Roberto Vecchioni è stato - ed è - il vincitore indiscusso (è proprio il caso di dirlo) di Sanremo 2011 e probabilmente di tutta la storia del Festival.
Il singolo presentato, “Chiamami ancora amore”, racchiude in sé il concetto portante del nuovo album omonimo uscito il 16 febbraio. Potremmo definirlo in breve “propedeutica al cantautorato italiano“, produzione al centro esatto tra la canzone d’autore e quella popolare, equilibrio anti snobistico (o piuttosto commerciale?) che lui stesso dichiara di voler coltivare.
Più che un album infatti, si tratta di una raccolta delle sue più belle canzoni d’amore realizzate dalla metà degli anni ‘80 fino ad oggi, con tre inediti, tre collaborazioni “al femminile” e tre cover di altrettanti classici della musica italiana d’autore: i nomi sono quelli di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e Luigi Tenco.
Amore, amore e ancora amore. Sono innumerevoli le volte in cui l’album del Professore canta e nomina questo sentimento fino ai pericolosissimi confini del melenso. Capolavori di grande profondità, che rivelano un grande segreto - ormai dimenticato - dello scrivere musica: l’esigenza di raccontare il proprio mondo interiore attraverso storie personali che a un certo punto diventano di tutti.
Nel brano inedito “Mi porterò” il professore dice “forse scrivo perché non so vivere“. È solo un piccolo esempio di come la musica di un artista di grande successo riesca a non perdere valore e significato una volta raggiunta la grande notorietà.
Anzi, riesce persino a diventare di nuovo giovane, come lui stesso con umiltà si definisce, fresco e alla portata di un pubblico trasversale. Basti pensare a “La casa delle farfalle“, il terzo inedito del disco, canzonetta che raccoglie sincera i sapori più dolci della gioventù.
Per Vecchioni quest’album - che di per sé aggiunge poco rispetto al passato - è un album di svolta. Svolta popolare sì, ma che non arriva a compromessi con la qualità, cercando piuttosto un’apertura a un pubblico più ampio rinunciando un po’ al suo rock-country all’italiana per farsi melodico sotto ogni aspetto.
È un album che ammicca non solo alle nuove generazioni ma nello specifico anche al pubblico femminile con un approccio delicato nei sentimenti veicolato da collaborazioni femminili di estremo interesse: la più importante è quella con Ornella Vanoni nella favolistica “Dentro agli occhi” dell’84, o con la più giovane - e bravissima - Dolcenera in uno speciale duetto dalla ispirata melodia classica de “Il nostro amore“.
Il disco è elegante e sincero non solo nelle voci che la decorano, ma anche in musica: lodevole è infatti la partecipazione di Federica Fornabaio (ricordate la pianista e direttore d’orchestra a Sanremo 2008 di Arisa e Marco Carta?) in “Love song (Despedida)” del ‘97.
Per certi versi questa produzione ricorda un po’ la strada iper romantica intrapresa da Gianna Nannini, per altri aspetti conserva invece quella complessità e quella verve stilistica tipica del buon cantautorato italiano, specialmente nelle cover con il sapore più acustico e… cantabile.
Con “Chiamami ancora amore” Roberto Vecchioni fa un passo avanti a mano tesa e ci invita non solo a scoprire tutto il suo repertorio (che è molto più ricco di suoni, temi e sfumature di quello che si può ascoltare nelle dieci tracce), ma anche quello prezioso di chi ha fatto la storia della musica italiana e che non è ancora entrato - ahi noi - nella cultura giovanile di massa, oggi.
Il problema è che un album come questo potrebbe persino minare la produzione futura di molti artisti italiani e dei loro giovani autori: è un album privo di snobismo, quasi al limite con la serenata sotto il balcone il giorno prima del matrimonio, con una maturità nella lettura e nel racconto dei sentimenti assolutamente rara. Complimenti.
- Lunedì 21 Febbraio 2011



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