

di Lulu Berton
La prima statuetta l’ha vinta nel 2002 per la Virginia Woolf di The hours. Lei ricorda, oggi:
«Ai tempi ero molto depressa, tanto che dopo avere accettato il ruolo passavo le giornate a letto. Dopo un mese chiamai il mio agente dicendogli che davo forfait, ma i giochi erano fatti e così mi ritrovai sul set a Londra con un grande vuoto dentro. A volte le vite dei personaggi s’intersecano perfettamente con la tua».
Nove anni dopo per Nicole Kidman sarebbe potuto arrivare il bis, ma il suo stato d’animo per fortuna è molto diverso.
Considerata tra le favorite alla vittoria come migliore attrice protagonista per Rabbit Hole, film di cui è anche produttrice, in cui interpreta una madre traumatizzata dalla perdita del figlio in un incidente stradale, Nicole si trova nella condizione opposta a quella del suo personaggio: pochi giorni fa ha pubblicamente dichiarato il proprio amore per la «madre surrogata» che ha messo al mondo Faith Margaret, la seconda figlia avuta con il marito Keith Urban.
Con un Oscar già in salotto, questa nomination è riuscita a emozionarla lo stesso?
L’ho saputo mentre guardavo la tv nella cucina della mia casa a Nashville: cucinavo il porridge per Sunday Rose (la prima figlia avuta con Urban, ndr).
Nel sentire il mio nome Keith ha iniziato a saltare qua e là come un pazzo. Io sono scoppiata istericamente in lacrime sotto lo sguardo di Sunday. Le ho dovuto spiegare che si può anche piangere di gioia.
Cosa la spinge a interpretare ruoli drammatici e rischiosi, come quelli di «The hours» e di «Rabbit Hole»?
La vita è fatta di contrasti e io non do mai nulla per scontato. Anche nei momenti più felici penso sempre all’altra faccia della medaglia. Ho sperimentato la perdita e la sofferenza e interpretare ruoli così intensi mi fa sentire in sintonia col resto del mondo.
Dai suoi due matrimoni ha avuto tre figlie femmine. Se da grandi volessero fare il suo lavoro, come la prenderebbe?
Ben venga, se è quel che vogliono. Anche se con mio marito Keith lo scorso Natale abbiamo regalato a Sunday Rose un pianoforte e per ora mi sembra molto presa dalla musica.
E lei com’è diventata una grande attrice hollywoodiana? Che consigli ha per chi vuole intraprendere una carriera così difficile?
Bisogna leggere i grandi autori. Si diventa attori entrando nella psicologia dei personaggi letterari. È anche un ottimo metodo per sviluppare l’immaginazione: a Sydney da piccola avevo la pelle molto delicata, tanto che mia madre, per evitare che mi ustionassi, non mi lasciava andare al mare con gli altri bambini. Così mi chiudevo in casa a leggere Ĉechov, Dostoevskij e Tolstoj.
Ricordo bene di come m’immedesimai in Natasha di Guerra e pace. E di quanto fu devastante arrivare alla fine del libro.
Come spiega il suo amore per i personaggi che le entrano dentro in modo così doloroso?
Io funziono così, seguo il mio istinto. Invece di dire a me stessa «questo non lo posso fare», provo con un «perché no?».
Quando ero all’apice della carriera, decisi di fare Dogville di Lars von Trier, anche se quello che ai tempi era il mio manager mi disse che ero pazza a voler girare un film senza set. Ma io trovavo la cosa assai eccitante.
Sono molto attratta dai registi ossessivi, più lo sono e più mi piacciono. Va detto che non cerco la stessa qualità in un marito (sogghigna, ndr).
Ci racconta di un’altra volta in cui si è detta «perché no?».
Quando Baz Luhrmann mi propose Moulin rouge!. Non aveva nemmeno una sceneggiatura fra le mani. Ma lui è un gran venditore e mi convinse mandandomi 12 magnifiche rose nel mio camerino a Broadway, mentre recitavo in The blue room. Col mazzo c’era un bigliettino che diceva: «Per favore, sii la mia Satine».
Oggi sono molto orgogliosa della mia scelta, anche perché non vedevo l’ora di recitare in una storia d’amore.
Come immagina il suo futuro a Hollywood?
Ora mi piace avere di più il controllo della situazione occupandomi anche della produzione dei film che interpreto, proprio com’è successo per Rabbit Hole.
In questo momento sto anche sviluppando il progetto di The Danish girl, la storia del primo transessuale. In realtà, si tratta soprattutto di una love story con una sceneggiatura fantastica.
Comunque, nel mio futuro vedo anche molto teatro, la cui carica adrenalinica e disciplina sono il massimo per un attore. E poi per una donna ci sono ruoli teatrali straordinari. Questo è molto confortante, soprattutto pensando alla mia vecchiaia.
Perché so che, vada come vada, avrò sempre la possibilità di tornare a calcare un palcoscenico nella mia Sydney.
- Mercoledì 2 Marzo 2011









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