
La cover del volume "Fast or Die"
Il primo approccio con la fotografia, Alex Fakso l’ha avuto all’età di 13 anni. Quando, per immortalare i suoi pezzi sui treni, si munisce di macchina fotografica.
Da allora, Fakso non ha mai smesso di frequentare il mondo sotterraneo, diventando protagonista attivo del movimento Writing dei primi anni ‘90 e, allo stesso tempo, un diretto narratore.
Heavy Metal è il suo primo libro: un racconto fotografico racchiuso in più di 160 pagine, che documenta stili e vicissitudini dell’universo graffiti trasportando il lettore in una dimensione sconosciuta e inedita.
Le foto di Fakso provengono da una ricerca interiore, dal cercare di trasformare i graffiti sui treni in uno stile fotografico ben delineato, mirato a trasmettere con una foto tutta l’intensità dell’azione, cruda e schietta, illegale e clandestina.
“Fast or Die” è invece il suo ultimo progetto: il risultato di quattro anni di viaggi in giro per il mondo - da Londra agli Stati Uniti - spingendosi fino alla Russia e al Giappone.
- Mr.Brainwash
- Uno scatto dal suo Blog
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- La cover del volume “Fast or Die”
Narrazioni metropolitane immortalate in 148 scatti: ritratti di persone che corrono, prendono la metro, dormono nelle banchine, si intrufolano nei tunnel.
Fakso segue i soggetti prendendo parte all’azione, muovendosi con loro, seguendoli fino a riuscire a documentare attimi e momenti delle loro giornate e creando istantanee che racchiudono storie, dettagli, sensazioni.
In quest’ultimo lavoro, il campo visivo si allarga, fino a superare il mondo del Writing, raggiungendo e abbracciando i soggetti che abitano i contesti urbani: immagini di gente comune, persone qualunque immerse nel caos sotterraneo: Fast or die è una striscia fotografica potente che descrive il mondo attraverso le subway.
Un reportage dell’underground contemporaneo.
Nell’introduzione di Andrea Caputo viene rivelata l’anima del progetto:
Il tema della sicurezza è uno dei principali argomenti della politica contemporanea.
Il controllo e la sorveglianza dei sistemi infrastrutturali sono obiettivi fondamentali da raggiungere. La minaccia terroristica ha generato un monitoraggio ossessivo che dal ciglio stradale affonda l’occhio delle telecamere a circuito chiuso nel sottosuolo, dove i treni affollati corrono i rischi maggiori.
If you see something, say something recita l’avviso più ricorrente nella metropolitana di New York City: un sollecito a vigilare rivolto alla gente comune, che dopo gli attacchi di inizio millennio a treni e metropolitane sembra condannata a vivere nell’ansia.
(…) In Fast or Die, il diaframma si stringe sul microcosmo della rete sotterranea. Non solo il termine underground torna a puntualizzare un aspetto marginale e trasgressivo delle giovani generazioni, ma in questo caso la parola coincide col campo d’azione. Negli scenari di Mosca, Tokyo, Londra e delle principali aree metropolitane, Alex Fakso ritrae le incursioni dei writer alternandole alla quotidianità di chi frequenta le subway solo per spostarsi.
(…) Una performance individuale e radicale che solo pochi possono condividere, solo pochi riescono a ritrarre.
Lo abbiamo incontrato alla Galleria Patricia Armocida che, con Fakso, chiude il ciclo stagionale di mostre prima di approdare, da settembre, nella nuova sede di Via Lattanzio.
Abbiamo avuto il tempo di scambiare con l’artista alcune battute veloci.
La necessità di fissare su pellicola un lavoro appena terminato è nata come gesto istintivo controllato da uno spirito di sopravvivenza dell’opera stessa nel tempo, oppure nella fotografia avevi intravisto qualcosa che rappresentasse meglio la tua voglia di comunicare?
Ci sono artisti che usano la pittura come mezzo artistico, io uso la fotografia: lo trovo un mezzo di espressione immediato e forte.
Cosa cerchi in un ritratto?
Le immagini in un certo modo parlano, sono vive: se una foto ti dà questa sensazione vuol dire che è la foto giusta. Io ricerco originalità, naturalezza ed espressività unita alla forza di comunicare.
Hai a disposizione un solo scatto. Potendo scegliere tra possibilità illimitate, chi o cosa fotograferesti?
La fine del mondo.
Se non sbaglio i tuoi scatti sono “puri”, non passano attraverso software come Photoshop. Pensi che, dopo una diffusione massiccia di programmi e applicazioni che permettono a chiunque di simulare una fotografia d’effetto, ci sia un ritorno della pellicola?
Se ti riferisci alle persone comuni penso di no, useranno il digitale solo per comodità e come abbattimento dei costi. Per quanto riguarda i fotografi professionisti invece è una questione di scelta personale: la cosa che ormai è cambiata è la percezione della fotografia da parte di tutti.
In qualsiasi modo scatti una foto che sia il più vera possibile, la prima domanda che ci facciamo è se è vera o se è stata manipolata da Photoshop.
Questa penso sia un punto a sfavore per i fotografi che cercano e costruiscono con meticolosità le immagini con inquadrature e momenti speciali; il processo ormai è inreversibile e da qui non si torna più indietro.
Cosa ne pensi del fenomeno dilagante dei fotoblog?
Sono un mezzo molto interessante per mostrare i propri lavori.
Se non fossi Fakso saresti?
Alex
Grazie.
Grazie a te…
- Giovedì 16 Giugno 2011









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