- Tags: arte, Fuorisalone, Guildor, street art, Street Art Factory
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Pensa Spensierato - (credits:Thomas Pagani)
L’arte di Guildor è discreta, sussurrata, volatile: stencil realizzati sulla sabbia, o col vapore acqueo. Micro interventi di comunicazione metropolitana intima e riservata solo a pochi, attenti, osservatori: il cuore di carta applicato alla serratura di alcune saracinesche di Tienes las llaves è un piccolo esempio. All’ultimo Urban Live Painting di Milano abbiamo incrociato lo sguardo con quello della bambina-stencil dipinta con lo smog; lo ritroviamo con l’ultima performance che sfiora il paradosso, in pieno stile Guildor: la scrittura sull’acqua. E proprio da quì inizia la chiacchierata con lui.
- Is It So Hard
- Write On The Water
- Pensa Spensierato
- Big City Fun
- Until I Disappear
- Tienes Las Llaves
- Tienes Las Llaves
- Gold Cracks
- Burlesque Show
- Make A Wish
Partiamo dall’ultima opera esposta a Treviso che a mio parere riassume un po’ il tuo fare arte. Opere di fatto effimere sono per te un limite o un punto di partenza?
Write on the water è un progetto nato qualche anno fa: scrivere sull’acqua è come appuntarsi un pensiero in modo da tenerlo saldo anche quando viene scosso dal corso della vita, per distinguere le cose importanti da ciò che invece deve essere lasciato scorrere. La ricerca dell’effimero è qualcosa che fa parte di me: nonostante il mio carattere irruento mi piace pensare che la forma migliore per comunicare delle idee sia sussurrarle e che sia il ricordo dello spettatore a decidere se quell’opera dovrà continuare ad esistere. In questo senso cerco di creare delle esperienze per chi vuole viverle; chi non è interessato può tranquillamente girare la testa dall’altra parte e probabilmente, quando ripasserà nello stesso punto, l’opera se ne sarà già andata. Anche le dimensioni, spesso ridotte, permettono ai miei lavori di non assalire il passante, ma restano pazienti in attesa degli occhi più curiosi. Siamo sempre più sommersi da messaggi di ogni tipo: per essere ascoltato, o partecipi a questa escalation di voci sempre più forti, oppure scegli con chi vuoi dialogare e trovi una chiave per arrivare direttamente a lui. E anche se mi piace che l’esperienza diretta sia riservata a chi si imbatte casualmente nell’opera, come un piccolo regalo a chi di suo vuole notare le cose, ho pensato che poteva essere interessante portare il lavoro ad un nuovo livello. Ecco perchè, per il lavoro a Treviso, ho chiamato due giovani fotografi, di cui apprezzo la sensibilità, per interpretare l’installazione tramite degli scatti - a cura di Thomas Pagani - e un breve video-documentario - a cura di Andrea Bertolotti - In questo modo sono stati i loro strumenti, più consoni, a comunicare a un pubblico più ampio la loro personale visione dell’opera e dell’esperienza che questa ha generato.
http://www.panorama.it/panorama/statici/… È davvero possibile vivere spensierati?
Ci puoi provare, ma senza pensarci.
Quando nasce Guildor?
Quando 4-5 anni fa ho capito che la spinta espressiva non era più solo un bisogno egocentrico, ma poteva significare qualcosa anche per altre persone.
Tu non segui un percorso unico, ma ti lasci trasportare da un’intuizione, un ragionamento che sfocia in un’esperienza visiva finale. Come sono nate opere come le crepe del manto stradale riempite d’oro di “Gold Cracks” o la bambina di smog “Child of the big city“o ancora gli esperimenti di stencil su sabbia?
La creazione dell’opera è un po’ anarchica e segue ritmi e schemi tutti suoi. Per le opere di re-interpretazione urbana, come Gold Cracks, Write on the water, No One is perfect o Tienes las llaves, in pratica, aspetto che tutta una serie di pensieri incontri il supporto giusto per esprimerli. Mi guardo in giro e, ad esempio, mi accorgo che una crepa nell’asfalto è in realtà anche una vena aurifera: prendo l’oro, la vernicio e suggerisco che, sotto la dura scorza che la ricopre, chi sa guardare bene può trovare qualcosa di prezioso. È come se un pittore dovesse aspettare di incontrare la tela giusta e solo in quel momento capire esattamente quale sarà il soggetto del suo dipinto. Persino il significato si concretizza solo a quel punto, prima vive solo sotto forma di sensazioni e pensieri. Sapere di dover aspettare che tra mondo reale e fantastico scocchi la scintilla, non ti fa mai essere sicuro di poter tirar fuori la prossima opera. Per i living stencils, quindi i lavori con sabbia, vapore acqueo, smog e colla, succede la stessa cosa, ma è un procedimento un po’ più controllato, in quanto reinterpreto il senso del supporto o del mezzo che impiegherò e lo utilizzo per parlare, ad esempio, della fugacità di alcuni aspetti della vita. Con lo smog cerco di rendere tangibile l’oppressione di un ambiente urbano soffocante; con la colla, parlo del fatto che esporsi spesso significa raccogliere dello sporco, ma che inevitabilmente è parte della vita. Questo lato della mia produzione è ancora in forte sperimentazione ma la cosa più interessante è vedere opere di questo tipo distruggersi o costruirsi nel tempo, mettendo in scena una sorta di performance dell’opera stessa.
Da chi o cosa attingi?
Le cose che più mi smuovono sono: vedere dei lavori belli, splendidi. Che avrei voluto fare io e mi detesto per non averci pensato. E l’insoddisfazione, in generale.
Credi che la Street art che, per definizione, vive e si sviluppa in un contesto urbano, perda potere comunicativo quando viene rinchiusa in una galleria?
Dipende, lo vedi di volta in volta. Osservi opere in galleria che non comunicano nulla, delle altre che invece funzionano anche lì, e molto. La street art ha cominciato qualcosa di importante, ha introdotto un linguaggio, ha avvicinato il concetto di arte a chiunque. Ma andando avanti, per fortuna, le cose mutano e non è detto che la street art debba restare sempre la stessa. Di conseguenza è normale che ne possa cambiare anche la fruizione.
Cos’è My Place?
My Place è un’esposizione giornaliera nata e ideata in principio con i miei coinquilini e poi sviluppata anche grazie al supporto di Diego Knore e dei ragazzi di Infart. Vivo in via Tortona a Milano e, ogni anno, durante il Fuori Salone la zona viene assalita da persone curiose e in cerca di nuovi stimoli. Così abbiamo cominciato a organizzare una mostra in appartamento: un’occasione di incontro e confronto per chi sviluppa progetti artistici interessanti. Una possibilità per le persone di assistere ad una mostra diversa dal solito e l’occasione di curare uno spazio che, per un giorno, trasforma i suoi 100 metri quadri da privati a pubblici. Allo stesso tempo la sfida per gli artisti è quella di non limitarsi agli spazi più comuni come i muri, ma di provare a interagire anche con quelli meno consueti, dalla vasca da bagno allo stendipanni.
In cosa vorresti si trasformasse tra qualche anno?
In realtà, così com’è, va davvero bene. Mi piacerebbe coinvolgere sempre più artisti, affermati ed emergenti, nello stesso mix che abbiamo proposto finora, oltre continuare a vedere tutti divertirsi nell’affrontare questa giornata, conservando sempre quella sensazione di festa che accompagna tutte le edizioni di My Place. Più di così non possiamo chiedere. Se andasse meglio, non sapremmo dove mettere le persone, oltre a rischiare definitivamente di essere cacciati dal condominio!
Tu sei Banksy?
Sono suo figlio. Mi bastano un paio d’opere in eredità, non chiedo altro.
Scherzi a parte, ci racconteresti brevemente l’episodio accaduto alla prima mostra italiana dell’artista inglese, durante la quale…
Dopo le risposte precedenti pensi ancora che io possa essere breve? Ad ogni modo: stavo ultimando un lavoro, Never stop, un orologio a cui avevo sostituito la lancetta dei minuti con la lama di un bisturi; in quei giorni ho saputo che a Milano ci sarebbe stata la mostra con i lavori originali di Banksy e Never stop parla proprio di quello che lui ha sempre messo in pratica: fare, fare, fare, seguendo il proprio intuito. Puoi sbagliare, puoi non essere perfetto, ma se ti fermi per chiedertelo sei spacciato. Ed è scoccata la famosa scintilla. All’inaugurazione ho assistito all’allestimento e fatto una foto alle etichette delle opere; il giorno dopo le ho riprodotte e ho preparato il materiale; quello seguente sono intervenuto, incollando di nascosto la mia opera tra le sue. Mi faceva sorridere l’idea di riprodurre ad una mostra di Banksy, quello che lui aveva fatto anni prima nei musei più importanti. Ma il mio è stato solo un divertimento, un omaggio se vogliamo, poichè il suo gesto è stato una di quelle cose che, a mio parere, cambia la storia dell’arte, così come quasi tutta la sua produzione.
http://www.panorama.it/panorama/statici/… Se non fossi Guildor, saresti?
Un avvocato mancato.
La tua “Next Big Thing”?
Sarà probabilmente molto piccola. Però, guardando un po’ più in là, il mio sogno è quello di girare le città del mondo re-contestualizzando elementi del loro ambiente urbano.
Grazie.
- Martedì 29 Marzo 2011
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Commenti
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Il 3 Maggio 2011 alle 15:37 alesmog ha scritto:
salve mi chiamo Alessandro Ricci e dipingo con lo smog da più di dieci anni. Io ho usato le grigie polveri cittadine per dipingere su tela per protestare contro un sistema di vita che se ne frega del grigiore, della salute, degli antichi patrimoni artistici…
vorrei ricordare che dipingere con lo smog è un gesto di protesta e non una “trovata” artistica
Il 3 Maggio 2011 alle 15:51 alesmog ha scritto:
cominciai a dipingere con lo smog perchè ero stufo di respirarlo.
La mia “tecnica” piacque agli “amici dei musei” che mi organizzarono delle esposizioni con lo scopo di sottolineare come il patrimonio storico artistico di Firenze sia aggredito dallo smog (lo smog annerisce, ingrigisce, accelera l’erosione dei marmi… e ovviamente annerisce i nostri poveri polmoni).
Feci alcune piccole esposizioni anche per Legambiente e Città Ciclabile.
Comunque le opere di Guildor mi piacciono; mi piace molto il fatto che faccia opere impermanenti come i mandala tibetani.
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