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Street art - La “Poesia d’Assalto” di ivan, alla ricerca di modernità e pubblico

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  • Tags: arte, ivan, poesia, street art, Street Art Factory
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Chi getta semi al vento faro fiorire il cielo

Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo (ivan)

Street art FactoryIvan è indispensabile. Si potrebbe scrivere moltissimo su ciò che fa e come lo fa.

È considerato a tutti gli effetti un poeta contemporaneo che lascia le sue scaglie - poesie brevi o aforismi nei quali esprime il massimo con il minimo numero di parole - per la città.

Girando per Milano è probabile che lo sguardo sia caduto almeno una volta su messaggi come “una pagina bianca è una poesia nascosta“, o il più celebre “chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”.

La Poesia Viva di ivan è discreta, ma con un senso di partecipazione presente e necessario.

Non chiede permesso, si impone agli occhi, attira lo sguardo del lettore, confidandogli con tono rassicurante che “il poeta sei tu che leggi“; una fiducia nel prossimo e in un futuro pieno di idee e potenzialità. Con queste motivazioni inizia a viaggiare per il mondo partecipando attivamente nel sociale.

Tra i molti sostenitori ci sono anche Cecilia e Gino Strada, fondatori di Emergency, che nella bio del poeta scrivono:

Sono appena tornato dal Messico, ho un regalo bellissimo per voi, passo a portarvelo”. Così ivan, qualche anno fa, si è presentato da noi con un sacchetto..di terra. “Terra vera, terra di rivoluzione. Per voi”. Questo è ivan: uno che attraversa gli oceani con valigie piene di terra, per riportare a casa i passi che quella terra hanno calpestato. Poi lui va a riempire di parole e colori i muri di Haiti, mentre noi costruiamo un Centro Pediatrico in Darfur. Poi lui va a seminare poesia ad Amsterdam, passando per il Libano e Venezia, mentre noi apriamo una nuova corsia dell’ospedale in Cambogia. Mentre fa navigare le sue parole nel Tevere, noi apriamo un altro Posto di primo soccorso in Afghanistan, e mentre noi inauguriamo il nuovo Centro Pediatrico a Banguì, lui inaugura la mostra al Pac. Difficile incontrarsi. Difficile, ma prima o poi succede: tra una macchia di vernice e il progetto di un ospedale, tra una ‘scaglia di poesia’ e un racconto afgano. Davanti a un bicchiere di vino. E a un sacchetto di terra.

Lo abbiamo incontrato e scambiato quattro chiacchiere.

Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo
Poesia di strada
La pagina e la grande poesia nascosta
Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo
Il poeta sei tu che leggi

L’ordine è un disordine con scarsa fantasia
Il verso più lungo del mondo
Poesia di strada
Poesia di strada
Poesia di strada


Cosa è diventata Milano?

Cosa non è diventata soprattutto. Ogni città, tanto più gli agglomerati urbani ultramoderni di oggi, necessitano di socialità per distinguersi da una mera sommatoria di edifici in cemento.

Milano ha smarrito negl’ultimi trent’anni il capitale culturale che l’ha vista protagonista nel secolo scorso, senza riuscir a trovare un nuovo abito che le doni, né per stile che per taglia.

Oggi credo che assaltar poesia in strada voglia dire cercare di ritrovare proprio quel sentirsi collettivo che permette al futuro di esser liberamente oltre la gente, sui muri della città.

Tu che sei letteralmente un writer, che punta più sui messaggi, sui contenuti piuttosto che sull’estetica del lettering e dei colori, ti senti un po’ un outsider?

Tanto outsider da essermici ritrovato dentro in passato. Come dici sono letteralmente un writer nella sua traduzione dall’inglese, mentre altrettanto non lo sono nella realtà.

Il graffitismo è differente dall’assalto poesia poiché studia ed esprime l’estetica della lettera, si muove con una componente necessaria di illegalità; è un movimento fondamentale per la cultura contemporanea che gode di buona attenzione e produce cultura underground a tonnellate.

Io, differentemente, lavoro sull’estetica del senso e sulla somma delle lettere, ho una componente di conflitto, talvolta illegale, ma dialettica; mi trovo nell’emergenza di voler affermare un discorso - la poesia pubblica - decisamente malconcio ai giorni nostri.

Come Art Kitchen abbiamo diversi amici writer, prodotto alcune tra le mostre più importanti del decennio per le diverse arti di strada in Italia; organizziamo spesso progetti educativi e solidali che vedono coinvolti anche talentuosi graffitisti. Questo però è tutt’altro discorso…

La poesia può essere – o deve essere - la salvezza da tutta questa approssimazione comunicativa e, troppo spesso, unilaterale?

La poesia è cosa di tutti e per tutti. È salvezza e riflessione per l’animo, è la traduzione più immediata di quell’invisibile che è essenziale gli occhi e che ormai resta agl’angoli della vita, abbagliato dalle luci dell’apparire.

La poesia è il sapore, cosa mangiare, differenza tea buona o cattiva cucina. Più che gusti vivi mi par tutto molto salato ultimamente se, in fondo poi, ogni loro verità finisce dove comincia la nostra.

Il verso più lungo del mondo

Il verso più lungo del mondo (ivan)

C’è ancora spazio per la poesia?

Lo spazio concesso rispetto al passato è molto poco; la poesia raccontava la storia delle nazioni - Manzoni come d’Annunzio - scherniva i potenti - Dante come Pasolini - costruiva sapere popolare e immaginazione collettiva: il Futurismo per esempio.

Oggi queste funzioni sono delegate a tutt’altro, ma, a dire il vero, la poesia stessa non ha saputo trovare un campo fertile di rinnovamento e aderenza al galoppare dei tempi d’oggi.

Dobbiamo iniziare a pensare che pubblicare vada inteso nella sua accezione più larga, ovvero il “rendersi pubblici”, che di lettori interessati ve ne son molto pochi ma di potenziali tantissimi, che se ogni forma espressiva ha trovato una via contemporanea per esser presente nel futuro (musica, arte, teatro, tipografia); il “tradurre emozione in parola” ha da fare altrettanto.

Personalmente preferisco non pubblicare libri per star tra i banchi di scuola con un milione di Smemorande, il venerdì a Radio Popolare, nei discorsi o per le strade. Lessing chiedeva: “ti levi tanto in alto, poeta, per non esser udito ?“

Guardando una tua videointervista, mi ha fatto sorridere l’episodio di quei condomini che, colpiti dalla tua arte, ti hanno chiesto di decorare l’intero perimetro del loro palazzo, ma il Comune lo ha impedito, bloccando i permessi. Un paradosso.

Purtroppo le dinamiche di relazione con le istituzioni, soprattutto qui a Milano, nascondono notevoli complessità e contraddizioni.

Intorno al 2007, in corrispondenza del successo di pubblico della street art, della conseguente confusione mediatica generata, delle politiche repressive di certi ambienti istituzionali, abbiamo subìto, oltre che la cancellazione indiscriminata e deturpante delle città - perché coprire di grigio ovunque è peggio e costoso - una certa esclusione dalle politiche culturali che contano.

Ho sperimentato che esiste una condivisione possibile al di là della legalità intesa come legge scritta, poichè le istituzioni faticano ad investire su risorse creative innovative. Credo comunque che, soprattutto tra le strade, la strategia sia zittire quel che le parole dicono - come per altri si tratta di disegni-  indipendente dal luogo nel quale vengono concepiti.

Riesci a lasciare il segno alla luce del sole, senza nasconderti, o attendendo il buio col cuore in gola come molti altri artisti. Rappresenti una specie di rivoluzione, oppure il tuo fine giustifica sostanzialmente “il mezzo“?

Diciamo che credo molto nella possibilità di trovare una dialettica positiva nelle dinamiche di conflitto. Non penso di essere un artista, o meglio, che tutti lo sono se esprimono e spingono per quel che fanno.

Le pratiche d’assalto poetico sono finalizzate alla relazione con “il poeta che legge”: talvolta ho ridipinto un intervento iniziato - comprendendo che non vi era relazione possibile - lasciando la superficie in uno stato migliore di come l’ho trovata. Ho avuto a che fare spesso con le forze dell’ordine, ma in dieci anni d’assalto poesia conto zero denunce.

Il conflitto, se verso la condivisione, crea legittimità e quindi in futuro, possibilità per esprimesi in contesti di legalità.

Molto spesso i tuoi sono messaggi di libertà, di reazione nei confronti del conformismo moderno, che ci vuole sempre più distanti e soli. E’ un modo di comunicare una speranza che, in fondo, è a portata di mano e non vogliamo vedere, o è molto peggio?

È tutte e tre le cose in successione: c’è fango e occorre speranza, che è accanto a noi, ma preferiamo distrarci con il suo riflesso posticcio. A lungo andare sarà molto peggio.

Scrivere per me, e credo per noi tutti, è il sapere sempre possibile, il riscatto di un individuo da ogni forma di oppressione violenta; è il credere che possa esistere un governo del mondo senza autorità alcuna, che la libertà si guadagni e non si compri. Avere a che fare spesso con la “materia popolare” della gente mi porta a credere che, come ho scritto, con speranza e rabbia, ognuno merita il regime che sopporta.

Cos’è per te la “mancanza di rispetto”?

Presenza d’arroganza.

“Un muro che dice qualcosa non può essere sporco, come invece qualcosa che si nasconde”. Stando a questa affermazione, c’è davvero tanto sporco in giro.

Tutto a posto e niente in ordine. Ormai la vita sociale e le sue relazioni navigano su un mare mosso di apparenze; sotto c’è acqua torbida che spesso viene improvvisamente a galla.

Finché c’è espressione, diversità ricercata, incontro e fermento sociale, c’è appunto qualcosa a cui interessarsi. L’ordine è immobilità non armonia; il silenzio, o nasconde tutte le parole, o è solo aver nulla da dire.

Hai scelto volontariamente di non legare con il copyright i tuoi lavori, affinchè chiunque possa diffonderli e farli propri, a patto che preservi il contenuto e citi la fonte.

Esattamente. Come dicevo, il fine è pubblicare per rendersi pubblici; mi interessano molto anche alcuni effetti di diffusione dei miei scritti che allo stesso tempo mi hanno permesso di stabilire relazioni con persone altrimenti lontane, così come la loro libera circolazione è parte del riscontro di pubblico.

Rivendicare ad ogni occasione il concetto di “proprietà privata” può essere un ulteriore allarme di quanto siamo insicuri e diffidenti?

Certo, soprattutto se viviamo in una società che ci spinge apparentemente verso la condivisione totale delle nostre identità. Siamo vicinissimi in rete e distantissimi per strada; il concetto di privato funziona solo in relazione a quello di pubblico, l’uno che si crede l’altro rischia di rivoltare il mondo.

Ti senti libero? O la libertà è un’utopia?

U - topos sta per “tendere ad un luogo senza raggiungerlo mai“. Mi sento come se avessi sempre voglia di liberarmi.

Ci regali una scaglia?

Ve le regalo tutte. Come detto: il sapere non s’accresce se non è condiviso.

  • Riccardo Fano
  • Martedì 22 Marzo 2011

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