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Piero Chiambretti alla «Milanesiana». Dalla televisione al web, alla politica, ogni verità nasconde ormai una menzogna necessaria

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  • Tags: Milanesiana, Panorama in edicola, Piero-Chiambretti, Televisione, web
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Piero Chiambretti - Credits: La Presse

Piero Chiambretti - Credits: La Presse

di Piero Chiambretti

Buona sera, io sono il prologo a una serata dedicata alla bugia e alla verità, tema dominante di questa edizione della Milanesiana.

Elisabetta Sgarbi ha radunato per questo evento, complessivamente, 140 ospiti internazionali tra cui cinque premi Nobel, un premio Pulitzer, una medaglia Fields, un premio Oscar, quattro premi Strega, un premio Simone de Beauvoir, un premio Principe delle Asturie, e infine il vincitore di due Telegatti.

In questa ouverture che oscilla tra verità e menzogne io voglio essere come lo zio Michele: dare l’esempio.

Sarò sincero: in questo momento non vorrei essere qui, ma a Manhattan nella suite 305 dell’hotel Sofitel di New York vestito da cameriera. Non ci credete? Lo sapevo.

Mi succede sempre così: dico la verità e si pensa che dica una bugia. Dire la verità è stata sempre una mia specialità professionale, a differenza della vita privata, dove invece oscillo tra vero e verosimile. Dico sempre quel che penso, non mantengo i segreti, uso la tv come megafono.

Si dice che il teatro sia degli attori, il cinema dei registi, la tv dei residui. Io vivo da 25 anni nel tubo catodico. Faccio la tv per non guardarla. D’altra parte si nasce per cambiare il mondo, si finisce per cambiare i canali.

In una televisione dove la verità è un optional, dirla tutta può essere un problema. Nasciamo tutti trasparenti, cristallini, sinceri, poi piano piano molti scelgono la strada della bugia; una via fitta d’imprevisti che può dare seri problemi al pari, se non superiori, di quelli che, nel dubbio, dicono la verità. La loro verità. Che non significa che sia la nostra.

Ogni uomo statisticamente in un giorno pronuncia 7 mila vocaboli. Una donna in media 20 mila. La donna ha più possibilità di un uomo di dirla grossa, ma non è detto. Molte volte basta un sì per violentare una verità. Quanti dicono sì davanti all’altare e poi strozzano la moglie in viaggio di nozze? Io ho conosciuto molti bugiardi: tutti molto credenti.

Se ci fate caso, i menzogneri giurano continuamente. E giurano su tutto. I bugiardi hanno una grande memoria. Dire una balla e dimenticarsela è caratteristica dei sognatori. Categoria altrettanto bugiarda ma perdonata da tutti.

Leo Longanesi notava che «quando diremo tutta la verità, non la ricorderemo». La verità è come la mamma: è una sola. E fa spesso molto male. Quante volte si dice una bugia per non ferire qualcuno?

Prima o poi bisogna scegliere, non ci si può limitare a guardare. Bisogna schierarsi. Io ho fatto mio un manifesto del presidente americano Abramo Lincoln che diceva: «Potete ingannare tutti per qualche tempo, alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per il culo tutti per tutto il tempo!». Il presidente fu ricoverato al centro deliri fra gli applausi del Congresso.

La letteratura vanta autorevoli esponenti che con le loro palle hanno costruito la loro fortuna. Da Emilio Salgari a Jules Verne, da Maxim Gorkij a Giancarlo Fusco, da Ernest Hemingway a Silvio Berlusconi, tutti hanno dichiaratamente scritto anche il falso per migliorare il vero.

L’aiutino migliora la vita di molti. Meglio una piccola verità o una grande bugia? L’editrice Elvira Sellerio sosteneva che nella vita per divertirsi bisogna essere autentici. Questo invito dovrebbe essere girato ai pinocchi della finanza, della politica, del web.

George Bernard Shaw aveva stilato una classifica in cinque punti per definire le bugie. La prima categoria è quella delle menzogne semplici, la seconda è dedicata alle previsioni del tempo, la terza alla statistica, la quarta alla bugia diplomatica e l’ultima al comunicato ufficiale. L’ampio raggio con cui Shaw raduna le tipologie di falsità possibili include tutti. Anche noi.

Nel film The informant il regista Steven Soderbergh sostiene che «la difesa della menzogna sia vitale. A dire tutta la verità si rischia o la vita o la faccia». A me spesso è capitato di mentire per evitare spiacevoli contrattempi. Quando nel Novecento andavo a confessarmi, proprio lì nella casa del Signore, producevo le bugie peggiori per paura di finire all’inferno. Erano interrogatori dolorosi, nei quali dovevo impegnarmi al massimo per evitare di tradirmi. Quando don Kruse (tedesco, non pedofilo) era celato dietro la grata del confessionale, la cosa riusciva piuttosto bene, ma quando eravamo a tu per tu con il mio confessore assetato di verità, la cosa si faceva dura. Al capitolo atti impuri, entravo in confusione, dicevo cose senza un senso logico, cercando di glissare sull’argomento, sparando balle così grandi che don Kruse era obbligato a chiamare rinforzi. Furono anni dove assaporai per la prima volta il gusto della menzogna.

Essere bugiardi è una professione molto faticosa. Dire tutta la verità è molto più semplice, e poi tanto non ti crede mai nessuno. Il compianto direttore generale della Rai Biagio Agnes sottolineava che «la verità alla lunga è più comoda e remunerativa del servilismo».

Facendo quasi esclusivamente programmi con ospiti e domande scomode, nasce ora spontaneo un dubbio: «Voglio ospiti? Bene, meno verità».

Mi fanno molta impressione quei miei colleghi che vendono la loro professione come una crociata in difesa della verità assoluta. Ciò è impossibile. In ogni verità televisiva c’è una menzogna, gli interessi televisivi sono sempre gli stessi: fare ascolto. Questo vale per le tv generaliste, di quartiere e satellitari. Il modo per farlo è studiato a tavolino e non certo dalle coscienze dei protagonisti. Se immaginiamo che i programmi più fasulli sono i reality dove gli autori suggeriscono la spontaneità dei concorrenti, è tutto detto. Il giudice Giovanni Falcone ammoniva: «Questo è un paese felice, per essere credibile devi essere ucciso».

I talk show di approfondimento politico sono la passerella degli ipocriti, tutti dentro ai ruoli suggeriti dal copione. Chi va all’attacco, chi si difende, tutti uniti a darci la loro versione dei fatti. Mentono tutti in nome dello spettacolo. Le menzogne del potere sono un ramo della questione che meriterebbe oltre a tre serate intere della Milanesiana anche quella dell’Ambrogino d’oro. La stessa cosa dicasi per le verità postume. Scoperte cioè con anni di ritardo perché segregate o troppo ingombranti. Avremo mai la conferma che fu una supposta a uccidere Marilyn Monroe?

Solo la fede può venirci in soccorso. Ci insegnano a credere sin dal catechismo e noi ci crediamo. Crediamo al Supremo, all’Aldilà, al Paradiso, al Diavolo, agli exit pool, crediamo a tutto, pure a Bruno Vespa. Se lo dice la tv, è vero. Dobbiamo prendere esempio dagli inca che avevano tre principi fondamentali per vivere sino al 2012: il primo è non dire bugie, il secondo non rubare, il terzo non essere pigri. Chissà se mai andremo all’inferno per colpa delle nostre menzogne?

Io nel 2000 ho rischiato il volo diretto per gli inferi senza ritorno. Dopo una vita trasparente, ho detto una bugia bianca all’unica persona a cui non avrei dovuto dirla: il Papa. L’ho fatto per essere gentile, per portare rispetto a Giovanni Paolo II. Ma l’ho fatto. Durante una visita privata al pontefice dopo una grande manifestazione nell’anno del giubileo, che mi aveva visto protagonista il 1° maggio sullo stesso palco dove aveva celebrato la messa Sua santità, fummo invitati in Vaticano per ricevere il saluto di Karol Wojtyla. Arrivati puntuali all’incontro con altri protagonisti di quella giornata storica che convogliò 1 milione di ragazzi a Tor Vergata, ci sistemammo in una sala delle udienze ad aspettare il Papa. Vicino a me l’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati, più in là altri esponenti delle forze politiche mischiati ad alti prelati. Sembravamo sul set della Dolce vita.

Il cardinale Crescenzio Sepe, promotore dell’incontro, voleva rivendicare al pontefice quanto di buono avessimo fatto per la riuscita dell’evento musicalreligioso, che per il 1° maggio vedeva insieme i comunisti del rock e i papa boys. L’arrivo del Santo padre fu meraviglioso: una luce lo accompagnava lungo il percorso, indossava delle scarpe rosso Ferrari che spiccavano sotto la bianca tunica. Ci siamo messi tutti in fila per avere la benedizione. Una fila lunga e silenziosa, davanti sindacalisti, dietro pure. Arriva il mio turno: stringo forte la mano al Papa.

L’attuale arcivescovo di Napoli Sepe racconta il nostro operato, Wojtyla ascolta e dice con il suo indimenticabile accento: «Fino a mezzanotte…». Il che voleva intendere che il concerto era durato tanto, forse troppo, considerato che la messa si era tenuta alle 10 della mattina. Abbandono la fila col mio rosario ed esco dalla sala. Passano pochi minuti e un altro cardinale mi si avvicina e mi dice: «Venga, andiamo dal Santo padre. Voglio spiegargli quante cose belle ha fatto ieri per noi». Preso di sorpresa non sono riuscito a dire al prete che ero già stato in fila. In un attimo ero lì in coda per la seconda volta, davanti sindacalisti, dietro pure.

Arrivato davanti al Papa ero confuso, preoccupato se dire o non dire che ero già passato. Il cardinale, arrivato il mio turno, mi presenta e sforna una serie di aggettivi su di me e il concerto. A quel punto avrei dovuto dire la verità all’uomo in Terra più potente di tutti, il riferimento terreno di Dio. Invece niente; ecco materializzarsi la bugia. Ho finto di essere lì per la prima volta, e quando il pontefice, a sorpresa, mi ha detto: «Sino a mezzanotte» per la seconda volta, non ho battuto ciglio. A distanza di tanti anni mi chiedo: «Ma la bugia chi l’ha detta, io fingendo di essere lì per la prima volta o lui che fece finta di non riconoscermi per non mettere in difficoltà i suoi cardinali?». Di una verità sono certo: tra i due all’inferno ci vado io. Lo giuro sulla testa del Cavaliere.

  • redazione
  • Mercoledì 6 Luglio 2011

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