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Checco Zalone: con questa faccia un po’ così, sono nato per far ridere

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  • Tags: cado-dalle-nubi, Che bella giornata, Checco Zalone, Cinema, comici, film, Panorama in edicola, Televisione, zelig
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Checco Zalone: con questa faccia un po' così, sono nato per far ridere

di Giuseppe De Bellis

Pieno, pieno, pieno. La voce che risponde al cinema Odeon di Milano non ti fa neanche cominciare a parlare: «Checco Zalone? Riprovi domani». Ma domani è lo stesso. E dopodomani anche.

In Puglia ci vuole una settimana per vedere Che bella giornata: la lista d’attesa per un’ora e mezzo col genio qualunque.

Con questo ragazzo che in 5 giorni sta battendo Avatar, che può diventare il protagonista della pellicola più vista della storia d’Italia. Perché il record di 32 milioni di La vita è bella si può raggiungere.

Lui guarda da lontano, adesso. Dopo l’abbuffata di apparizioni, interviste, promozione, dopo centinaia di domande, dopo Milano-Roma-Milano-Firenze-Bologna-Milano-Roma, dopo tutto questo c’è Capurso, provincia di Bari, casa, affetto, amici, silenzio. Che è come passare da un set porno alle braccia di mamma.

Checco Zalone è il ragazzo caduto dalle nubi. È la storia di un’ascesa incredibile, di un volo magico. È la realtà più cinematografica della fiction.

Il successo c’era già, ma le proporzioni attuali superano ogni sogno. È la normalità straordinaria. La geografia delle origini e l’ostinazione di tornare sempre in provincia sono il condimento di una storia italiana che sembra americana: il ragazzo con il desiderio di diventare qualcuno, personaggio, star.

Checco Zalone piace perché dà la speranza di potercela fare a chiunque con aspirazioni comiche o artistiche. Viene dalla gavetta, viene dal basso, viene da tutto quello che fa parte della nostra vita.

La prima volta che sbarcò a Milano per Zelig Off, nel 2005, disse che non si capacitava di ciò che gli stava accadendo: fino ad allora prendeva 80 euro per cantare e far ridere ai matrimoni, per 5 minuti in diretta tv gli davano più del triplo. Lo diceva stupendosi. Zelig Off è diventato Zelig, poi è arrivata Siamo una squadra fortissimi, poi lo show tutto suo, poi il cinema. E Checco si stupisce ancora.

Prima dell’esordio di Che bella giornata era terrorizzato dall’idea che il film non piacesse come il primo, Cado dalle nubi, che non funzionasse, che non facesse ridere.

Come a scuola, quando prima di imitare un professore si concentrava come se stesse per dare un esame. Poi entrava nel ruolo e cominciava: la prima frase come un fuoco d’artificio, e subito il resto. Si ricordano imitazioni perfette di ogni professore. Si ricorda anche un’intervista improvvisata con imitazione di Mike Bongiorno in un autogrill umbro durante una gita. Un vhs riesumato dopo tanti anni in una serata fra compagni di scuola mostra lui con un microfono, l’amico Rocco Chiodo con la telecamera e una bella ragazza di fronte. Era una studentessa di un liceo di Bitonto, anche lei in gita con la sua classe e casualmente ferma nella stessa stazione di servizio in cui s’era fermato il pullman dello scientifico Sante Simone di Conversano. Era Bianca Guaccero.

Ce l’aveva dentro la sfacciataggine, Luca Medici. Checco non esisteva ancora. C’era Luca ed era già uno showman: prendeva il pianoforte o la chitarra e inventava canzoni alla Gigi D’Alessio. Faceva la parodia dei neomelodici napoletani prima che i neomelodici avessero successo. Poi imitava tutti. I genitori e la zia Rachele raccontano che il giorno della prima comunione, sull’altare, clonò in diretta il prete.

Tutto quello che era Luca l’ha traslato in Checco. Compresa la comicità un po’ triviale da amici al bar. Perché questo è stato l’esordio: il doppiosenso in rima musicata, la parolaccia ostentata, la rozzezza esagerata. La volgarità è stata la porta d’ingresso per scoprire la genialità complessiva del personaggio.

Grazie alle battute sporcaccione la gente ha scoperto che Checco Zalone è un artista autentico. Suona, scrive, interpreta. Sono arrivate le caricature dei cantanti: Giovanni Allevi con i suoi virtuosismi diventa un bambinone che copia Tanti auguri a te pensando che sia un grande brano jazz; Giusy Ferreri e i suoi vocalizzi trasformati in una delle parodie più geniali della tv, o il buonismo di Jovanotti dileggiato dalla figlia che si diverte anche a sbeffeggiare il terzomondismo di Manu Chao.

È un osservatore incredibile, Checco. Guarda, studia, rapisce una smorfia, un dettaglio, una mania. Dal vivo e su un monitor. Usa il web continuamente e ossessivamente. Dalla rete percepisce il gradimento di una sua performance e annusa il suo pubblico. Si sveglia e accende il computer, mangia e si rimette al computer, la sera torna sempre al computer: che cosa piace ai ragazzi? Chi è la star del momento? La trova e ne studia ogni singola ruga per creare la sua versione comica.

Dal web ha pescato uno dei coprotagonisti di Che bella giornata: ha visto un video di Youtube e l’ha chiamato. Internet è uno dei modi di stare connesso al mondo. La realtà come ispirazione. Compone a casa, un appartamento comprato per vivere e lavorare. A volte gli succede di mettersi alla chitarra o al pianoforte di notte provocando qualche mugugno tra i condomini. Però non è solo casa: Angela, per esempio, ovvero la canzone più importante del suo primo film, l’ha scritta in aereo, su un Milano-Bari.

La musica è l’accompagnamento di ogni cosa, perché prima di tutto Medici si sente un musicista. Suona da sempre, dicono gli amici. Suona perché in casa c’era il papà che la sera faceva piano bar.

Qualche anno fa Checco disse di non saper leggere il pentagramma. Vero in parte. La musica la conosce bene, ma nasce più dall’istinto che dagli studi: è l’orecchio che vince sui libri. Come con la canzone che gli ha dato il primo grande slancio: Siamo una squadra fortissimi. Eravamo in pieno scandalo Calciopoli e lui costruì la sua parodia personale. Diversa da tutto ciò che s’era sentito prima.

Gli altri comici hanno cliché e tormentoni, Zalone no. La vita è lo spunto, che si tratti di un grande fatto di cronaca o di un fatterello privato. Uno dei primi brani che spopolarono a Zelig, Mi è finito il credito, era la traduzione di una storia vera. Mimma, parrucchiera in casa, era la parrucchiera della madre.

Luca guarda e scrive. Guarda e cattura. Da sempre. Quando era ancora un comico locale cominciò a fare satira su Raffaele Fitto e Nichi Vendola. Si presentava ogni giorno a casa dell’amico Rocco Chiodo per guardare le registrazioni dei dibattiti dei due candidati. Mentre guardava già cominciava a recitare. Adesso è rimasto un Vendola talmente incredibile da essere più credibile di quello vero: «Quel Sud periferia dell’esistenza, teatro delle sperequazioni, nel terreno della disillusione, del disincanto dislessico»… eccetera.

Checco è stato definito di sinistra quando ironizzava su Villa Certosa e sulle escort, viene definito di destra ora che smitizza Nichi. Lui gioca sul qualunquismo: «Sono di centro» ha detto di recente «anzi sono di dietro. Mi metto dietro, guardo dove vanno gli altri e mi butto con loro».

Ha capito come funziona il mondo dello show business. Lo sa, lo vive, ma se ne tiene alla larga. La scelta di vivere a Capurso e non a Roma o Milano fa parte di un modo di essere che per molti è follia. Invece per lui è vitale. Un distacco fisiologico.

Pietro Valsecchi, il patron della Taodue e produttore cinematografico di Zalone, dice che questa è la sua forza:

«Checco è un Candide. Vivere in provincia è uno dei suoi segreti».

Valsecchi l’ha conosciuto un giorno d’estate a Cortina:

«Mio figlio aveva 13 anni e disse che se volevo fare un film comico dovevo prendere quel ragazzo».

Lo chiamò alle 8 di mattina, lo svegliò e lo invitò in montagna. Si presentarono Checco e il regista Gennaro Nunziante. Avevano tutto: sceneggiatura, idee, voglia.

Checco Zalone è uno sbadato affidabile: lavora col gusto della perfezione e del perfezionismo. È asciutto, è ritmico. Gli altri attori aggiungono per vanità, lui toglie per essenzialità. La laurea in legge l’ha presa perché gli piaceva il diritto e forse persino l’ordine. Gliel’hanno chiesto tutti: perché giurisprudenza? «Perché a Bari quella facoltà era un ficame pazzesco».

Mentre studiava faceva il rappresentante di disinfettanti e affini, poi suonava: una volta per 50 euro l’ha fatto anche in un negozio vestito da Babbo Natale. Checco non esisterebbe senza esperienze così. Così come non esisterebbe senza gli amici d’infanzia: con loro testa le battute, prova le canzoni, rilegge i testi. È questo il confine che lo tiene ancorato alla semplicità del ragazzo qualunque. Ha vissuto con ansia l’incontro con il suo mito Pino Daniele. Ha vissuto con fierezza quando Fiorello arrivò a Bari per il suo tour e invitò Medici, gli fece i complimenti pubblici, poi andò avanti col suo show. Mentre Luca tornava in auto verso casa gli squillò il cellulare: era Fiorello. «T’è piaciuto lo spettacolo?». Capite? Fiorello che chiedeva a lui un giudizio.

Eccola la strada del successo del ragazzo caduto dalle nubi: essere una persona normale, non una star stereotipata. Un giovane qualunque capace di parlare per mezz’ora con il regista Matteo Garrone pensando che sia Stefano Accorsi.

Vero? Falso? L’equivoco è una sua costante: ci è o ci fa? L’altra è giocare a fare l’ignorante per togliere gli altri dall’imbarazzo della loro ignoranza. Nei suoi film parla di temi profondi come l’integrazione Nord-Sud, l’omosessualità, il razzismo, la diffidenza verso i musulmani. Tutto raccontato dal basso, senza quell’atteggiamento trombonesco che hanno quelli che si occupano seriamente di cose serie. Si abbassa tutto per raccontarlo a tutti. Sorridendo, anzi ridendo. Con la battuta volgare, il provincialismo, la storpiatura grammaticale, il riferimento sessuale, la gestualità cafona.

È il suo ritratto, ma in realtà è il nostro ritratto. Perché noi siamo così, tutti. Perché noi siamo Checco Zalone, ma non sappiamo far divertire come lui.

-

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  • redazione
  • Mercoledì 19 Gennaio 2011

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