
C'è chi dice no (Universal Pictures)
Non si poteva forse chiedere un due su due a Paola Cortellesi, anche se sinceramente me l’aspettavo. Rimanendo delusa. E così se con Nessuno mi può giudicare la comica romana ci ha appena regalato un film giocoso che scherza con successo sull’attualità delle escort (ancora in sala e primo ai botteghini), con C’è chi dice no ci consegna invece la solita commedia italiana recente che un po’ fa sorridere molto fa sbadigliare. Tra alcuni buoni spunti, diverse banalità e una devastante caduta di ritmo soprattutto nella seconda metà.
Certo, se soprattutto su di lei mi giocavo la riuscita della pellicola (dall’8 aprile in sala), non dipende tutto da lei il mancato bersaglio. La materia di partenza è comunque attuale e succosa: l’uso reiterato in Italia della raccomandazione e della più silenziosa ma non meno dirompente segnalazione. Ed è un’idea divertente il modo pensato per combatterla da tre giovani vessati sul lavoro: molestare i raccomandati.
La Cortellesi è Irma, dottore che vive di borse di studio a cui viene soffiato l’agognato contratto dalla nuova fidanzata del primario (Massimo De Lorenzo). Luca Argentero è Max, giornalista free lance di un quotidiano di Firenze che per pagare l’affitto scrive anche su Il pizzaiolo e La voce del camion, e quando vedo l’assunzione a un passo viene superato dalla figlia (Myriam Catania) di un famoso scrittore (Roberto Citran). Paolo Ruffini è Samuele, una sorta di genio del diritto penale che fa da assistente-schiavo a un barone universitario (Giorgio Albertazzi) e che, quando sta per vincere un concorso per ricercatore, vede il genero inconcludente del barone fregargli il posto. Tutti e tre ex compagni di scuola a Firenze, ritrovatisi per una cena rimpatriata, decidono di unirsi nella loro battaglia contro i raccomandati, diventando i Pirati del Merito. Come i raccomandati hanno rovinato la loro vita, il trio di vendicatori rovinerà la vita ai raccomandati di turno, con bravate, insulti, intimidazioni, atti di vandalismo anonimi. E ci sarebbe molto di simpatico nel tutto e nelle trovate escogitate. Poco nella realizzazione.
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
- C’è chi dice no
Già il regista Giambattista Avellino compromette C’è chi dice no nel voler far parlare Argentero, piemontese, e Cortellesi, romana, in fiorentino. Nonostante i loro apprezzabili sforzi la scelta non funziona molto perché gli sforzi, appunto, si percepiscono, e la loro parlata sembra spesso innaturale. Non per niente, invece, in Nessuno mi può giudicare la Cortellesi si ritrovava a parlare romanesco, suo dialetto naturale, risultando sempre spassosa. Cosa diversa è per Ruffini, a cui è dato un accento livornese in cui pare proprio a suo agio, essendo appunto livornese.
Inoltre non scatta mai una vera alchimia recitativa tra i tre protagonisti, soprattutto tra Cortellesi e Argentero, che dovrebbero anche risultare reciproci spasimanti. Sembra più spesso di vedere Paola e Luca che recitano che non Irma e Max, i loro personaggi. Probabilmente la colpa è anche di una sceneggiatura che manca di effervescenza e imprevedibilità, scritta da Fabio Bonifacci, che in Oggi sposi, Si può fare, Amore, bugie e calcetto era stato molto più efficace. Sono davvero tanti i tentativi di far ridere, davvero poche le risate.
Non sbaglia mai, invece, il maestro Albertazzi. E non poteva essere altrimenti. Nella piccola parte del barone universitario burattinaio del potere mette tutta la sua forza scura. Non basta però ad elevare C’è chi dice no da una quasi quasi sufficienza.
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- Venerdì 8 Aprile 2011










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