
Biutiful (Universal Pictures / José Haro)
Le gru e le cuspidi delle torri della Sagrada Família si vedono solo una volta in lontananza, da una finestra dell’ospedale. La Barcellona fotografata in Biutiful (dal 4 febbraio in sala) non è quella da cartolina e chitarre da flamenco, è ben distante da quella di Woody Allen di Vicky Cristina Barcelona, che pure aveva per protagonista Javier Bardem.
Alejandro González Iñárritu, regista messicano mai banale, nel suo quarto lungometraggio dopo Amores Perros, 21 grammi e Babel, ci porta nei quartieri di Santa Coloma e del vicino Badalona, dove convivono senegalesi, cinesi, pachistani, rumeni, indonesiani… e anche “charnegos”, spagnoli portati durante il regime di Franco in Catalogna per distruggere la cultura catalana e diventati invece immigrati nel loro stesso Paese, tra miseria ed emarginazione.
Tra questi c’è la bella faccia di Bardem, ovvero Uxbal, padre di famiglia in caduta libera, buono ma cattivo, luce e ombre in un volto solo, ricco di un dono da sensitivo ma misero e sfruttatore. “Non li sfrutto, li aiuto”, dice lui riferendosi ai senegalesi a cui passa merce contraffatta da vendere per strada e ai cinesi che in scantinati senza dignità producono la mercanzia. “Intanto approfittandotene, come tutti” gli ribatte il poliziotto corrotto interpretato da Rubén Ochandiano.
Non li sfrutta, li aiuta, ma intanto vede pestaggi, disumanità e morti orripilanti, difendendo, piangendo, eppure comunque gonfiandosi le tasche, per quel che può.
- Biutiful
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Iñárritu, differentemente dal suo solito, ci presenta un assolo e non un film corale: Javier nel suo costante stato di grazia - che gli è valso il riconoscimento come migliore attore a Cannes 2o10 e la candidatura agli Oscar 2011 - è il soggetto permanente della regia, che pur sembrando impeccabile non riesce a colpirmi ed emozionarmi come il messicano sa.
La paternità di Uxbal, padre da cui tutti dipendono ma che in fondo dipende da tutti, è indagata con crepuscolare intimità. Il senso del tragico che accomuna le pellicole di Iñárritu invece c’è tutto, in un crescendo da opera greca.
A Biutiful il merito di raccontare con sensibilità la vita dei margini e del degrado che non frequentemente arriva al grande schermo, ma di sicuro non il premio dell’Oscar, se io fossi tra i sapienti dell’Academy a consegnare il 27 febbraio la statuetta al miglior film straniero.
Quello che più porto dentro del film? Il sorriso della senegalese a cui Uxbar dà un tetto, Ige (Diaryatou Daff), quando va a prendere i figli di lui a scuola e nel tragitto verso casa li guarda a distanza, dal marciapiede all’altro lato della strada, con il calore che forse solo chi non ha niente sa dare.
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- Venerdì 4 Febbraio 2011










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Il 4 Febbraio 2011 alle 19:22 Biutiful, Inarritu e una Barcellona non così “biutiful” | Notizie Più ha scritto:
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