

di Gianmaria Padovani
Dice che il set di Amici miei - Come tutto ebbe inizio l’ha lasciato fisicamente inguaiato: «Io e Michele Placido nella storia siamo i ricchi della situazione e ci muoviamo a cavallo. Solo che, prima del ciak, per salire in sella lui si faceva spingere il sedere da due sarte» racconta.
«Ma, siccome a me questa cosa un po’ mi scocciava, per fare il fico salivo a cavallo di slancio con tutti i 35 chili di abito e i 95 che peso io. Accadeva prima dell’estate e ancora oggi un fisioterapista mi sta facendo le infiltrazioni: questo braccio è completamente bloccato» geme ondeggiando il sinistro.
Il prequel della trilogia di Amici miei che andrà in sala il 16 marzo, però, a Christian De Sica è costato anche una ferita all’orgoglio: «Ho visto dei siti internet con slogan tipo “De Sica, giù le mani da Amici miei”» strabuzza gli occhi l’attore. «E poi quelli che dicevano guai a voi, vergogna! ‘Na follia totale» sbuffa in romano.
«Come se fossi stato io a decidere di girare il film… E poi è un prequel: quello che è rimasto di Amici miei sono il titolo e l’idea dei quattro amici che, per esorcizzare la paura di morire, fanno scherzi. È stato ambientato nel Quattrocento, durante l’epidemia di peste, proprio per distanziarlo il più possibile dai tre precedenti episodi diretti da Mario Monicelli e Nanni Loy».
Forse la paura dei «detrattori a priori» è che il film sia giocato solo sugli sketch.
Ma invece è soprattutto questo: scherzi organizzati da un gruppo di persone. Comunque io l’ho sempre detto: Amici miei è un buon film comico, fatto da grandi attori, ma non è ‘sta cosa pazzesca…
La più bella pellicola di quel genere del periodo fu Io la conoscevo bene con Stefania Sandrelli. Modernissimo.
E allora io cosa dovrei dire a Jean-Paul Belmondo per il suo remake di Umberto D. e a Dino Risi che rifece, male, La ciociara, due capolavori di mio padre Vittorio? Invece tocchi Amici miei e tutti saltano su.
Forse ha contato il fatto che nel cast ci siano molti attori come Massimo Ghini e Giorgio Panariello che hanno fatto con lei gli ultimi «cinepanettoni». Anche il produttore e il regista sono gli stessi: Aurelio De Laurentiis e Neri Parenti.
A parte che Amici miei Monicelli lo prese a Pietro Germi, che scrisse il soggetto e poi però morì, poveraccio. Insomma, Monicelli lo fece per caso.
Comunque può darsi che noi del nuovo cast siamo meno bravi di Ugo Tognazzi, Gastone Moschin e Adolfo Celi, ma non credo che siamo proprio dei cani.
Il fatto è che c’è molta invidia da parte di una certa stampa. La critica, a parte due o tre casi straordinari, è fatta di registi mancati ed è di un livore continuo. Non voglio essere polemico, è la verità. Non capiscono un accidenti di spettacolo.
Tra l’ideazione e la produzione Aurelio De Laurentiis ha fatto passare 12 anni.
Perché è un film difficile, costoso, in costume. In più era una cattiva eredità: ha visto, appena ci abbiamo messo le mani sopra, quante critiche?
È vero che sul set sono nate nuove amicizie?
Sì, con Michele Placido, un uomo estremamente simpatico, un frescone fantastico; e Giorgio Panariello: non lo conoscevo, è un grande professionista. Ma anche con Massimo Ceccherini, un attore che non amavo e ora stimo moltissimo. O Paolo Hendel: per me era un mistero, non riuscivo a capire che genere di interprete fosse e ho scoperto un grandissimo comico, un poeta fuori dal mondo, un matto.
Monicelli raccontava che sul set del primo «Amici miei» l’unica cosa che interessava a Tognazzi era dove si sarebbe andato a mangiare.
Negli anni Quaranta, prima di fare il regista, Monicelli è stato il segretario di mia madre. E papà andava sempre da lui a chiedergli quale nuovo ristorante bisognava provare a Roma, perché Mario aveva sempre una sua lista aggiornata, era proprio fissato. Immagino cosa possa essere successo quando ha incontrato Tognazzi, che per il cibo aveva una malattia…
La stessa cosa è accaduta in «Come tutto ebbe inizio».
Gli attori parlano spesso di ristoranti. Il nostro è un mestiere noioso: ore seduti su una scatola, solo per poi dire una piccola battuta. Normale che cominci a pensare al cibo.
Nel cast le donne hanno un ruolo secondario.
Amici miei è un film misogino. La comicità non ha bisogno delle donne. Ci sono state alcune eccezioni come Tina Pica, Franca Valeri e oggi Luciana Littizzetto. Ma sono poche. Le donne devono essere belle e affascinanti, è difficile che si prendano in giro. E poi la zingarata di Amici miei in un certo senso è una fuga omosessuale.
Lo scorso 5 gennaio ha compiuto 60 anni, ma sul biglietto d’invito della festa ha scritto che erano 54. Ha paura d’invecchiare?
Certo! Faccio l’attore: i ruoli diminuiscono, cominci a fare il cardinale, il principe del foro, il vecchio dentista, il nonno. Per un attore è una fregatura.
Alla festa c’erano gli «amici suoi». Chi sono?
Carlo Verdone, Carlo Vanzina, Marco Risi, Paolo Conticini, Aurelio De Laurentiis, Neri Parenti, la mia famiglia.
Con Verdone vi conoscete da quando avevate 18 anni e andavate al liceo, ne ha anche sposato la sorella Silvia. Lui sostiene che lei era il più borghese della scuola.
Sì perché lui invece era un rivoluzionario… (ride, ndr) Ero un megalomane, questo sì. Mi compravo auto americane come la Mustang e arrivavo a scuola con il sottofondo musicale della colonna sonora di Sette uomini d’oro a tutto volume. Cose così. Non ero cretino, questo aspetto lo esasperavo. All’inizio mi prendevano in giro, ma poi lo capirono e diventai amico di tutti.
Questo aspetto c’è anche nella sua carriera: i film di cui è interprete sono più suoi che dei registi che li hanno diretti.
Anche quando faccio la pubblicità della Tim, diventa più mia che della Tim. È un fatto di prepotenza e di autorità. Metto soggezione, pur essendo un cazzone. Tante persone davanti a me tremano, è una caratteristica che avevano anche mio padre e Vittorio Gassman. Siamo cavalli di razza, anche se poi magari abbiamo le pezze al sedere.
Anche suo padre aveva una cerchia alla «Amici miei».
Cesare Zavattini, Gino Cervi, Renato Rascel, Roberto Rossellini… italiani che oggi sono estinti. Rossellini è stato uno degli uomini più affascinanti che io abbia mai conosciuto, lo dico senza nessuna latente omosessualità. Anche Zavattini: andavo a casa sua a dipingere. Mi portò a conoscere Antonio Ligabue, mi fece leggere Il Capitale di Karl Marx (ride, ndr)… Uscivi da via Sant’Angela Americi, dove abitava, e avevi più voglia di ridere, vivere, scopare. Ascoltava molto i ragazzi: diceva che il candore è l’unica forza per combattere la merda che ci circonda.
Lei è la miniera d’oro di De Laurentiis.
Lui fa i miliardi e io non ho un soldo (ride, ndr).
Vuol dire che non guadagna a percentuale sui film di Natale?
Non me l’ha data. Schifoso… (altra risata, ndr). Però lo scriva: so che, nel momento in cui dovessi avere bisogno, Aurelio mi darebbe tutti i soldi che mi deve.
Capitolo ex amici: Massimo Boldi.
Ma no, lui è sempre un amico. Mi ha messo nei guai quando ha sfasciato tutto: sa, se separi Bud Spencer e Terence Hill… So che sta brigando per tornare. Però, quando i contratti sono firmati, come si fa?
- Venerdì 11 Marzo 2011









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