

Russell Brand, il rocker "clown"
di Marco Giovannini
«Sono un comico: fare ridere la gente è il mio obiettivo perenne. Sono contemporaneo ma anche erede dei tempi antichi, dalla commedia dell’arte a Roberto Benigni (che pronuncia «Benini», ndr). Fra i miei predecessori c’è Charlie Chaplin e tutti quelli che colpiscono i potenti e danno voce e speranza ai poveri e agli oppressi, per unirli e spingerli alla rivoluzione».
E lei a che punto è di questo compito? «Beh, ho ancora parecchio da lavorare».
Russell Brand si presenta così, tanto serio ed eloquente da lasciare il dubbio: ci è o ci fa? Accento inglese, capelli lunghissimi, jeans strappati e attillati, gilet e altri dettagli bohémien, Brand, 36 anni, per i paparazzi di tutto il mondo è il fresco marito della cantante pop Katy Perry.
Ma anche il pubblico italiano potrà conoscere l’altra sua personalità: esce l’8 luglio nelle sale In viaggio con una rockstar, il suo primo film da protagonista, prodotto da Judd Apatow, grande specialista di commedie vietate ai minori.
Brand è Aldous Snow, un cantante inglese in crisi dopo il fallimento del suo disco African child, alcolizzato e drogato all’ultimo stadio, che tenta il rilancio con un concerto al Greek theater di Los Angeles.
Non è un segreto che anche Brand sia finito per davvero, e a lungo, in cliniche specializzate in dipendenze: alcol, droga e anche sesso. L’ha raccontato nelle 600 pagine di due autobiografie diventate best-seller.
Il «New York Times» l’ha definita «giullare»: le piace?
Accipicchia! Il giullare è l’unico che può ridere del re.
Lei però ha cominciato come attore drammatico, addirittura nella prestigiosa Royal Shakespeare company. Come mai?
Ho anche studiato nella stessa scuola di arte drammatica di Colin Firth. Però non avevo le idee chiare. Non le ho avute finché non ho smesso di bucarmi.
Il suo attore preferito?
Richard Pryor, grande improvvisatore e comico molto politicizzato, come mi auguro di essere io.
La sua qualità migliore?
Dico sempre la verità, non concepisco censure. Anche nelle mie autobiografie racconto fatti e nomi. Come diceva Gandhi, «sii tu il cambiamento che vorresti vedere negli altri».
Licenziamenti, arresti, sua madre malata per tre volte di cancro, suo padre che le paga la prima prostituta in Thailandia: si può ridere di tutto?
Bisogna, è l’unica terapia possibile. Ma occorre riuscire a vedersi dall’esterno, come si trattasse di un’altra persona.
C’è qualcosa di cui ancora si vergogna?
Forse essermi infilato una bambola Barbie nel sedere in pubblico; ma l’intenzione era buona, protestare contro il consumismo. Oppure sfidare papà in un incontro di boxe tv. Certe cose sarebbe meglio farle in privato.
Non ha citato la volta che si è travestito in tv da Osama Bin Laden: era il 12 settembre, il giorno dopo l’attentato delle Torri gemelle.
Sì, volevo invitare la gente ad andare avanti, ma era un’idea da tossicodipendente. Avevo perso il senso delle proporzioni e della realtà.
Lei è anche un esperto di calcio: tifa per il West Ham e ha tenuto una rubrica sul quotidiano «The Guardian». Fabio Capello è l’allenatore giusto per l’Inghilterra o preferirebbe un inglese?
L’allenatore deve essere un uomo di successo, non importa se è nato dentro il Big Ben, sull’Isola di Pasqua o su Marte. Il mondiale è stato una delusione: Capello, rifatti con il prossimo campionato europeo, please.
Cosa ha Katy Perry che non avevano le sue precedenti conquiste, 2 mila stando ai suoi calcoli?
Le altre erano numeri, anche tre o quattro per volta. Katy è un essere umano, brava ragazza con i piedi per terra, ma per fortuna anche un po’ matta. Non vorrei scadere nei cliché, ma è moglie, amante e amica.
E non è gelosa?
Solo di sua madre. Dice che ci scriviamo email troppo seducenti.
- Mercoledì 6 Luglio 2011









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