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Fuori dalla nicchia: fanzine e autoproduzioni a The Book Affair

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  • Tags: arte-contemporanea, Biennale di Venezia, editoria, fanzine
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Nero Magazine

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The Book Affair, fiera di editori indipendenti provenienti da tutto il mondo, s’è tenuta in occasione dell’apertura della 54esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia.

Un evento organizzato da Automatic Books, casa editrice indipendente veneziana e gestita da un quartetto di giovani creativi e intraprendenti: Elena Xausa, Tommaso Speretta, e Lorenzo Mason e Marco Campardo di Tank Boys.

Gli editori hanno mostrato le loro produzioni sui colorati banchetti di Metricubi, alternando presentazioni informali a performance nel cortile antistante.

Non sono mancati neanche momenti di puro divertissement come il Books brunch il venerdì e i dj-set la sera. Un modo come un altro per avvicinare il microcosmo delle fanzine ad un pubblico il più vasto possibile.

Ne abbiamo parlato a lungo con l’organizzatore Lorenzo Mason.

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Automatic Books
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La prima curiosità nasce dal nome, “The Book Affair”, dove ovviamente è presente l’assonanza con fair, fiera, ma è anche affair, relazione, rapporto sentimentale e fisico che vivi con l’oggetto libro. Quale altre suggestioni evoca per voi questo nome?

Sicuramente queste appena menzionate, ma anche il concetto di “affare“.

Il nome ha per noi una duplice valenza: da un lato quella di mettere insieme tutti coloro che amano i libri di un certo tipo e quelli che questi libri li producono, senza fini meramente commerciali, ma mossi da passione quasi hobbystica; e poi la questione dell’affare economico.

In questo momento tutti noi ci stiamo chiedendo se questa fiera ha senso, se questo mondo che è esploso da 5 anni a questa parte e che adesso sta arrivando a una certa maturazione potrà riuscire mai a mantenersi, quale sarà il suo futuro, se tutti questi sforzi saranno stati vani, se riuscirà a trovare la sua strada, creare i suoi network di bookshop, i distributori, ovviamente diversi da quelli consueti.

Proprio chiacchierando poco fa con i tipi di Book Works, discutevamo del fatto che i loro libri, di altissima fattura, non possono essere venduti in una libreria normale perché una persona che li trova semplicemente in mezzo agli altri, non può capirli. Andrebbero piuttosto spiegati.

Per cui stanno nascendo in tutta Europa dei bookshop appositi - come Motto a Berlino e OMMU dalla Grecia - che abbiamo fortemente voluto qui in fiera perché hanno aperto una rete di distribuzione ad hoc, dove i negozi vendono solo questo tipo di prodotti.

L’idea è che quando la gente ci entra, immediatamente possa avvertire un feeling diverso, grazie anche a una persona competente che gli spiega i prodotti.

Proprio parlando di Motto, mi viene in mente la decisione di interrompere gli appuntamenti della fiera da loro creata, la Zürcher Zine Sezession, dichiarando l’esperimento concluso proprio nel 2010. Come si inserisce invece la vostra idea di metter su una fiera simile, in Italia, quest’anno?

La conseguenza interessante dell’aver decretato la fine della Zine Sezession è il marcare il passaggio generazionale dal mercato di zine fotocopiate e autoprodotte - dunque un mondo molto autoreferenziale - al passo successivo, la creazione di veri libri, non commerciali, di nicchia, tuttavia maturi.

La fiera di Zurigo, come diceva Benjamin Godsill, non finirà, semplicemente diventerà altro.

La nostra fiera si pone come una fase di passaggio, infatti c’è qualcuno che presenta delle zine, altri dei veri e proprio libri.

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Le edizioni 0-100

Quindi è possibile rintracciare dei trend più o meno omogenei? Prodotti sempre più sofisticati e curati, di formato simile al libro comunemente inteso, scostandosi dall’originale modello a costo zero delle fanzine?

Questo è un discorso più che altro di tecnica: a me piace tanto l’esempio di Nieves che continua a fare delle fanzine e a venderle a 5 euro, cifra che tutti si possono permettere.

La questione secondo me è incentrata più sui contenuti che sulla tecnica.

Mentre prima la zine era una raccolta di immagini, random e poco curata, ora il lavoro che stanno facendo le case editrici è mirato a creare dei veri progetti, aumentando la qualità dei libri così da ottenerne qualcosa che si voglia conservare, che produca cultura.

È questo il cambiamento vero, non la tecnica: perché si potrebbe comunque fare dei libri fotocopia ma anziché accostare delle immagini a caso, iniziare ad avere dei piani editoriali.

E poi è nuovo anche tutto ciò che sta dietro alla creazione, ovvero la distribuzione. Questi libri devono arrivare alla gente in qualche modo, devono esser comunicati, esser spiegati, avere dei negozi.

Il trend è di maturazione, la gente vuole sicuramente un feeling diverso con questi libri. Se ritrovasse lo stesso prodotto patinato e standardizzato che trova adesso in libreria, non avrebbe senso.

È un mondo che si evolverà in sempre più diverse tecniche, ma ciò che veramente importa è sviluppare un network di distribuzione.

Anche la nostra idea di organizzare una fiera qui a Venezia in coincidenza con la Biennale, dove già si raccoglie tanta gente mainstream, dove sono in corso tante rappresentazioni, è da vedere nell’ottica di presentare noi e il nostro mondo.

Essere presenti vuol dire: noi ci siamo, siamo indipendenti, non abbiamo il logo della Biennale, ma esistiamo, siamo qui presenti non solo per chi viene a cercarci ma anche per chi si trova a passare e vuole conoscerci. Anche perché poi tanti degli artisti pubblicati da queste case editrici sono dentro la Biennale.

Com’è avvenuta la selezione dei publisher?

La selezione è avvenuta con l’obiettivo di rappresentare una gamma quanto più vasta possibile di esperienze: dalle fanzine alle case editrici d’arte come la Kaleidoscope, dai prodotti più letterari, a Nieves, che è legata agli artisti, e a Onomatopee, legata al design.

Il bello di questo mondo è proprio la comune passione per l’editoria, per cui non importa se il libro sia di arte o di letteratura, ma è il modo differente con cui è concepito a renderlo speciale.

Non è il contenuto che dev’essere simile, non sono tutti libri di fotografia, non è quello l’importante, ma il modo in cui vengono fatti, venduti e la passione che ci sta dietro.

La vostra casa editrice Automatic Books cos’ha in mente per il futuro?

Noi continueremo a stampare libri, cercando di evolvere anche noi nella qualità del prodotto, maturando nella scelta degli artisti, proprio perché lo facciamo per passione e non per soldi. E vorremmo anche iniziare con la produzione di testi critici.

Intendi saggistica?

Saggistica, ma con un taglio diverso. Magari sfruttando il genere del pamphlet, che ci ricorda che alla base di questa cultura c’è la stampa radicale.

Non vogliamo l’autoreferenzialità, vogliamo iniziare un discorso sulle cose che stanno avvenendo, aprendoci a chiunque sia interessato, senza escludere dell’autocritica sul nostro stesso mondo.

È forse prematuro tracciare un bilancio di The Book Affair, ma possiamo comunque osare e dire che questa edizione non sarà figlia unica?

Finora è andata molto bene. Ci teniamo a ricordare che questa edizione è stata fatta senza fondi. Non abbiamo voluto sponsor perché ci tenevamo a conservare la nostra indipendenza.

E anche sulla base di come stanno andando le cose nel mondo, volevamo fare qualcosa a costo zero, nella quale chiunque partecipasse, lo facesse con un certo spirito dichiaratamente no-profit; e ci siamo riusciti: è una fiera a costo zero.

Ci inseriamo nel trend generale di chi vuole portare avanti la propria cultura non commerciale, perché non soddisfatti di quella commerciale, provando a cercare dei nuovi sistemi economici.

L’opening della fiera è stato fantastico: tutto pieno, tanta energia, di sera dj set, il pomeriggio le performance e le conferenze.
Ci teniamo a rappresentare un certo mondo italiano che fa fatica a venir fuori.

Ho notato una nutrita componente italiana tra gli espositori. Sono presenti però anche molti stranieri: quali sono le altre occasioni di incontro per l’editoria indipendente in Italia e all’estero?

Per noi era importante che ci fossero tutte queste persone, un’occasione preziosa proprio per conoscerci e iniziare a buttar giù le basi per dei progetti futuri.

Ci sono i tipi di Mousse, 0-100, Vice, Raw Raw, Studio Blanco, Invernomuto, Secret Furry Hole, tante realtà che pur facendo delle cose diverse, si sentono parte di uno stesso mondo.

È importante che ci sia un punto di riferimento, una base: Amsterdam, Berlino, l’Inghilterra hanno già delle occasioni di incontro. Qui in Italia, abbiamo le idee, abbiamo i giovani creativi bravi e con tanta voglia di fare.

E quindi se l’occasione non c’è, noi ce la creiamo.

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  • Roberta Bellitto
  • Venerdì 17 Giugno 2011

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