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Street art, gli stencil di Zibe tra icone Pop e denuncia sociale

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  • Tags: arte, street art, Street Art Factory, Zibe
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"Arnold"

Street art Factory

L’arte di Zibe sembra percorrere due strade apparentemente parallele: una di matrice molto Pop, l’altra di denuncia. Ma leggendo più a fondo, si può comprendere come facciano parte di un percorso che porta a un unico traguardo: la partecipazione sociale.

Nato a Città del Messico nel 1981, vive e lavora a Milano ormai da anni; dal 1994 si avvicina ai murales che segnano l’inizio di successiva inarrestabile produzione di posters, stickers e stencils con i quali, nel corso degli anni, svilupperà un personale linguaggio poetico.

Nel 2001 compare per la prima volta l’effige dell’attore Gary Coleman - scomparso nel 2010 - alias Arnold, l’indimenticabile protagonista della serie cult anni ’80 “Il mio amico Arnold”. Che Zibe trasforma in un’icona dei nostri tempi, facendolo assurgere a simbolo di tutti i  perdenti, e diffonde in modo virale anche in ricordo di un amico scomparso e affetto dalla stessa malattia dell’attore americano.

“La memoria non si cancella” - Viale Porpora
“La memoria non si cancella” - Via Valtellina
“La memoria non si cancella” - Via Caradosso
“La Crisi”
“Zibey”

“Jump on my car”
Stencil realizzato per “Distrazioni Urbane”
Il trittico realizzato per blackmusicart.com
Il collettivo in azione a Milano
“Arnold”


Il faccione, immediatamente riconoscibile al primo sguardo e fortemente comunicativo, ha permesso a Zibe di acquisire importanza nell’ambito della Street art italiana ed europea.

La necessità di nuovi stimoli creativi lo ha portato però a tagliare altri traguardi.

Passando per la creazione dell’acronimo TSO - Terapia Sanitaria Obbligatoria - attraverso il quale denuncia la brutalità dei centri di riabilitazione, arriviamo all’ultimo progetto in ordine cronologico: la mostra collettiva “La memoria non si cancella“, organizzata con gli artisti Göla e Santy.

Le fotografie virate seppia che riproducono le insegne dei rifugi antiaerei, tracciano un percorso metropolitano inedito, nel passato di un paese che perde giorno dopo giorno la propria memoria.

Abbiamo incontrato Zibe e scambiato con lui quattro chiacchiere.

"La memoria non si cancella" - Viale Porpora

"La memoria non si cancella" - Viale Porpora (zibe)

Spiega ad un alieno, che ha appena messo piede sul nostro pianeta, cosa fa Zibe nella vita.

Non è stato proprio un impulso, piuttosto una necessità dettata dall’ esigenza di poter realizzare i propri lavori in tempi brevi, parlando di pezzi illegali o non tollerati.

Ad ogni modo il percorso che ho intrapreso inizia dalla bomboletta spray e dai pennarelli con cui marchio il mio passaggio.

Come è arrivato l’impulso di comunicare tramite la vernice spray?

È nato come denuncia sociale in riferimento a una situazione di degrado.

Girando per le grandi città è facile imbattersi nel faccione di Arnold, che hai scelto come mascotte, o come dici tu come “simbolo di tutti i perdenti”. Perché proprio lui?

L’ attore Gary Coleman aveva dei tratti somatici molto simili a un mio amico che, a causa delle stesse sue difficolta, è venuto a mancare; in sua memoria ho intrapreso il percorso di street-logo che in quegli anni stava emergendo nella mia citta.

Da quel punto in poi è diventata la mia firma o, se vogliamo, il mio marchio di fabbrica.

Nella tua bio c’è un passaggio che vorrei approfondissi: l’acronimo TSO che sta per “Terapia Sanitaria Obbligatoria”.

Come accennavo prima, è sempre per una sorta di denuncia sociale.

Sono sensibile alla causa dell’antipsichiatria in Italia e da lì abbiamo formato un vasto gruppo di mattacchioni.

Non è una crew - come per i writers - né un collettivo - come per i militanti -  ma la nostra attitudine verte più attorno allo stesso modo di pensare e di agire in concreto.

Hai delle fonti di ispirazione? Da dove attingi le idee per realizzare i tuoi stencil?

Prima del digitale terrestre, la tv e il suo continuo brain washing mi ispiravano e aiutavano molto; ora preferisco attingere da tutto ciò che mi circonda.

Chiacchierando con Sonda, è emerso come Milano sia stata all’avanguardia - sia numericamente che qualitativamente - quando il fenomeno Street art è approdato in Italia. Come ora la situazione?

Sono in completo disappunto sulle parole di Sonda: in Italia, e soprattutto a Milano, la scena è veramente povera.

Quando un artista italiano emerge non siamo in grado di preservarlo né di farlo maturare; la prova tangibile la troviamo nelle grosse manifestazioni durante le quali ospitiamo e promuoviamo maggiormente artisti stranieri, sbagliando e vanificando, a mio giudizio, il nostro lavoro.

In sostanza siamo capaci a dipingere solo dei gran bei treni, ma come sai, quello è il lato piu underground e meno tollerato.

Cosa ti attira di più del lato illegale della street art?

Nell’illegalita si possono incontrare molti aspetti: l’adrenalina, le passeggiate con gli amici, la ricerca continua degli spazi piu idonei.

E poi se si chiama arte di strada è giusto che venga esposta nel contesto urbano.

Hai tuoi lavori appesi a casa?

Sì, ma non solo. Attualmente la uso anche come studio, nel quale lavoro e preparo gli interventi per le strade.

Se non fossi Zibe, saresti?

Non rispondo.

Parlaci della collettiva “La memoria non si cancella“

Molte città europee, durante la seconda guerra mondiale furono duramente colpite dai bombardamenti aerei.

Quando risuonava l’allarme la popolazione civile doveva precipitarsi nel rifugio più vicino e restarci fino al cessato allarme.

Di questi rifugi ne esistevano nella solo Milano circa quindicimila: quello di corso Monforte, dove Mussolini trascorse la notte della vigilia della fuga, quello di via Adriano, dove trovavano riparo gli operai della Magneti Marelli, o quelli della Stazione Centrale e di piazza del Duomo, fino a più anonimi, nascosti sotto i palazzi.

A Reggio Emilia i rifugi erano sovente nei cortili, nei giardini delle case e negli orti; erano abitualmente segnalati da una freccia esterna verniciata a parete con la lettera R per rifugio, I per idrante e l’acronimo U.S. per uscita di sicurezza.

Questi rifugi sono un luogo della memoria che parlano ancora oggi delle esperienze vissute durante la guerra; patrimonio storico che con il passare del tempo rischia di andare perduto.

Le ristrutturazioni, le riverniciature e le sempre più frequenti puliture a sabbia, usate per rimuovere le scritte dei writers, stanno cancellando anche queste memorie.

Grazie.

  • Riccardo Fano
  • Mercoledì 6 Aprile 2011

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