

Kim Rossi Stuart è l’attore che impersona il bandito più famoso degli anni Settanta nel film Vallanzasca - Gli angeli del male che debutterà il prossimo 21 gennaio. Durante l’intervista, prima di rispondere a ogni domanda sembra raccogliere i pensieri per qualche istante; quando parla, soppesa ogni parola.

Kim Rossi Stuart al Festival del Cinema di Venezia
Kim Rossi Stuart al Festival del Cinema di Venezia
Kim Rossi Stuart al Festival del Cinema di Venezia
Kim Rossi Stuart al Festival del Cinema di Venezia

Kim Rossi Stuart in una scena di Vallanzasca
Kim Rossi Stuart in una scena di Vallanzasca
Kim Rossi Stuart in una scena di Vallanzasca
Kim Rossi Stuart in una scena di Vallanzasca
Kim Rossi Stuart in una scena di Vallanzasca


Difficile dire se dipenda dal carattere (la sua riservatezza è nota) o sia un riflesso della delicatezza imposta dalle discussioni che la pellicola ha suscitato: lo scorso settembre, al Festival di Venezia, dove Vallanzasca è stato presentato fuori concorso, il regista Michele Placido è stato protagonista di una conferenza stampa burrascosa.

«Il film» spiegherà più tardi Rossi Stuart «per quanto mi riguarda non è né un’indagine istruttoria né una ricostruzione storica dei fatti criminali della banda Vallanzasca». Se qualcosa gli ha dato fastidio, però, è proprio «il teatrino giornalistico un po’ ipocrita».

A cosa si riferisce?

Faccio un esempio: a Venezia una sera incrocio il critico di un quotidiano piuttosto importante che mi dice: «Mi spiace, non ho potuto parlare bene del tuo lavoro. Hai fatto un Vallanzasca troppo simpatico». Questo è un preconcetto. Se si conosce un po’ il soggetto, si sa che per raccontarlo non si può prescindere dal suo lato cialtronesco, clownesco e capace di autoironia. È uno dei nodi psicologici che rende il personaggio interessante da esplorare.

A proposito del personaggio che lei porta in scena, colpisce il marcato accento milanese. Pare che se ne sia lamentato lo stesso Vallanzasca.

Renato? Non lo sapevo, ma conoscendolo ci sta. Sulla parlata ho lavorato intensamente per un mese e mezzo, è un aspetto su cui sono stato io a insistere: mi sembrava importante dargli una provenienza. E comunque Vallanzasca spesso si lascia andare al dialetto stretto, soprattutto se gli scappa di fare lo smargiasso.

Sa se lui ha visto il film?

Sì, mi hanno detto che l’ha visto e che ha avuto un’impressione positiva.

Quante volte l’ha incontrato?

Durante la preparazione quattro o cinque. Mai in carcere, sempre in momenti di permesso.

Prima che idea aveva di lui?

Si basava sul libro scritto da lui e Carlo Bonini, Il fiore del male. Bandito a Milano (editore Tropea). Ma converrebbe chiamarlo romanzo piuttosto che libro, perché non credo che nemmeno lui abbia la pretesa di dire quale sia la verità assoluta su tutti gli accadimenti. Comunque, lessi il libro una decina d’anni fa trovandolo interessante, avvincente, ricchissimo. Per interpretarlo ho scelto di concentrarmi sul suo percorso interiore, ho provato a fare un viaggio ai confini della realtà vissuta da lui. E visto che su quella realtà mi sono un po’ affacciato, dico che è fuori da questo mondo. Vallanzasca era ed è una persona che ha un codice tutto suo, una serie di regole, anche molto rigorose e rigide. Più volte ha detto: «Non ho mai sparato alle spalle né per primo. Ho sparato perché andavo a fare delle rapine e se un poliziotto mi sparava mi difendevo». Concetti da Far West, ovviamente non condivisibili, ma sono il suo punto di vista.

Crede che abbia costruito la propria immagine consapevolmente?

Una delle sue caratteristiche che da attore ho trovato interessanti, forse per il fatto che non mi appartiene affatto, è che nella vita si è lasciato andare a ruota libera, come un Rolling Stone, pur essendo capace di raziocinio. Questa sua parte così animalesca per me è quella che ha preso il sopravvento e lo ha guidato. Anche quando improvvisava le conferenze stampa durante un arresto: lì scattava il suo narcisismo, non credo fosse pianificato a tavolino.

In Italia è stato il primo esempio di fuorilegge mitizzato. In carcere riceveva migliaia di lettere dalle fan, nel film questo fatto è riportato. Crede che abbia cavalcato questo aspetto?

Il verbo cavalcare presupporrebbe un qualche tipo di successo. Ma una vita in carcere è la prova di una sconfitta. Può essere un successo, invece, non nascondersi dietro la falsità, e questo credo che lui l’abbia conseguito. Qualche migliaio di lettere di donne fantasiose non fanno delle sue vicende un trionfo, questa storia gli ha anzi creato intorno molto più astio. L’istrionismo e la strafottenza che facevano scalpore e creavano un personaggio a livello mediatico sono da assimilare alla sua autodistruttività e per lui sono stati una rovina.

I suoi complici sono tutti usciti di prigione molti anni fa, lui a 60 anni sta tuttora dentro. Ha ancora questo tratto caratteriale?

L’aspetto istrionico, il piacere di stare al centro dell’attenzione ci sono tuttora, ma ci fa un po’ più a cazzotti, cerca di dominarli, mi è parso. Mi auguro invece che altre sue manifestazioni siano sepolte sotto quintali di terra. Ha avuto tanto tempo per rifletterci.

È vero che Vallanzasca ha avuto una supervisione sulla sceneggiatura?

Su quella scritta da Placido, Antonio Liotti e me non si può parlare di collaborazione, ma solo di consulenza su alcuni aspetti come, per esempio, la dinamica di una rapina e cose del genere. Non so poi se la produzione, per una questione contrattuale o di diritti, abbia dovuto fargliela leggere o approvare.

Crede che sia un uomo diverso ora?

Penso di sì. La mia fatica è stata proprio cercare di capire cosa c’era dietro al simpatico sessantenne senza denti di oggi, sempre pronto alla battuta, bravissimo a instaurare un rapporto e una sintonia con tutti, così socievole, e il Vallanzasca capace di uccidere. Dove sta quel pazzo?, mi chiedevo. Tra questi due Vallanzasca ci sono 35 anni di carcere.

Si è fidato subito di lei?

Abbastanza. Ma forse dovrei dire che io mi sono abbastanza fidato di lui (ride, ndr). Mettiamola così: con il Renato Vallanzasca di un tempo non credo che sarei entrato in buoni rapporti, con quello di oggi c’è questa possibilità. Non ho la pretesa di averlo capito, però. In lui c’è un grosso mistero caratteriale. Ha una capacità di autoanalisi che non mi aspettavo.

Può fare un esempio?

Non ho il diritto di andare a parlare alla stampa di aspetti intimi che mi ha rivelato solo grazie alla sintonia che si è instaurata fra noi. Sono cose che appartengono alla sua vita psichica infantile.

Ha ricevuto messaggi che le chiedevano di non interpretare il film? Quando la pellicola era ancora solo un progetto su internet, c’è stata una mobilitazione per chiedere agli attori in predicato di interpretare Vallanzasca di non accettare.

No, niente del genere, e mi sembra un po’ assurdo quel che mi sta raccontando. Ma che vuol dire? Allora non si può fare un film su Gandhi o Mussolini o Hitler? La cosa che mi dice mi lascia attonito.

Questo è stato il film che ha fatto più ribollire gli animi negli ultimi mesi.

Me ne sono accorto. Ma non ho capito qual è il punto. Vallanzasca si è macchiato di alcuni crimini, però il carcere l’ha fatto e lo sta facendo. Se esiste la certezza della pena, lui ne è l’esempio.

  • redazione
  • Giovedì 13 Gennaio 2011

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