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Fotografia, i reportage urbani di Alex “Zuek” Simonetti

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  • Tags: Alex Zuek Simonetti, arte, Bianco-e-Nero, fotografia, Street Art Factory
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"Five Boro"

Five Boro - (Alex Zuek Simonetti)

Street art FactoryLe fotografie di Alessandro Zuek Simonetti sono vere, nell’accezione più fedele al termine.

Complici probabilmente la scena skateboarding, i graffiti degli anni ‘90 e le produzioni di Glen E. Friedman, che hanno segnato inevitabilmente il suo modo di scattare: crudo e diretto.

Nato a Bassano del Grappa, ma oramai newyorkese di adozione, ha sviluppato uno stile molto personale orientato verso le culture di strada e i movimenti underground.

Il non avere frequentato scuole di fotografia ha lasciato intatto il suo modo di vedere il mondo, le sue contraddizioni e le mille sfumature che uno scatto in bianco e nero lascia trasparire.

Laureato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, è stato professore di fotografia presso l’Accademia delle Arti di Padova.

È facile imbattersi in alcuni suoi lavori su magazine nazionali e internazionali del calibro di GQ, Rolling Stone, Warp Magazine Japan e Vice.

Collabora in maniera continua con autorevoli brand di Streetwear e aggiorna il suo blog quasi quotidianamente.

Lo abbiamo incontrato e abbiamo chiacchierato di arte, fotografia e reportage.

“Termini Rome Train Station”
“Read Between The Line”
“Read Between The Line”
“Read Between The Line”
“People”

“Nico Vascellari”
“New York City”
“New York City”
“New York City”
“New York City”

“New York City”
“Los Angeles Gun Club”
“Los Angeles Gun Club”
“Japanese Rockabilly”
“Industrial Lies”

“Ibiza Till The Morning”
“Fetish Meetings”
“Elvis Day”
“Five Boro”
“Five Boro”


Quando hai capito che la fotografia sarebbe stato il mezzo attraverso il quale comunicare.

Ho cominciato a scattare in maniera costante, seppur con un approcio naif, da adolescente.

Contemporaneamente mi dedicavo al disegno e alla grafica, poi in maniera graduale mi sono concentarto esclusivamente sulla fotografia, ma non saprei collocare a livello temporale questo passaggio.

Diciamo che è stata una graduale presa di coscienza e maturazione terminata non appena mi sono sentito a mio agio con le immagini che stavo scattando.

Definisci il tuo stile a chi non ti conosce.

L’approcio del mio fotografare è da collocarsi tra la street photography e il reportage o documentary photography come lo chiamano qui in America.

Ma cerco sempre di non limitarmi a documentare e riportare degli eventi, quanto piuttosto di creare immagini iconiche, che possano avere una forte valenza a livello estetico anche separate dalla storia a cui appartengono.

Come riconosci lo “scatto perfetto”, quello definitivo?

Mi rifaccio sempre a quello che Roland Barthes dice nel suo testo più importante, il Punctum de “La Camera Chiara”: quell’elemento non rappresentabile ma che è proprio di un’immagine, capace di poterti colpire in maniera pungente.

Scatti prevalentemente in bianco e nero; da dove nasce questa scelta?

È stato un riflesso quasi istintivo dopo l’avvento e il diffondersi del digitale.

In principio scattavo prevalentemente a colori; l’idea di potere sviluppare e stampare i negativi in bianco e nero è stato il motivo per il quale ho iniziato con questo tipo di linguaggio.

Ultimamente ho ripreso a scattare a colori, ma amo il bianco e nero per le poche informazioni che fa trasparire, per l’apporto grafico che dà all’immagine.

Qual è stato il reportage più difficile da realizzare, quale quello più pericoloso (se ne esiste uno ovviamente)?

Penso che la Dancehall che ho scattato a Tivoli Garden in Jamaica sia stata la situazione più delicata nella quale mi sia trovato.

È uno dei quartieri con più problemi a livello politico. Infatti pochi mesi dopo aver scattato, sono avvenuti degli scontri che hanno portato ad una sanguinosa guerriglia che ancora oggi affligge il quartiere di Tivoli.

Recentemente sono ritornato in quel luogo per osservare con i miei occhi i segni degli scontri e sono rimasto impressionato dai fori di proiettili attorno alle finestre delle abitazioni dei civili.

Anche ad Haiti, dopo il terremoto, è stato difficile non tanto per la situazione disastrata nella quale mi sono ritrovato a scattare ma piuttosto per quello che mi ero imposto di non documentare.

Ho pensato che non era necessario concentrarmi sulle rovine, sulla povertà e sulla parte sensazionale di questa tragedia, in quanto avrei ricalcato immagini già assimilate due minuti dopo il terremoto, tramite le news di internet, sulle televisioni e sulle prime pagine dei giornali.

Mi sono distaccato dal sentimento e ho cercato di creare immagini esteticamente belle in un posto che difficilmente

potrebbe essere definito tale; in questo mi sento molto lontano dal concetto di reporter.

Pochi giorni fa ho scattato il making of di un’installazione di un’artista di NY. Quando gli ho fatto mostrato i franse in bianco e nero che avevo realizzato, la sua reazione mi ha fatto capire quanto importante sia per me creare qualcosa che sia ovviamente legato alla realtà, ma filtrato dalla mia personale visione.

Mi scrisse che “le foto erano belle, ma che sfioravano una linea di violenza che non è propria” del suo lavoro. Ero contento di sentire questo!

Con quale strumentazione lavori di solito?

Reflex 35mm e pellicola in bianco e nero, 50mm e 35mm come lenti. Ultimamente scatto spesso con un paio di point and shoot degli anni ‘90, delle Contax T2 e pellicola 35mm.

Uso anche svariate camere, medio formato, Polaroid e digitali, ma più per lavori su commissione e commerciale.

Tu scatti prevalentemente in analogico?

Si, quasi esclusivamente in pellicola.

Avendo ormai numerosi devices tecnologici - smartphone, tablet, pc - che, di fatto, filtrano in modo digitale ogni tipo di materiale, non credi che scattare ancora in pellicola sia un lavoro “superfluo”?

Scattare in pellicola è semplicemente un diverso modo di scattare.

Tenere sempre fisso lo sguardo sul soggetto, invece di distrarsi e controllare lo schermo della digitale, crea una continuità: non smetti mai di pensare a cosa stai scattando, oltre a sviluppare una maggiore confidenza con la macchina fotografica e la luce.

Collaborare con le gallerie e vendere le mie foto mi porta ad essere più affezionato al supporto analogico, ho come l’impressione che una stampa su carta baritata - carta per ingrandimenti trattata in superficie per esaltarne il bianco di fondo - stampata a mano abbia un plus valore.

Per cui penso che non sia superfluo, ma cela un forte aspetto sentimentale .

Da Bassano del Grappa a NY: la Grande Mela secondo te rappresenta ancora il “sogno americano” per noi italiani?

Non so se possa essere definito un sogno; molte cose qui negli Stati Uniti mi appaiono più come degli incubi.

Ma NYC rimane una città con un fermento tale per cui le cose accadono in maniera più naturale. Rimane di sicuro una delle città più eccitanti a livello culturale.

Jamaica, Haiti, Stati Uniti, Italia, sono solo alcuni dei luoghi nei quali hai fotografato. Qual è quello che ti ha sorpreso maggiormente?

Haiti di sicuro.

Ho passato solo 10 giorni, dopo il terremoto dell’anno scorso, ma mi sono sembrati molti di più. È decisamente il paese più povero e disastrato che abbia mai fotografato.

Ci sono dei maestri da cui trai ispirazione?

No, ma ci sono un sacco di personalità, anche al di fuori dell’ambito della fotografia, dalle quali attingo, spesso anche in maniera inconsapevole.

Spieghi brevemente il progetto “Read Between The Lines“?

“Read Between the Lines” è un progetto che ho realizzato esclusivamente per il Bookstore del PS1 Moma Museum nel Queens, qualche anno fa.

Sono sei immagini di NY che ho stampato in formato postcards; ho invitato altrettante personalità, legate alla mia esperienza newyorkese, a scrivere dei pensieri personali sulla città e ho utilizzato le loro parole per creare delle sottili linee di testo.

Chi, di fatto, acquista la cartolina tende a utilizzarle come liene guida per scrivere un messaggio. Come si fa nelle cartoline classiche.

Il destinatario finale non potrà fare altro che leggere tra le righe.

Quanto conta per te esporre le tue fotografie al pubblico?

Il riscontro con il pubblico è molto importante, non mi realizzerebbe scattare le immagini esclusivamente per me.

Trovi che la fotografia sia l’arte più immediata?

È di sicuro quella più istantanea.

Qual è la situazione più bizzarra nella quale ti sei trovato?

Forse i Party Fetish che ho documentato tra Miami e NYC diversi anni fa. Un’atmosfera al limite di un film di Fellini e la pornografia.

Fanzine cartacee autoprodotte, fotografie analogiche, vinili…non credi che stia ritornando la necessità di “toccare” qualcosa che non siano solo la tastiera o il mouse per aggiornare la pagina di Facebook?

Le Fanze e i vinili fanno parte del mio background, essendomi formato nelle culture giovalini dei primi anni Novanta: skate, musica Hardcore e i concerti negli squats - luoghi occupati.

All’epoca era normale essere circondato da fanzine animaliste fotocopiate, o giornali di graffiti con immagini in bianco e nero.

Oggi questo tipo di supporti hanno acquistato un plus valore quasi forzato. Nonostante ciò rimango molto affezionato a questo tipo di produzioni; l’utima pubblicazione che ho editato con Automatic Books, Small Kings, è stata curata in maniera quasi feticista.

È stata stmpata con una Risograph machine su un tipo di carta ormai fuori produzione che veniva utilizzata per stampare fumetti; rilegata con dei punti metallici e tagliata in macchina pezzo per pezzo.

Un lavoro da artigiani.

Se non avessi deciso di intraprendere questa strada chi saresti diventato/voluto diventare?

Non ci ho mai pensato… davvero.

La tua “Next Big Thing”?

Nel 2012 ho in programma una doppia personale a Milano con Cheryl Dunn, una fotografa americana che ammiro molto.

Speriamo accada.

Grazie.

  • Riccardo Fano
  • Martedì 17 Maggio 2011

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