
Terra e profitto - Nunca
“Fame”. Per il dizionario italiano corrisponde a: bisogno molesto di mangiare, carestia, miseria.
Declinato all’inglese: successo, fama, reputazione positiva, celebrità.
Entrambi i casi definiscono perfettamente la filosofia alla base del FAME festival di Grottaglie.
Durante le tre edizioni precedenti, hanno marcato presenza artisti del calibro di Alexandre Farto, Os Gemeos, Blu, Erica il Cane, JR, Dalek e Boris Hoppek, solo per citarne qualcuno.
Nomi che non hanno problemi a esporre in contesti ben più noti come il MOCA di Los Angeles o la TATE di Londra.
- Alexandre Faro - Vhils
- Sam3
- Os Gemeos
- Momo
- JR
- Gallo - Erica il Cane
- Funerale - Erica il Cane
- Blu
- Blu
- Terra e profitto - Nunca
Durante la loro permanenza nella città tarantina, ogni artista realizza un’opera murale per le vie del centro e alcune opere originali che verranno successivamente messe in mostra nell’esibizione conclusiva del 25 settembre, in una delle più antiche e suggestive botteghe, nel cuore del quartiere delle ceramiche.
Grottaglie infatti è uno dei centri ceramici più importanti d’Italia e il FAME festival vuole essere un nuovo punto di vista sul quartiere e sulla città.
Lo spirito che anima la base della manifestazione è composto da una forte vena polemica nei confronti delle istituzioni locali accusate di “sprecare denaro pubblico e a portare avanti scelte lontane dai bisogni della comunità” anzichè “promuovere la centenaria tradizione ceramica e le numerose ricchezze storiche, culinarie e tradizionali“.
L’intero progetto è autofinanziato e gestito da Studiocromie, un laboratorio di stampa artigianale costituito “da una persona, il suo cane e la sua ottima mamma cuoca” che raccoglie, stampa e vende le opere inedite degli artisti che, da marzo a settembre, passano da Grottaglie. Il ricavato viene ovviamente investito nell’edizione successiva del festival.
Per gli amanti della Street art più pura, ma anche per galleristi sempre in cerca del nuovo talento è un appuntamento fisso ormai da quattro anni.
Abbiamo incontrato Angelo e scambiato quattro chiacchiere sul festival, il motivo per cui è nato e l’amore per una terra deturpata da troppo tempo.
Qual è la formula magica che ha permesso a un festival locale di competere con i più influenti in campo internazionale?
Le caratteristiche che lo rendono unico, nel bene e nel male: il fattore locale su tutte.
La piccola scala ha da subito costituito un’attrattiva: stiamo parlando di una località interessante di suo.
Grottaglie, presa così com’è e presentata in scala internazionale, è un posto dalle potenzialità infinite; una realtà che ha solo bisogno di esposizione per essere apprezzata. Il cibo, il clima, l’arte, la campagna, le tradizioni, la vicinanza a spiagge meravigliose, è uno di quei posti che devi solo sapere che esiste per innamorartene.
Se mi parli di formula magica non te la so decifrare, ma è vero, è scritta in ogni strada di questo paese. Probabilmente è stato quello il motivo.
Vhils, Erica il Cane, Blu, JR, Os Gemeos, sono solo alcuni dei nomi presenti all’ultima edizione del festival. Artisti che hanno esposto al MOCA di Los Angeles o alla TATE di Londra. Che reazione hanno avuto trovandosi in un contesto molto più vicino alla strada e meno all’establishment delle gallerie d’arte?
Dal mio punto di vista è più interessante osservare le reazioni di quando hanno a che fare con musei e gallerie.
È nel rapporto con l’establishment che il discorso si impregna di contraddizione e compromesso. Qui vengono a fare quello che hanno sempre fatto, così come lo facevano prima che se ne accorgesse il mercato, prima ancora di chiamarsi e farsi chiamare artisti.
Durante il festival si svolge tutto con grande naturalezza, col sorriso. Li vedo tutti molto più tesi fuori di qui, quando si rapportano a realtà istituzionalizzate.
Da noi si lavora - e anche tanto - ma si è fra amici, è tutto molto più personale e ovviamente ci si diverte.
Come siete riusciti a “convincere” - anche se è un termine forse un po’ azzardato - così tanti artisti provenienti da angoli opposti del mondo?
Forse sono bravo con le e-mail. Mi piace pensarla così per trovare l’unica applicazione possibile di una fantomatica laurea in semiotica, ma in realtà è solo un discorso di reputazione.
Il FAME festival è un circuito autoreferenziale, prima di lavorare con un artista chiedo agli altri con cui già lavoro se l’artista in questione è sopportabile o meno e di conseguenza mi regolo; lo stesso fanno loro.
Chiedono ad amici in comune come si sono trovati a lavorare con me e di conseguenza si regolano. Fortunatamente, complice la buona cucina di mia mamma, stabilisco quasi sempre ottimi rapporti con gli artisti con cui lavoro, e se interrogati, spendiamo solo belle parole l’uno sull’altro.
Come è stata all’inizio e com’è tutt’ora la reazione delle istituzioni e la relazione che avete con loro?
Non c’è alcuna relazione con le istituzioni, la loro reazione è stata fin dall’inizio di un’ignoranza effervescente, brillante.
C’è da dire comunque che io parto prevenuto, difendo sempre la mia sfiducia nei confronti delle istituzioni e ne faccio quasi una bandiera.
Eppure, in particolare la classe politica di Grottaglie, ha saputo reinventarsi quotidianamente tanto da stupirmi sempre e sempre in negativo. Gente troppo impegnata a pensare al locale per sfruttarlo sul personale. È impossibile per loro rendersi conto di possibili potenziali su scala globale.
Mi raccontavi come il FAME Festival sopravviva senza sponsor e senza l’aiuto delle istituzioni. Questo per mantenere un’indipendenza culturale e organizzativa; quanto è stata dura, soprattutto all’inizio, dare vita al meccanismo?
È stata più dura del previsto dal momento in cui ci è stata dimostrata ostilità. Ma a posteriori sono convinto che senza quel briciolo di ostruzionismo, ridicolo e impotente, mi sarei divertito molto meno e oggi non saremmo alla quarta edizione.
Adesso conviviamo in un clima di pace molto finto: loro continuano ad amministrare al peggio, noi a insultarli per le pessime scelte, sempre ai danni dei cittadini.
Si è instaurato un giochetto di dinamiche storte per il quale loro, sotto il costante ricatto dell’opinione pubblica, schieratissima a favore del festival, ci lasciano fare, e noi, non curanti, facciamo sempre molto di più di quanto, secondo loro, ci è concesso.
Mi viene in mente l’episodio di qualche mese fa accaduto a Blu; invitato a decorare l’intera facciata del MOCA di Los Angeles, avendo carta bianca sul soggetto, si è visto, a opera non ancora ultimata, la cancellazione completa per “divergenze con la direzione del museo”. Avete subito qualche episodio di censura?
Si, il primo anno degli assessori cancellarono un bellissimo murales di Erica il Cane, rappresentava un Gallo gigante (simbolo delle ceramiche grottagliesi).
Dopo la cancellazione si alzò un polverone enorme in paese e i responsabili del gesto folle furono i soli controvento.
Fortunatamente l’anno successivo Erica il Cane ha reso giustizia al defunto gallo dipingendo un funerale di galline e pulcini, in fila sui muri dello stadio comunale.

Funerale - Erica il Cane
Grottaglie è uno dei centri ceramici più importanti d’Italia. Mi spiegavi come il vostro Festival sia un modo ulteriore per evidenziare come l’amministrazione comunale preferisca portare avanti altri tipi di scelte, piuttosto che valorizzare la cultura locale. La strada intrapresa per denunciare tutto questo è decisamente unica…
A Grottaglie c’è un quartiere dedicato interamente alla produzione, esposizione e vendita di ceramiche tradizionali; è un posto bellissimo, ricchissimo di tradizione e innovazione, la qualità dei prodotti parla da sè.
Da solo, il quartiere, potrebbe costituire una risorsa per alimentare la città intera, eppure, allo stato attuale, consiste in uno spazio isolato dal contesto urbano e sociale del paese, eterotopico e abbandonato a se stesso.
Del resto, come si può pensare di chiedere agli stessi personaggi che hanno autorizzato in sordina l’installazione sul nostro territorio di una ingiustificabile discarica di rifiuti speciali provenienti da ovunque, di promuovere le risorse del paese all’esterno?
Sarebbe stato troppo laborioso e poco produttivo lavorare sulle risorse del paese, soprattutto se il fine è quello di assicurarsi i voti alle prossime elezioni.
Molto più immediato, è il business dei rifiuti e poco conta se il prezzo da pagare è tradire e dimostrare disamore estremo per la propria terra.
Per quando riguarda il modo in cui il festival contribuisce a denunciare questo scempio, io trovo che artisti dotati di così tanto talento hanno una possibilità unica e irripetibile di attirare l’attenzione, soprattutto in questo periodo in cui la stampa è quasi solo cronaca e tette.
Se fossi dotato di tanto talento, lo vivrei come una vera e propria responsabilità: tutto questo potere comunicativo è in grado di generare attenzione, credo sia bene attirarla su discorsi urgenti ed importanti.
Cos’è StudioCromie?
Studio Cromie è la base del festival. È un laboratorio di stampa d’arte dove io e il mio cane, Martina, facciamo serigrafia artigianale, stampiamo tirature dei disegni degli artisti invitati al festival. È con la vendita online delle stampe e dei libri monografici di questi artisti che finanziamo FAME.
Come vedi la situazione artistica in Italia?
Pessima. Mi si annerisce il cuore: gli artisti hanno sempre più ambizioni di fama e riscontri economici; sembra che arrivare in galleria e vendere sia lo scopo della propria produzione.
Le gallerie, d’altra parte, sono sempre meno credibili; i musei non li frequento. Una volta sono stato a quel supermercato di artefiera, a Bologna - ci sono inciampato a dire il vero - e sono uscito con la netta convinzione che l’unica cosa sensata da fare nella vita sia coltivare i pomodori.
L’arte contemporanea quando è ben confezionata mi fa stare male, perde qualsiasi possibilità di avere senso.
Puoi anticiparci qualche nome confermato per l’edizione di quest’anno?
Quest’anno oltre i soliti sospetti ci sarà un’ondata di matti dalla Svezia. Opere concettuali, bruttissime da vedere. Saranno guai e non vedo l’ora.
Se avessi la bacchetta magica, quale artista vorresti passasse a trovarvi?
Dici che la bacchetta riesce a resuscitarlo prima di portarlo qui?
Come vorresti fosse il FAME Festival tra dieci edizioni?
Vorrei non ci fosse più. Semplificando al massimo, lo considero un mezzo per recapitare un messaggio che fa più o meno così: “aiuto, questo posto bellissimo è in mano a persone che lo stanno distruggendo”.
In una realtà ideale fra dieci anni vorrei che le cose andassero diversamente e che non ci fosse più bisogno di preoccuparsi per le sorti del posto che amo e in cui ho deciso di vivere.
- Martedì 19 Aprile 2011









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