

Il Liga va dritto al suo posto: quello del frontman, esattamente al centro del grande palco, ancora vuoto e disadorno, in una bollente sera di giugno, all’ora del tramonto: davanti c’è solo la prateria di Campovolo, deserta e a perdita d’occhio.
Lui dice, puntando il dito verso la pianura:
«Il 16 luglio ci sarà gente anche là in fondo e forse anche in quell’angolo. Quelli nelle retrovie magari s’incazzeranno un po’ per la distanza, ma abbiamo pensato anche a loro mettendoci alle spalle uno schermo di 600 metri quadrati per farli sentire più vicini».
Due passi dietro c’è Claudio Majoli, il manager regista della carriera di Ligabue, l’uomo che si accende per le sfide impossibili. Esordisce così:
«Non vorrei dire, ma per un evento che dura una notte non si è mai visto un palco così in Italia…».
Mentre lo dice, l’occhio cade su un bizzarra barriera metallica con abbondante filo spinato arrotolato in cima che separa il palco da tutto il resto. Va bene la sicurezza, ma… «Ma quella è la recinzione dell’aeroporto» sottolinea facendosi una risata Ligabue:
«Ovvio che non ci sarà. Non sono ancora arrivato al punto in cui era arrivato Roger Waters dei Pink Floyd. Lui, per tenere a distanza i fan più esagitati, ha addirittura costruito The Wall, il muro».
L’immersione nell’atmosfera di «Campovolo 2.0» era iniziata qualche ora prima in un capannone di Novellara, la sala prove prima di ogni tour. 33 gradi fuori, non molti meno all’interno, dove il pavimento è in realtà un campo di calcetto. Tra bibite ghiacciate e gelati al limone con lo stecchetto di liquirizia.
In un silenzio irreale, il Liga e Mauro Pagani al violino regalano a se stessi e ai cinque fortunati presenti una versione da pelle d’oca di Buonanotte all’Italia. Dopo l’ultima nota, nessuno osa parlare: come per non violare la magia del momento.
Poi, davanti a un prosecco e a un abbondante vassoio di patatine, le parole iniziano a fluire.
«La seconda edizione di Campovolo (la prima fu nel 2005, ndr) l’ho pensata come una festa con più di 100 mila invitati. Qui mi sento a casa, questo è il posto da dove parto e dove sempre ritorno. Sul palco con me ci saranno tutti i musicisti e le band con cui ho suonato: non sono poi molti, ma ci saranno proprio tutti».
Compresi i Clandestino, il gruppo che l’ha accompagnato nel primo fulminante anno d’esordio, due decenni fa.
«Io e Majoli su una Mercedes bianca anni 70, un usato da 400 mila lire senza aria condizionata, loro sul classico furgone rock scassato e scomodissimo. A un certo punto di quel tour capii che scrivere testi che diventano popolari comporta qualche responsabilità. In Sogni di rock’n’roll parlavo di una striscia invitante, che per me era quella di mezzeria, ma molti pensarono che si trattasse di cocaina».
Dopo i Clandestino venne La Banda, il gruppo di Fede Poggipollini, il chitarrista ancora oggi al suo fianco, un fedelissimo accolto da ovazioni a ogni concerto.
«Appena l’ho incontrato, ho capito che era un uomo da studiare approfonditamente per carpirgli qualche segreto. Lui ci sa fare, sa davvero come prendere la vita, è sempre di buon umore ed è sufficientemente furbo da fare in modo che capiti sempre quello che vuole lui. Come si dice dalle mie parti, “non gli scappa neanche la forfora”».
Musicisti che diventano amici, parte della famiglia allargata, da cui è difficile separarsi quando le esigenze artistiche lo impongono.
«Mi è pesato molto, ma ho dovuto farlo: per lavorare con un produttore come Corrado Rustici, che punta a un certo tipo di sound, ho cambiato alcuni ragazzi del gruppo (oggi al basso e alla batteria ci sono due americani, Michael Urbano e Kaveh Rastegar, ndr).
Non tutti i fan l’hanno presa bene. Erano affezionati alla vecchia band. Li capisco, ma andava fatto. E io l’ho fatto in maniera diretta, convocando persone che suonavano con me da più di dieci anni, parlandogli con franchezza e sincerità senza giri di parole. No, non è stata una passeggiata.
A volte, cambiare fa male, ma è necessario per andare avanti, per non ripetersi».
Il nuovo che avanza in casa Ligabue ha il nome e le sembianze di Lenny, il primogenito. Dodici anni e un talento musicale che inizia a farsi sentire. Come sottolinea papà Luciano:
«Promette bene, promette bene… Non ho dubbi: ha sicuramente più talento e orecchio di me come musicista. Passa dalla batteria alla chitarra senza problemi. La musica è la sua ossessione, come dimostra il rendimento scolastico. Nella sua vita c’è sempre meno Playstation e sempre più chitarra: passa i pomeriggi a studiare su Youtube le canzoni dei gruppi heavy metal. E poi è un genietto del suono.
Avere trascorso interi giorni in studio di registrazione con me gli ha affinato le orecchie: l’altro giorno viaggiavamo in auto mentre in radio passava Il meglio deve ancora venire. Il mio commento è stato “non so perché, ma questo pezzo non suona bene in radio”: E lui, annuendo sicuro: “Papà, il suono della batteria non funziona, il problema è tutto lì, dai”.
Non so se augurargli una carriera, ma se fare musica servisse a farlo stare bene al mondo, io non mi opporrei».
Anche perché Lenny non è l’unico in famiglia a essere attratto dalle luci della ribalta. E non stiamo parlando del fratello Marco, da diverso tempo leader di una rockband chiamata Rio.
«Mia figlia Linda, a 6 anni, ha delle ambizioni da palco spaventose, è già un’esibizionista. Il mese scorso sono andato a vedere il suo saggio di danza. Alla fine dello spettacolo, si è avvicinata per dirmi con aria soddisfatta: “Papà questa è solo la mia prima volta sul palco”. Lo ha detto con aria minacciosa come se il sottinteso fosse “guarda che adesso tocca a me”.
Provo molto piacere nel vederli fare qualcosa che li rende felici, ma io non spingo in nessuna direzione, perché ho capito da tempo che ognuno nella vita si fa e si disfa da sé. Ognuno con i suoi tempi».
Lui ne sa qualcosa, visto che fino a 30 anni era uno dei tanti sconosciuti del rock italiano, nemmeno tanto convinto di provarci fino in fondo:
«Non ero e non sono capace di rompere i coglioni. Avevo delle canzoni, ma non mi veniva naturale bussare alla porte delle case discografiche: l’ha fatto Majoli al posto mio e ha funzionato alla grande.
Se avessi iniziato a 18 anni sarei diventato uno stronzo totale. A quell’età, il passaggio dal niente al tutto può avere effetti micidiali. Quando diventi famoso, sei circondato da un plotone di gente che vuole solo assecondarti, adularti, disposta a tutto per soddisfare il tuo ego. Non può immaginare quante volte mi sia sentito dire “sei il più grande, per gli altri non ce n’è, Luciano sei il numero uno”.
Se gli credi, sei finito. Anche perché il numero uno è un concetto che non esiste in questo lavoro: puoi essere il numero uno per qualcuno, ma non per tutti. Prima te ne accorgi e prima torni sulla terra. Che è un bellissimo posto dove stare. Perché puoi organizzare una festa in aeroporto e ritrovarti con più di 100 mila amici che sono lì per te».
- Mercoledì 13 Luglio 2011









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Il 13 Luglio 2011 alle 18:58 Luciano Ligabue: mio figlio capisce la musica molto più di me | Artisti Musicisti ha scritto:
[...] Fonte: Panorama.it [...]
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